«Una volta un bambino mi ha chiesto – Padre, che cosa faceva Dio prima di creare il mondo? – E gli ho detto: prima di creare il mondo, Dio amava, perché Dio è amore; ma tale amore era così grande – questo non so se è molto teologico, ma potete capirlo – che non poteva essere egoista; doveva uscire da sé stesso per avere qualcuno da amare». È il 26 dicembre 2015, e papa Francesco pronuncia queste parole durante la festa delle famiglie a Philadelphia. Ok, siamo nel cuore del cattolicesimo più conservatore e omofobo, fatto di famiglie con lo stampo, che potrebbero essere uscite da un quadro di Norman Rockwell. Francesco potrebbe prendere le misure della famiglia col mantra uomo-donna, uomo-donna, uomo-donna usato dal suo predecessore Wojtyła, il papa che contribuì alla caduta del Muro e non perse tempo a costruirne di altri, meno visibili. Ma Francesco misura il concetto di famiglia con un’altra unità. Forse è poco teologico parlare di un amore che viene prima di tutte le cose. Ma se fine è una parola che trapunta il confine, allora l’amore si trova alla fine del mondo. Lì dove la famiglia non è un gruppo di membri che rispondono a una norma. All’inizio di quello stesso 2015, di ritorno dalle Filippine, Francesco stesso ricordava che essere cristiani non significa «fare figli in serie»: «Scusatemi, c’è chi crede che per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli, no?».
Non tutte le ciambelle escono col buco
In un pontificato che è un susseguirsi di immagini, anche ora che le immagini sbiadiscono davanti alla sua malattia, papa Francesco ha smesso di parlare di comandamenti e ha scelto di scattare una fotografia della chiesa cattolica. «Chiesa ospedale da campo» dice nella sua prima intervista, mettendo sulle spalle di questa istituzione millenaria il suo passato glorioso e i suoi acciacchi. Era passato solo un anno dalla sua elezione e ai cardinali e vescovi della Curia diagnosticava l’Alzheimer spirituale. Certo, neppure a lui la ciambella è finora uscita sempre col buco. Intemperante, con le parole ha spesso colpito al petto le persone credenti LGBTQ+. Dimenticandosi il nocciolo del cattolicesimo, che il cuore è la cosa più sacra, e che pulsa anche quando sanguina, e fa male. L’ostilità di moltə nella comunità è comprensibile, è necessaria. Gi si potrebbero contestare tante cose quante ne contiene la sua visione del mondo. In Argentina, evitava gli scontri ideologici, preferiva il dialogo in chiave cristiana. Cosa può fare il papa, se non il papa, d’altronde? È quello che Marcela Althaus-Reid, teologa queer argentina, contestava ai teologi della Liberazione, pieni di belle speranze nel riscatto degli oppressi dai dominatori, purché restassero cattolici e romani:
«Se gli abitanti di una baraccopoli vanno in processione con una statua della Vergine Maria e chiedono un lavoro, sembra che diventino l’opzione preferenziale di Dio per i poveri, ma quando gli stessi abitanti della baraccopoli mettono in piedi un carnevale incentrato su un transessuale che impersona il Cristo, accompagnato da una Maria Maddalena che è una drag queen che bacia le sue ferite, e cantano canzoni di critica politica, allora non rappresentano più l’opzione preferenziale di Dio per i poveri.»
Il Dio indecente della teologa cattolica è contro-narrazione scomoda, perché mostra il lato oscuro dell’ordine. Quello che opprime la coscienza con la morale.
Quella condanna non viene da Dio
Non è un caso che, come spiega la Bibbia, queste siano le visioni di pochi profeti. Negli anni è stato chiaro che papa Francesco, conosciuto come un conservatore docile, non avrebbe rivoluzionato la chiesa con bandiere arcobaleno. Non sarebbe stato indecente. Ma neppure docile. Ha smesso, a differenza di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, di raccontare il cattolicesimo attraverso i suoi dogmi morali. Nel suo primo documento manifesto, la Evangelii Gaudium, scrive: «La realtà è superiore all’idea». E la realtà dietro la cortina dell’ufficialità, ha finora mostrato una vicinanza alla comunità LGBTQ+ che mai si era vista in un papa. Durante la pandemia, ha mandato aiuti economici e vaccinato le sex worker di Torvaianica senza chiedere loro un patentino morale. Nell’intervista per il documentario del regista russo-israeliano Evgenij Afineevskij ha detto che «le persone nate da unioni civili hanno il diritto di essere protette legalmente», suscitando la levata di scudi degli ortodossi. Così facendo, ha mostrato la doppia faccia dell’istituzione cattolica, la frustrazione di chi pensava, come la regina Grimilde, che lo specchio desse sempre la solita risposta: «Mirror, mirror on the wall, who’s the fairest of them all?». Solo che quello specchio nel tempo ha mostrato un’istantanea immobile, rigida, e Francesco lo ha compreso. Lo ha spiegato bene una volta Dea Santonico, a margine dell’incontro fra il papa e i genitori dellə figliə queer, il 16 settembre 2020: «È vero, il discorso del papa potrebbe proseguire così: Dio ama le persone omosessuali, ma condanna i loro “atti”. Rimane quindi valido quello che c’è scritto sul catechismo: «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Senza contraddirsi il papa poteva completare così la sua risposta a Mara. Ma non l’ha fatto. Perché sa che quella condanna non viene da Dio».
Il Dio vero vs il Dio idolo
Forse nelle pieghe di questo grande foglio rigido di dogmi, Francesco lascia degli spazi senza la pretesa di riempirli. Ma la sua visione di chiesa missionaria non si regge senza tenere le porte aperte a tuttə: «La chiesa non ha porte, così tutti possono entrare e tutti, tutti, tutti possono entrare» aveva detto nel santuario mariano di Fatima nel 2023. Per questo, le persone credenti LGBTQ+, malgrado le resistenze e le contraddizioni, hanno trovato accoglienza. In questi anni si è cominciato a parlare in Italia di pastorale LGBTQ+: si può essere in disaccordo o meno con essa, ma non si può negare che sia uscita fuori dall’armadio una realtà che, prima di lui, stagnava nelle catacombe. Non si tratta di chiedere il permesso a un monarca per entrare nel castello, no! Ma chiedersi se davvero la chiesa possa cambiare partendo dalle periferie. Lo era stato per Abramo il vecchio, Mosè il balbuziente, Davide il pastore. Quello che è in gioco va oltre una bandiera arcobaleno che sventola dalla loggia di San Pietro. È capire se le regole scritte con la vita degli emarginati abbiano creato un Dio idolo. La comunità LGBTQ+ serve più alla chiesa cattolica, che viceversa. Perché la persona credente che non baratta la sua identità in nome di un conformismo escludente, non baratterà mai il suo credo con un Dio comodo, decente. Papa Francesco sbaglia quando parla di «frociaggine» in una costellazione di seminari dove i ragazzi gay orbitano come meteore. Ma ha sradicato le porte della chiesa, e indietro non si può tornare.
Perché forse, con la serena accettazione che abbiamo nei confronti dei nostri genitori e nonni, si dovrebbe semplicemente accettare che un cambiamento di epoca passa attraverso l’incomprensione del vecchio: «Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca» aveva detto Francesco alla Curia nel 2019. E ogni cambiamento è trasformazione. Essere persone credenti e queer significa riconoscere che la via spirituale è un esodo: capire il sentiero è un passo importante, ma non conclusivo. Ci siamo noi e i nostri corpi in cammino in uno spazio che non può mai essere chiuso. È essere stranieri in terra straniera, anche quando sembra che il papa che accoglie, a un certo punto chiuda le porte. Solo in cammino possiamo allargare i confini, creare un mondo dove c’è posto per tuttə veramente. Che bello scoprire che alla fine, oltre l’ultimo confine, resta l’amore che viene prima di tutte le cose.
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