L’Alta Corte di Osaka ha dichiarato incostituzionale il divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso, ribaltando la controversa sentenza del Tribunale Distrettuale della città, che nel 2022 aveva invece ritenuto il divieto conforme alla Costituzione.
Si tratta della quinta alta corte giapponese a prendere posizione in favore del matrimonio egualitario, dopo Sapporo, Tokyo, Nagoya e Fukuoka. Una decisione che non arriva nel vuoto, ma si inserisce in un progressivo riconoscimento, da parte del sistema giudiziario giapponese, di un diritto che una larga parte della popolazione considera da tempo ovvio e doveroso.
Secondo un sondaggio condotto dall’Università di Hiroshima Shudo del 2023, 7 persone su 10 si sono dichiarate favorevoli alla legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, contro un 30% contrario. Eppure, nonostante il consenso crescente e una giurisprudenza che ormai si muove in una direzione pressoché univoca, il governo continua a tergiversare.
La battaglia per il matrimonio egualitario in Giappone è infatti iniziata ufficialmente nel marzo del 2021, quando per la prima volta un tribunale – quello distrettuale di Sapporo – ha dichiarato che negare il diritto al matrimonio alle coppie dello stesso sesso viola l’Articolo 14 della Costituzione giapponese, che garantisce l’uguaglianza tra tutti i cittadini. Da allora, il tema ha attraversato a più riprese le aule dei tribunali, innescando un lento ma inesorabile processo di revisione giuridica che ha coinvolto anche le istituzioni locali. Mentre il potere legislativo resta immobile, è stato dunque – come spesso accade – il potere giudiziario a farsi carico del compito di traghettare il Paese verso un nuovo paradigma di giustizia sociale.
Giappone, la sentenza del tribunale di Osaka a favore del matrimonio egualitario
L’ultima, importante tappa di questo percorso è dunque arrivata il 25 marzo 2025, a Osaka. In aula si discuteva del ricorso presentato da tre coppie dello stesso sesso, provenienti dalle prefetture di Aichi, Kyoto e Kagawa. I querelanti avevano chiesto un risarcimento di un milione di yen (circa 6.150 euro) a testa, sostenendo che l’impossibilità di contrarre matrimonio violasse non solo il loro diritto all’uguaglianza ma anche la libertà di sposarsi e la dignità personale, entrambe tutelate dalla Costituzione.
Nel 2022, il Tribunale Distrettuale di Osaka aveva rigettato la richiesta, giudicando il divieto in linea con l’articolo 24 della Costituzione giapponese, che definisce il matrimonio come “fondato solo sul mutuo consenso di entrambi i sessi”. Una definizione che, in una lettura conservatrice, escluderebbe le coppie dello stesso sesso.
Ma l’Alta Corte ha scelto di interpretare il testo costituzionale in modo più aderente ai valori contemporanei, riconoscendo che le norme vigenti, di fatto, “minano seriamente la dignità delle persone e sono irragionevoli”, come affermato dalla giudice presidente Kumiko Honda nella lettura della sentenza.
Sebbene la Corte non abbia concesso il risarcimento economico richiesto, ha tuttavia espresso inequivocabilmente che l’assenza di una legislazione che consenta alle persone LGBTQIA+ di sposarsi rappresenta una violazione dei diritti fondamentali. Secondo gli attivisti, benché la decisione non imporrà certo al governo l’obbligo di agire, servirà ad intensificare pressione pubblica e istituzionale perché ciò avvenga.
Marriage For All Japan, che da anni guida la battaglia per il riconoscimento dei diritti matrimoniali, ha immediatamente rilanciato l’invito al governo e alla Dieta a legiferare senza attendere ulteriori sentenze, invitando nel contempo i cittadini a firmare una nuova petizione pubblica per esercitare una pressione diretta sul Parlamento.
Il nodo costituzionale resta l’articolo 24, la cui formulazione risale al 1947 e riflette un’epoca profondamente diversa da quella attuale. Ma più ci si inoltra nella lettura delle motivazioni emerse nei processi, più risulta evidente che un’interpretazione dinamica e aggiornata di quell’articolo è non solo possibile, ma necessaria per non tradire lo spirito stesso della Carta fondamentale.
Il Giappone verso il matrimonio egualitario, passando dai tribunali
Il Giappone si avvicina al matrimonio egualitario: “Vietarlo è incostituzionale”
L’Alta Corte di Osaka si inserisce in una traiettoria giurisprudenziale ormai chiaramente orientata verso il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il primo segnale arrivò il 17 marzo 2021 dal Tribunale Distrettuale di Sapporo, che fu il primo a dichiarare incostituzionale il divieto, basandosi sull’Articolo 14 della Costituzione.
Quella decisione fu un vero spartiacque: fino a quel momento, la questione era stata considerata tabù dalle istituzioni, ma il pronunciamento del tribunale nordico dimostrò che l’uguaglianza non era un concetto astratto, bensì un principio operativo anche nell’ambito del diritto familiare.
Il 30 novembre 2022, il Tribunale Distrettuale di Tokyo riconobbe che la mancata legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso creava una “situazione incostituzionale”, pur senza spingersi a dichiarare l’attuale legislazione esplicitamente illegittima. Il 30 maggio 2023, fu la volta di Nagoya, dove il Tribunale Distrettuale stabilì con chiarezza che il divieto violava sia l’articolo 14 sia l’articolo 24, sottolineando il nesso tra uguaglianza formale e autodeterminazione affettiva. Pochi giorni dopo, l’8 giugno 2023, il Tribunale Distrettuale di Fukuoka ribadì che il mancato riconoscimento era “in una situazione incostituzionale”, usando la stessa formula del tribunale di Tokyo.
Nel 2024, la seconda ondata giudiziaria si è fatta ancora più assertiva: a marzo l’Alta Corte di Sapporo ha ribadito la posizione di incostituzionalità, mentre a ottobre anche l’Alta Corte di Tokyo ha riconosciuto esplicitamente che il divieto era discriminatorio e privo di giustificazione. Il 13 dicembre dello stesso anno, l’Alta Corte di Fukuoka ha parlato apertamente di violazione dei diritti fondamentali alla felicità e all’uguaglianza, garantiti dalla Costituzione giapponese. Infine, il 7 marzo 2025, anche l’Alta Corte di Nagoya ha emesso una sentenza del tutto in linea con questa giurisprudenza emergente.
Dieci sentenze in meno di cinque anni, di cui almeno sette con un orientamento inequivocabile, espressione di un sistema giuridico che, pur nei suoi limiti, ha saputo ascoltare il Paese reale e prenderne atto. Un Paese che, nel frattempo, ha già fatto la sua scelta: i cittadini giapponesi sono pronti. La magistratura lo è. Resta ora da capire se il Parlamento sarà all’altezza di questo tempo nuovo.
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