Un altro colpo al blocco giuridico che, fino ad oggi, ha negato alle coppie dello stesso sesso il diritto al matrimonio in Giappone: l’Alta Corte di Tokyo ha emesso, lo scorso mercoledì, una sentenza che sconfessa il divieto al matrimonio egualitario, dichiarandolo incostituzionale e “una discriminazione infondata basata sull’orientamento sessuale”.

Un attacco indiretto all’operato dell’attuale esecutivo ultraconservatore del Partito Liberal Democratico, rifiutatosi più volte di trattare la questione in un quadro contrapposto di crescente pressione giuridica, con sette verdetti dal 2021l’ultimo a marzo di quest’anno emesso dall’Alta Corte di Sapporocontro un’unica sentenza a favore del divieto.

La decisione segna però una linea di demarcazione ben più netta rispetto a un verdetto del 2022 – a cui ha fatto seguito quello di marzo – che si limitava a etichettare la situazione come “incostituzionale.” Stavolta, il messaggio dell’Alta Corte è netto: “il principio costituzionale di uguaglianza non può più tollerare questa esclusione, poiché viola la dignità degli individui e l’uguaglianza tra i sessi.

Il giudice Sonoe Taniguchi ha infatti rimarcato come le istanze avanzate dai detrattori dell’uguaglianza matrimoniale non trovino riscontri reali: il matrimonio non è più solo una questione di procreazione, ma di stabilità legale e protezione per i partner.

La corte, tuttavia, ha respinto la richiesta dei sette querelanti di ricevere dal governo un risarcimento di 1 milione di yen ciascuno (circa 6.500 dollari) per i danni subiti a causa dell’attuale sistema, che non riconosce ancora loro lo status di coppie legalmente sposate.

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D’altronde, il percorso verso la Corte Suprema resta lungo e tortuoso, e il governo osserva: il capo di gabinetto Yoshimasa Hayashi ha infatti precisato che la sentenza di mercoledì non è ancora definitiva e ha aggiunto che il governo continuerà a seguire da vicino gli altri procedimenti giudiziari ancora in corso.

Fuori dal tribunale, attivisti LGBTQIA+ e querelanti – tra cui la 77enne Yoko Ogawa – si sono però concessi di celebrare “un momento storico”. Ogawa auspica di poter presto contrarre matrimonio con la sua partner, poiché l’assenza di protezioni legali per le coppie omosessuali “diventa ancora più marginalizzante con l’avanzare dell’età”.

Al momento, il Giappone è l’unico membro del G7, insieme all’Italia, a non riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Qua e là, alcuni comuni offrono solo certificati di unione simbolici, pressoché privi di valore legale. Una situazione che il governo vorrebbe mantenere così com’è.

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Eppure, la recente erosione della maggioranza parlamentare potrebbe costringerlo a fronteggiare un’opposizione sempre più decisa sul tema, e un’opinione pubblica ormai quasi prevalentemente a favore del matrimonio egualitario.

La situazione dei diritti LGBTQIA+ in Giappone

In apparenza immutabile nel proprio conservatorismo, il Giappone ha però fatto diversi passi avanti negli ultimi anni, sebbene sia ancora lontano dal raggiungere gli standard di uguaglianza tenuti dalla maggior parte delle altre nazioni sviluppate.

Sebbene il paese non presenti una tradizione storica di criminalizzazione dell’omosessualità come in molti paesi occidentali – l’attività sessuale tra persone dello stesso sesso è stata vietata solo per un breve periodo tra il 1872 e il 1881 – il percorso per l’inclusività è infatti ostacolato da un assetto giuridico che non perseguita, ma ignora. 

E, come spesso accade, la via viene scavata da una battaglia giudiziaria stillicida, dove le sentenze si alternano, il diritto si confronta con la cultura, e la Costituzione diventa arena di un dibattito sull’identità collettiva. Nel marzo 2021, la prima sentenza storica emessa dal tribunale distrettuale di Sapporo – seguito da quello di Tokyo e Fukuoka – che definiva il mancato riconoscimento delle unioni omosessuali come una violazione della Costituzione.

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A ottobre 2023, un nuovo passo: la Corte Suprema ha abolito l’obbligo di sterilizzazione per il cambio legale di genere. Una vittoria per le persone transgender che, fino ad allora, dovevano sottoporsi a interventi invasivi per vedere riconosciuta la propria identità.

Ma se i tribunali vanno in una direzione, la politica giapponese, con il Partito Liberal Democratico in testa, rimane rigida nel suo conservatorismo, contraria a un cambiamento sostanziale. Pecore nere, il Partito Democratico Costituzionale e il Partito dell’Innovazione, che sostengono una visione più aperta ed hanno più volte mostrato il proprio sostegno al matrimonio egualitario.

Nel frattempo, i movimenti LGBTQIA+ guadagnano terreno, sostenuti dal fervore di una società civile giovane e globale: il Tokyo Rainbow Pride, dal 2012 evento principale della comunità in Giappone, ha radunato quest’anno oltre 150.000 persone.

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