Siria, repressione violenta sulla comunità trans da parte del governo filorusso

Damasco stringe il cappio attorno alla comunità LGBTQIA+: arresti, umiliazioni e propaganda d’odio alimentano il consenso del nuovo governo nel solco della strategia di Mosca, Teheran e delle nuove destre reazionarie.

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I violenti video della repressione istituzionale sono parte di una campagna che intende legittimare l'approccio autoritario e intransigente del governo post-Assad.
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L’ennesima ondata di violenza si abbatte sulle persone trans in Siria. Le immagini parlano da sole: corpi trascinati a forza in furgoni della polizia, volti tumefatti dalla brutalità delle milizie, voci spezzate dall’umiliazione.

È una violenza che non scandalizza, che non genera condanne né mobilitazioni: al contrario, prolifera indisturbata, legittimata e amplificata: l’odio diventa strategia politica, il controllo sociale si maschera da difesa della morale e le minoranze più vulnerabili sono ridotte a capro espiatorio per distogliere l’attenzione dalla crisi economica e dal caos politico.

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In un video, una ragazza trans è immobilizzata sul sedile posteriore di un’auto della polizia. Un agente la colpisce ripetutamente al volto, la costringe a confessare la sua “devianza”, la minaccia di “evirarla sul posto, mentre un telefono registra tutto. L’umiliazione è totale, calcolata. Quando il video arriva sui social, la macchina dell’odio si mette in moto: centinaia di commenti lo esaltano, invocano punizioni ancora più crudeli, ridono della sofferenza della vittima.

Ciò che rende il tutto ancora inquietante è che questa non è altro che una calcolata campagna mediatica istituzionale. Una forma di terrore spettacolarizzato che serve a veicolare un messaggio chiaro: lo Stato ha deciso che le persone LGBTQIA+ sono un nemico pubblico. Dunque ogni abuso nei loro confronti è non solo tollerato, ma incoraggiato.

Dietro questa escalation c’è una precisa architettura del potere. Dopo la caduta di Assad nel dicembre 2024, la Siria non ha trovato stabilità, ma un nuovo assetto di governo plasmato su misura dagli alleati di sempre: Turchia, Russia, Iran e le milizie islamiste che per anni hanno combattuto tra loro e ora si spartiscono il controllo del paese. L’uomo forte di questo nuovo equilibrio è Ahmed al-Sharaa, ex leader di Hay’at Tahrir al-Sham, il gruppo islamista che un tempo aveva legami con al-Qaeda e che ora guida il governo di transizione.

Al-Sharaa si muove con disinvoltura tra retorica religiosa e pragmatismo politico: prima o poi, vorrà normalizzare la sua immagine agli occhi della comunità internazionale, ma non può farlo senza prima consolidare il suo potere interno. La repressione delle persone LGBTQIA+ diventa così un tassello essenziale di questa strategia: lo aiuta a cementare il sostegno delle fazioni islamiste più radicali e a presentarsi come il garante della “moralità” in un paese devastato dal caos – mentre il mondo vede l’ascesa sempre più determinata dei movimenti reazionari che legittimano tale approccio.

Siria, un potere fragile che si rafforza con l’odio

L’attuale offensiva contro la comunità queer in Siria è l’ultima riproposizione di uno schema ben collaudato: l’odio come collante sociale. Dall’Ungheria di Orbán alla Russia di Putin, dall’Egitto di al-Sisi alla destra reazionaria statunitense, l’Italia di Giorgia Meloni, la Serbia, la Georgia, la Bulgaria, l’Argentina il copione è lo stesso: individuare una minoranza marginalizzata, criminalizzarla attraverso la propaganda, colpirla con leggi e persecuzioni sistematiche e usare il tutto per rafforzare il consenso e sviare l’attenzione dai problemi reali. Un modello che per un soffio non ha attecchito anche in Germania e in Francia, travolte da una profonda crisi economica correlata all’ascesa dei movimenti di ultradestra.

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Al-Sharaa e i suoi alleati lo sanno bene. La Siria è un paese in ginocchio, con un’economia allo sfascio, una popolazione ridotta alla miseria e una classe dirigente senza alcuna legittimità democratica. Serve un nemico contro cui canalizzare la rabbia collettiva. Ed ecco che le persone LGBTQIA+ diventano bersagli perfetti: pochi a difenderle, nessun rischio di reazione organizzata, una stigmatizzazione sociale già consolidata su cui costruire un impianto repressivo.

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L’ideologia distorta dell’integralismo islamico gioca un ruolo determinante in questo meccanismo. Per anni, il fondamentalismo ha manipolato la religione per giustificare la repressione delle minoranze, appropriandosi del discorso spirituale per trasformarlo in un’arma politica.

Le scuole giuridiche islamiche hanno infatti prodotto nel tempo interpretazioni diverse sull’identità di genere e l’orientamento sessuale, e in molte culture musulmane del passato l’esistenza di persone non conformi al binarismo di genere era riconosciuta e accettata. La violenza istituzionalizzata che vediamo oggi in Siria è costruzione e corruzione ideologica, un’invenzione moderna di regimi che utilizzano il discorso religioso per giustificare l’ingiustificabile.

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Nel nuovo assetto di potere, la persecuzione delle persone LGBTQIA+ è così elevata a dovere morale di Stato, dove è il governo ad arrogarsi il diritto di decidere chi ha il diritto di esistere. Ma dietro questa retorica pseudo-religiosa si nasconde un’operazione molto più terrena: consolidare un regime fragile attraverso la repressione di un nemico debole e incapace di difendersi.

L’asse del potere: Mosca, Teheran e il laboratorio siriano della repressione

Se tutto questo suona familiare, è perché lo è. La repressione in Siria non è un fenomeno isolato, ma la manifestazione di un ben oliato modello reazionario che unisce Mosca, Teheran e Ankara in una convergenza perfetta di interessi. La Russia ha aperto la strada, trasformando l’odio contro la comunità LGBTQIA+ in un potente strumento di politica interna ed estera: dalla legge sulla “propaganda gay” alla criminalizzazione delle persone transgender, il Cremlino ha costruito un impianto ideologico che esporta ovunque trovi terreno fertile. E la Siria è diventata un laboratorio di questa strategia.

La caduta di Assad non ha infatti segnato una svolta democratica, ma solo una riorganizzazione del potere orchestrata da Mosca con il sostegno di Teheran e l’intervento tattico della Turchia. La Russia, che per anni ha garantito la sopravvivenza del regime siriano con aiuti militari e diplomatici, non poteva permettersi di perdere il controllo sulla regione.

Il vuoto di potere lasciato dal dittatore è stato così riempito con un’operazione politica che ricalca modelli già sperimentati altrove: una transizione gestita dall’alto, un leader apparentemente autonomo ma in realtà vincolato agli interessi del Cremlino, una repressione sistematica per neutralizzare ogni opposizione. Ahmed al-Sharaa, ex comandante di Hay’at Tahrir al-Sham, è stato l’uomo giusto per questa operazione: accettabile per le fazioni islamiste che controllano parte del territorio siriano, ma soprattutto disposto a cooperare con Mosca per mantenere il paese nell’orbita russa.

Nel frattempo, Putin continua a garantire supporto militare e logistico alle forze di sicurezza siriane, permettendo al regime di consolidarsi senza temere insurrezioni. Il prezzo di questa stabilità è pagato dalle minoranze più vulnerabili, sacrificate in nome dell’autorità e di un equilibrio precario che si regge sul controllo militare e sulla repressione sociale.

E qui entra in gioco l’Iran, che da anni persegue una feroce politica anti-queer e che ha esteso la sua influenza sulla Siria post-Assad. Le milizie sciite filo-iraniane operano attivamente nel paese, contribuendo alla persecuzione delle persone LGBTQIA+ con arresti, raid e violenze coordinate con le forze siriane. La repressione non è solo ideologica: è un meccanismo di controllo, un modo per dimostrare fedeltà al regime e per consolidare l’autorità attraverso la paura.

E qui, anche l’illiberale Turchia di Erdoğanalleata ideologica del nostro esecutivo gioca la sua partita, con obiettivi diversi ma una strategia altrettanto repressiva. Per Ankara, il conflitto siriano è sempre stato una questione di lungo periodo, un’opportunità per rafforzare il proprio ruolo nella regione. Dopo anni di sostegno ai gruppi ribelli e di finanziamenti all’Esercito Nazionale Siriano, la Turchia ha consolidato la sua influenza nel nord del paese, con la presa di Damasco e un’operazione militare mascherata da “zona sicura” per il reinsediamento dei rifugiati. Ma la vera priorità di Erdoğan non è mai stata la stabilità della Siria, bensì la guerra contro le Unità di Protezione Popolare (YPG), che Ankara considera il braccio armato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Con il pretesto della sicurezza, la Turchia ha condotto operazioni militari nel nord del paese e ha costruito un’influenza duratura sulla regione.

Per la comunità LGBTQIA+ siriana, tutto questo si traduce in una repressione ancora più feroce. Se il nuovo assetto della Siria prevede un inasprimento della persecuzione queer, tanto meglio per Erdoğan, che ne condivide i presupposti ideologici e ne trae vantaggi strategici.

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Ciò che accade oggi non è dunque il risultato di un solo attore, ma di una perfetta sinergia tra potenze reazionarie. Mosca fornisce il modello, Teheran il supporto ideologico e militare, Ankara la stabilità tattica necessaria affinché il regime operi indisturbato. L’odio contro le minoranze non del resto è mai fine a sé stesso: è uno strumento di potere, un modo per rafforzare regimi instabili, per costruire consenso attorno a un’ideologia repressiva e per giustificare l’autoritarismo con il pretesto della difesa dei “valori tradizionali”. È una strategia politica a vantaggio di pochi, pagata con la vita di molti.

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