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Cristo Queer di

Madonna “rifugio dei peccatori”, scomunicata tre volte: il suo rapporto incendiario con la Chiesa cattolica

A differenza delle madri queer di oggi, come Rihanna o Beyoncé, Madonna non ha partecipato alla redenzione pubblica di nessuno, ma ha lottato per una comunità intera che viveva il ricatto del silenzio.

Madonna e Chiesa Cattolica - "Cristo Queer", una rubrica di Gay.it a cura di Marco Grieco
Madonna e Chiesa Cattolica - "Cristo Queer", una rubrica di Gay.it a cura di Marco Grieco
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«In the midnight hour I can feel your power» canta Madonna in Like a prayer, e la sua mezzanotte è quella del profeta Giobbe, che lotta con Dio e per questo viene benedetto. Dissacrante, blasfema, mistica, erotica, ecco perché Madonna Veronica Ciccone ha cambiato la percezione pop di Cristo. Ed è stata scomunicata dal Vaticano tre volte.

Non lo ammetteremo mai fino in fondo, ma Madonna ha avuto un impatto sulla fede delle persone credenti e queer. Forse potremmo confessarlo – suggerisce la regina del pop – su una pista da ballo, lì dove non resta che saltare come nella canzone Jump: «Are you ready? Yes, I’m ready». Ma poi, divisi tra Like a Virgin e il Magnificat, custodiamo Madonna e la nostra fede come il più temibile dei segreti, salvo poi liberarcene cantandolo nelle nostre camere – che nel frattempo sono diventati monolocali presi con un mutuo – con lo stesso compiacimento dell’italiano etero basico che ride sotto i baffi quando sente il nome di battesimo di Madonna Louise Veronica Ciccone, in riferimento alle sue origini abruzzesi.

Eppure questa rubrica di Gay.it si chiama Cristo Queer perché, nell’esperienza di fede delle persone LGBTQIA+, si può sognare una chiesa che contempli Like a Prayer e l’Ave Maria come a due modi diversi di scrutare Dio. Sia Cristo nel sacro, sia Madonna nel profano ci insegnano, cioè, a uscire fuori dalle cornici. Madonna lo ha fatto, uscendo dalla gabbia di un cattolicesimo dove vergogna e pentimento sono così impastati da cancellare qualsiasi misericordia: «Una volta che sei cattolico, sei sempre cattolico in termini di sensi di colpa e di rimorso, che tu abbia peccato o meno. A volte sono devastata dal senso di colpa, anche quando non ne ho bisogno, e questo per me deriva dalla mia educazione cattolica» dichiarò in un’intervista a Rolling Stones nel 1989. Pochi giorni prima era uscito il suo singolo Like a prayer il cui video, secondo il saggio Religion and Popular Culture di Santana ed Erickson, ha ispirato «più di ogni altro video musicale un’analisi dei suoi profondi significati religiosi».

Like a prayer è un inno alla fede queer.

Ma ha senso associare Madonna alla parola «queer»?

Si comincia a parlare di «teoria queer» dalla metà del Novecento, per descrivere l’esperienza di soggetti emarginati a causa della loro sessualità o identità di genere, perché distanti dall’unico binomio pubblicamente approvato, cioè quello maschio-femmina. Siccome nella comunità LGBTQIA+ usare è voce del verbo rivendicare, riappropriarsi di una parola che era inizialmente un insulto è servito a disinnescare la tolleranza sociale, che altro non è che una forma mascherata di discriminazione. La rivendicazione identitaria passa, quindi, necessariamente da una rivendicazione politica. È successo negli anni Novanta, quando l’epidemia di AIDS nei Paesi del cosiddetto Nord globale, è stata l’occasione per resistere alle rappresentazioni della società eteronormata che costavano la vita a persone messe ai margini, perché malate. È almeno dagli anni Novanta, che, così, il termine queer è stato superato per indagare le intersezioni con altri marcatori identitari e vedere la realtà senza l’approccio binario che – come spiega il filosofo Paul B. Preciado a Gay.it – fa perdere la complessità delle cose.

Madonna si è calata appieno in questa realtà, rappresentando e dando voce a una comunità discriminata ovunque, anche in contesti omosessuali socialmente accettati. È la differenza che c’è tra lei e Andy Warhol, oggi acclamato come icona queer, ma che ha lottato contro la sua identità per tutta la vita, il «desiderio di nascondere il vero me» scrive Warhol nel suo Diario. Quando la comunità LGBTQIA+ era messa ai margini per l’epidemia di AIDS anche dalla chiesa stessa, Madonna era la «consolatrice degli afflitti»: nel 1991 scrisse una lettera per l’AmFAR Aids Campaign, spendendosi in prima persona per i malati colpiti dal virus. Come rievocare, con una certa emozione, che mentre quattro anni prima Giovanni Paolo II visitava Los Angeles, La Stampa scriveva «Sodoma aspetta Wojtyla» mentre lei, ricordando gli amici scomparsi, leggeva la sua personale lettera: «L’AIDS non è questione di celebrità, ma di natura umana»?

In pochə si esposero quando Madonna contro le discriminazioni per superare gli stigmi culturali che attecchivano nella società, così come in molti dei nostri giornali. Madonna portava Peace and Love, come diceva chiosando i suoi concerti, mentre Giovanni Paolo II nel 1979 chiedeva la pace nel Palazzo dell’ONU e ai vescovi statunitensi ricordava che «gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati». In questo modo Madonna, con la cover della sua prima raccolta The Immaculate Collection, cominciò ad essere la versione profana, a tratti blasfema, della Madonna che invece il papa aveva scelto, mettendola anche nel suo stemma pontificio.

2003 madonna bacia britney spears
Madonna e Britney Spears 

Pochi sanno che «Miss Ciccone» suscitò l’attenzione anche di Sergio Mattarella. Era il 6 luglio 1990 e, quattro giorni prima che Madonna giungesse a Roma per il suo Blonde Ambition Tour, l’allora ministro della Pubblica istruzione contestò le date italiane del tour della cantante. Così scrisse allora Repubblica: «Il Ministro della Pubblica istruzione, Sergio Mattarella, si schiera con i vescovi e parla di Blond Ambition, l’ultimo show mistico erotico della rockstar italo-americana, come di un’offesa al buon gusto e si associa alla loro condanna nei confronti di miss Luisa Veronica Ciccone, colpevole di usare e abusare in scena di simboli ed emblemi religiosi».

Forse la più riuscita descrizione di uno show di Madonna, in quegli anni Novanta l’ha data proprio Mattarella: lo show di Madonna era davvero mistico erotico: la regina del pop riuscì nell’impresa di unire la mistica all’erotica. L’estasi di Santa Teresa e La morte della Beata Ludovica Albertoni di Gian Lorenzo Bernini, raffigurazioni scultoree di un orgasmo, lo suggeriscono, seppure filtrato da una lente androcentrica e patriarcale. Eppure, basta vedere a teologi queer come l’argentina Marcela Althaus-Reid e alle teologie femministe in generale – specialmente sudamericane – per leggere in controluce la mistica e l’erotismo insite nella Sapienza divina. Scrive Sylvia Marcos in Tomado de los labios. Género y eros in Mesoamérica: «Espellendo l’erotismo dal tempio, scartandolo e gettandolo nell’oscurità e nell’obbrobrio, si strappò il cuore della cultura indigena. Attraverso la repressione della sessualità indigena, la moralità cattolica ha sconvolto la cosmologia centroamericana fino alle fondamenta».

A causa delle pressioni di papa Giovanni Paolo II, che definì il tour di Madonna «uno degli spettacoli più satanici nella storia dell’umanità», saltò una data del concerto romano quell’estate del 1990. Nel frattempo, il suo album Like a Virgin aveva venduto oltre 21 milioni di copie in tutto il mondo. Album iconico come le sue performance on stage, dove il sesso, l’atto di masturbazione non sono visti come atti blasfemi, ma segni di liberazione di un amore che la tradizione cattolica aveva intrecciato senza rimedio con la colpa. Come denuncia la femminista Carmenmargarita Sánchez de León, ministra ordinata della Fraternità universale delle Chiese della comunità metropolitana e docente presso Comunità teologica del Messico ne I molteplici corpi di Gesù: «Il corpo di Gesù è un corpo deformato, per farci credere che alcuni di noi devono adeguarsi a questo unico corpo, che il nostro destino è di vivere come oggetti di una religione patriarcale che non solo censura la bellezza delle nostre corporeità, ma che ci fa anche credere che non meritiamo di vivere con dignità».

Per Madonna, il corpo ha una sua sacralità. Come racconta nel video Ghostown, l’incontro fra due corpi, che in un ballo post-apocalittico simulano un amplesso – fa trovare l’amore perduto, e anche la speranza: «When it all falls down, I’ll be your fire when the lights go out». E Madonna è stata spettatrice e luce nei momenti bui, senza luce della sua America. La sua Vogue risuonava nelle ballroom quando le ballroom erano catacombe e spazi di salvezza per moltə. A differenza delle madri queer di oggi, come Rihanna o Beyoncé, Madonna non ha partecipato alla redenzione pubblica di nessuno, ma ha lottato per una comunità intera che viveva il ricatto del silenzio.

Lei ha scelto di non adattarsi alla provincia del Midwest, e questo – come ha dichiarato in un’intervista alla National Public Radio – le è stato possibile grazie alla scoperta di una scrittrice cattolica, come Flannery O’Connor e Anne Sexton, la poetessa americana che si definiva «cattolica curiosa». Confessions on a dance floor è sicuramente un album confessionale, nell’idea che la stessa cantante dà alla confessione ricordando proprio Sexton: «Era una delle mie poetesse preferite, e una delle cose che penso abbia ispirato la sua scrittura, ma per la quale ha ricevuto così tante critiche, era che rivelava troppo di sé stessa. Era troppo confessionale […] Questo è il tipo di arte che mi ispira, ed è il tipo di arte che voglio realizzare». Parlando di arte, in Like a prayer, mentre prega il santo nero, sogna di esserne l’amante. La tensione erotica da «nozze mistiche» probabilmente scandalizza, ma ribalta la prospettiva della croce usata dalla chiesa cattolica come arma. Qundi alla fine, c’è da chiedersi: Madonna è stata davvero così disruptive verso la chiesa cattolica? Non ha forse accentuato, come sottolinea il settimanale The Spectator, il suo legame con un cattolicesimo assimilato fin dalla prima infanzia, trasformandolo in un fenomeno pop?

Quando nel 1986 il giornalista del New York Times Stephen Holden le chiese conto del cattolicesimo delle sue canzoni, la cantante rispose: «Quando vai alla scuola cattolica, devi indossare l’uniforme, e tutto è deciso per te. Visto che non hai altra scelta che indossare l’uniforme, fai di tutto per fare cose diverse per distinguerti. Tutta quella ribellione è continuata quando mi sono trasferita a New York otto anni fa per diventare una ballerina». Madonna aveva 28 anni. Sinead O’Connor ne aveva 25 quando, cinque anni più tardi, strappò la foto di papa Giovanni Paolo II per denunciare l’omertà sugli abusi di minori nella chiesa cattolica d’Irlanda. O’Connor, che conosceva il trauma dell’abuso, entrò in aperta polemica con la chiesa istituzionale, e quello fu l’inizio del suo trainwreck, del suo deragliamento artistico e personale. Sul palco del Blonde Ambition Tour Madonna, invece, si strappava la croce dal collo, mentre ballerini vestiti da prete le chiedevano di pentirsi. Anche O’Connor aveva strappato una foto sul palco ma, a differenza sua, a Madonna non interessava litigare col papa.

La sua lotta era con l’immagine di Dio che la gerarchia cattolica strumentalizzava a proprio piacimento. Nel cortocircuito di un rapporto padre-figlia, Madonna arrivava a dire «Papa don’t preach» come invito a superare il perbenismo tossico della società. Il Cristianesimo prima, la Cabala poi, comprese le sue performance portate sul palco, sono stati modi tutti personali di capire meglio il suo rapporto col Dio che è puro amore, amante piuttosto che padre: «I have other lips, I have sailed a thousand ships, but no matter where I go: you are the one for me, baby this I know» canta in True Blue.

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Madonna affronta la sua stessa natura di persona nata sotto l’astro del cattolicesimo, si redime e si eleva sulla pista da ballo. Questo spiega la differenza fra due album così vicini eppure diametralmente opposti, come American Life e Confessions on a dancefloor: passa solo un biennio, eppure le canzoni sono una l’opposta dell’altra, come se Madonna, guardando in faccia i suoi peccati – che sono i peccati d’America, i genocidî, le guerre – nel segreto di un confessionale claustrofobico ammetta: «This metaphysic shit is dope and if all this can give me hope you know I am satisfied». L’ultima volta che Madonna ha parlato di Cristo lo ha fatto in un tweet, rivolgendosi a Papa Francesco:

«Ciao @Pontifex Francesco, sono una buona cattolica. Lo giuro! – ha scritto su X -. Voglio dire, non giuro! Sono passati alcuni decenni dalla mia ultima confessione. Sarebbe possibile incontrarci un giorno per discutere alcune questioni importanti? Sono stata scomunicata tre volte. Non mi sembra giusto».

Madonna Veronca Louise Ciccone scomunicata dalla chiesa cattolica per aver parlato di Dio in un modo forse poco ortodosso, ma autentico. Più di tanti ministri che, nella stessa chiesa, vivono doppie vite. Forse la regina del pop rimarrà per molti la «material girl» che bacia Britney Spears sul palco degli Mtv Music Awards, che indossa croci per strapparsele di dosso come si fa con una istituzione che ha reso il cattolicesimo un fardello pesante.

Ma lei è Madonna. Veronica è il suo secondo nome, dal latino «vera eikóna», «vera immagine», che è anche il sudario di Cristo: quando si nasce marginalizzatə, dire la verità vuol dire mostrare la faccia a un potere che si ciba di menzogne: «A man can tell a thousand of lies. I know my lesson well» canta in Live to tell, canzone che potrebbe chiosare la sua vita, tutta tesa in questa direzione per evitare di morire. Siamo nel 1986 e un anno dopo l’artista newyorkese Andres Serrano scandalizzerà il perbenismo cattolico con l’opera Piss Christ, immergendo Cristo crocifisso nell’urina e nel sangue. Fra i tanti critici scandalizzati, una suora cattolica inglese, la storica d’arte Sister Wendy, capì la potenza di quell’opera che raffigura l’immagine della coerenza in un mare di scarti. Anche di Madonna tutto si potrà ancora dire, tranne che è stata incoerente al suo credo. Lei, davvero Madonna «rifugio dei peccatori».

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