La Polonia ha scelto Karol Nawrocki. Con una manciata di voti di scarto (50,89%), il candidato indipendente – ma sostenuto dal partito nazional-conservatore PiS – ha vinto le presidenziali del 2025, superando al ballottaggio il sindaco liberal-progressista di Varsavia, Rafał Trzaskowski (49,11%), volto simbolo dell’Unione Europea inclusiva e dei diritti civili. Una vittoria sofferta, arrivata al termine di una campagna elettorale polarizzante e dominata dalla retorica securitaria, che ha visto Nawrocki raccogliere il consenso della destra più conservatrice e di una parte dell’elettorato disilluso.
La sua elezione arriva proprio nel momento in cui il Paese sembrava finalmente orientato verso un pieno ritorno allo stato di diritto e a un rafforzamento delle libertà civili dopo oltre un decennio di governo reazionario. Il governo filo-europeista di Donald Tusk, insediatosi appena un anno e mezzo fa, aveva infatti avviato un percorso di ricucitura istituzionale con Bruxelles, promosso la depoliticizzazione della magistratura, tentato – seppur timidamente – di reintegrare i diritti della comunità LGBTQIA+ nel discorso pubblico e giuridico. Ma la vittoria di Nawrocki rischia ora di vanificare quei fragili progressi, tanto che Tusk, consapevole del nuovo equilibrio e della crescente tensione politica, ha annunciato che chiederà un voto di fiducia in parlamento per riaffermare la tenuta della sua maggioranza e rilanciare l’agenda riformista.
Il PiS, partito chiave delle famose zone anti-LGBT ora smantellate, esce dunque dalla porta, ma rientra dalla finestra. Depotenziato a livello parlamentare, riconquista la presidenza della Repubblica, la carica istituzionale che in Polonia ha il potere di porre il veto sulle leggi, nominare giudici e ambasciatori, sciogliere il parlamento. Un contrappeso fortissimo in un sistema semipresidenziale. Con Karol Nawrocki, la destra reazionaria ottiene una nuova sponda, ancor più ideologica del suo predecessore Duda, più mediatica, più determinata a sabotare dall’alto ogni tentativo di modernizzazione civile.
Elezioni presidenziali in Polonia, chi è Karol Nawrocki?
Classe 1983, ex pugile dilettante e ultras della squadra di calcio di Danzica, Karol Nawrocki non viene dalla politica elettiva, ma ha costruito la propria carriera nei meccanismi simbolici del potere, occupando ruoli chiave all’interno dell’apparato statale incaricato di plasmare la memoria collettiva in chiave nazionalista. Storico di formazione, è stato prima direttore del Museo della Seconda Guerra Mondiale di Danzica – da cui ha rimosso ogni accento critico sul ruolo della Polonia – e poi presidente dell’Istituto della Memoria Nazionale (IPN), l’ente pubblico incaricato di custodire e reinterpretare la storia del Paese secondo la narrazione patriottica del PiS. In entrambi i ruoli ha promosso una visione storica militante, ostile all’eredità comunista, diffidente verso l’Europa, incentrata su eroismo nazionale, martirio cattolico e anticomunismo viscerale.
Ma è con la sua candidatura alla presidenza che ha compiuto il salto definitivo nel campo politico, costruendo intorno a sé un’immagine di outsider vicino alla gente, padre di famiglia conservatore, fervente cattolico, uomo delle istituzioni, e alleato dei potenti. Non a caso, durante la campagna elettorale è stato ricevuto da Donald Trump nello Studio Ovale. “Il presidente Trump mi ha detto: vincerai“, ha raccontato con entusiasmo ai media, usando quell’endorsement per rafforzare la sua credibilità presso l’elettorato nazionalista. Un endorsement ribadito dal presidente statunitense su Truth Social stamattina.
Il suo programma? Un compendio perfetto della destra populista contemporanea. Opposizione all’ingresso dell’Ucraina nella NATO; rifiuto del Green Deal e delle politiche migratorie europee; uso sistematico del termine “ideologia LGBT” come spauracchio per galvanizzare l’elettorato cattolico; simpatia per il modello ungherese di Viktor Orbán, tanto da definire la sua Polonia futura come “un bastione contro la decadenza morale dell’Europa occidentale”.
Formalmente indipendente, Nawrocki è stato scelto da Jarosław Kaczyński come figura civica in grado di unire la destra post-Duda e sedurre anche gli elettori più disillusi. E la mossa ha funzionato. Dopo un primo turno tirato, Nawrocki ha saputo raccogliere i voti della destra radicale, siglando un patto con l’ultraliberista Mentzen e facendosi garante del suo programma: niente nuove tasse, niente migranti, niente unioni civili, niente censura all’omofobia. Un manifesto del sovranismo populista, firmato col sorriso.
In Polonia, il presidente ha però poteri reali: può porre il veto alle leggi approvate dal parlamento, può nominare giudici e ambasciatori, può sciogliere il Sejm in caso di crisi di bilancio. Ed il governo Tusk, pur essendo ancora in carica, non ha i numeri per scavalcare un veto presidenziale. Nawrocki ha già fatto sapere che non firmerà leggi su unioni civili, aborto o hate speech. Una posizione che, nel migliore dei casi, apre a una lunga stagione di stallo e tensione istituzionale; nel peggiore, potrebbe indurre l’esecutivo liberal-progressista di Tusk a rinunciare del tutto alle battaglie, accantonandole per evitare uno scontro che non può vincere.
L’altalena dei diritti in Polonia
Per capire cosa rappresenta l’ascesa di Nawrocki per la comunità LGBTQIA+, bisogna però guardare alla storia recente del Paese. Dopo il 2015, sotto i governi PiS e la presidenza Duda, la Polonia ha conosciuto un’ondata di repressione ideologica: mozioni simboliche per dichiarare i comuni “zone libere dall’ideologia LGBT”, divieti di fatto alle attività educative inclusive, attacchi ai Pride, propaganda martellante che dipingeva le persone queer come una minaccia per i bambini e la famiglia. E le famigerate aree del Paese interdette alle persone LGBT.
Nel luglio 2020, lo stesso Duda affermò che “LGBT non è un’identità, ma un’ideologia peggiore del neo-bolscevismo”. Fu rieletto. A Białystok, durante un Pride pacifico, centinaia di estremisti aggredirono i manifestanti. Nelle scuole si vietava ogni forma di educazione affettiva e sessuale. Per anni, nei media pubblici polacchi, il concetto di “tolleranza” è stato dipinto come una minaccia ai valori tradizionali, sinonimo di decadenza morale e pressione culturale esterna. Un atteggiamento che ha spinto l’Unione Europea a richiamare più volte la Polonia al rispetto dei principi fondamentali comunitari.
Polonia, suicidi in aumento a causa delle leggi omobitransfobiche del Paese
Poi qualcosa è cambiato. Nel 2023, il PiS perde le elezioni legislative e il governo passa alla coalizione guidata da Donald Tusk. È l’inizio di una parabola nuova. Le “zone LGBT-free” vengono smantellate dai tribunali; le associazioni tornano nelle scuole; il governo taglia i fondi pubblici alla Chiesa; si presenta un disegno di legge sulle unioni civili. Per la prima volta nella storia, il Parlamento discute apertamente del riconoscimento delle coppie dello stesso sesso. A Varsavia si apre il primo centro LGBTQIA+ con il patrocinio istituzionale. Si parla persino, seppure con prudenza, di riformare la legge sull’aborto. La comunità arcobaleno polacca, dopo anni di paura e mobilitazione, inizia così a intravedere una prospettiva. E poi, all’improvviso, arriva Nawrocki. La sua vittoria – strettissima ma decisiva – rischia di mandare tutto in fumo.
“È difficile nascondere la delusione e la rabbia – scrive sui social l’associazione KPH, una delle principali organizzazioni a tematica LGBTQIA+ in Polonia – La presidenza di Nawrocki significa 5 anni di marginalizzazione e il trattamento delle persone LGBTQIA+ come cittadini di seconda classe. Sarà molto difficile, se non impossibile, ottenere il sostegno per qualsiasi legge importante per le persone LGBT+. Ma non ci arrendiamo. È vero, sarà molto difficile, ma abbiamo già dimostrato che la comunità LGBT+ è forte e determinata.
Restiamo solidali e di supporto l’unə per l’altrə. È l’unico modo per vincere“.
Il neopresidente ha infatti promesso di fermare qualunque legge che, a suo dire, “violenti la morale cattolica e la Costituzione”. Per lui, le unioni civili sono incostituzionali, perché “il matrimonio è solo tra uomo e donna”. Il suo linguaggio, durante la campagna, è stato aggressivo e pericolosamente familiare: ha parlato di “propaganda sessuale nelle scuole”, ha triturato un libro a tematica queer in diretta, ha tuonato contro la “rivoluzione arcobaleno imposta da Bruxelles”.
Con la sua elezione, non solo viene meno ogni prospettiva di riforma: torna il rischio concreto di una nuova ondata repressiva. Il patto firmato con l’estrema destra prevede esplicitamente il veto su leggi contro l’omotransfobia. Nawrocki potrebbe usare il proprio ruolo per rilegittimare pubblicamente la retorica dell’odio, favorire boicottaggi locali ai programmi educativi, alimentare una cultura del sospetto verso qualunque iniziativa inclusiva.
I segnali sono già visibili. Alcuni sindaci ultra-cattolici hanno chiesto di reinserire nelle scuole “educazione alla famiglia in chiave tradizionale”. Alcuni quotidiani conservatori parlano apertamente di revocare i fondi agli enti che “promuovono valori estranei alla cultura polacca”. Il presidente stesso, nei primi discorsi, ha parlato di “ripulire la scuola da contenuti ideologici” e di “ridare ai genitori il controllo sull’educazione dei figli”. Un lessico che la comunità LGBTQIA+ conosce bene: è lo stesso che, nel 2019, precedette la messa al bando di decine di attività scolastiche e culturali nelle aree più conservatrici del Paese.
Ma c’è anche un’altra parte di Polonia. Quella che ha votato Trzaskowski, che ha sfilato a Varsavia, che ha rimosso i cartelli “LGBT-free”. Quella che non arretra. Il governo Tusk, pur nella nuova situazione di coabitazione conflittuale, ha già dichiarato che non cambierà rotta. «Continueremo a fare ciò che è giusto, anche con un presidente che prova a bloccarci», ha affermato il premier dopo il voto.
A Bruxelles, la nuova virata a destra della Polonia non è del resto passata inosservata. Nelle prime reazioni ufficiali, le istituzioni europee hanno scelto di mantenere un tono disteso, tentando di trasmettere fiducia nella prosecuzione del dialogo. “Sono fiduciosa che l’Ue continuerà la sua ottima cooperazione con la Polonia”, ha dichiarato Ursula von der Leyen, lasciando intendere che, nonostante il cambio di scenario, il canale diplomatico resta aperto. Un auspicio ribadito anche dalla Commissione europea attraverso la portavoce Paula Pinho: “Contiamo sul fatto che le riforme messe in campo dalla Polonia possano continuare”. E a stemperare ulteriormente i timori, le parole del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: “La Polonia è e sarà sempre al centro dell’Europa”. Intanto, Vladimir Putin esulta.
