Budapest, l’attivista non binary Maja T. condannata a 8 anni per aggressioni durante un raduno neonazista

In Germania cresce la preoccupazione per le possibili conseguenze verso una persona LGBTIAQ+ nell'Ungheria di Orbán

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ungheria Maja T condannata attivista non binary neonazismo
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La deriva illiberale dell’Ungheria di Viktor Orban non conosce tregua. Un tribunale di Budapest ha condannato a otto anni di carcere l’attivista tedesca Maja T., imputata per aggressioni avvenute nel febbraio 2023 attorno al raduno neonazista del “Giorno dell’Onore, appuntamento internazionale dell’estrema destra nella capitale ungherese.

 

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Chi è Maja T. (e perché è una notizia anche LGBT+)

In Germania Maja T. è descritta da media pubblici come persona non binaria, detenuta in Ungheria anche in isolamento e al centro di un caso politico-giudiziario legato all’estradizione. La stessa Corte costituzionale tedesca ha ricostruito la vicenda dell’estradizione e le criticità connesse alle tutele fondamentali, citando anche la sua autoidentificazione come non binaria. Secondo osservatori e media tedeschi, l’identità di genere di Maja T. rappresenta un fattore di rischio concreto in caso di detenzione in Ungheria, Paese oggetto di procedure UE per violazioni dello Stato di diritto e responsabile del divieto del Budapest Pride.

Il legame con Ilaria Salis

Maja T. era tra le persone finite nell’inchiesta ungherese che coinvolgeva anche Ilaria Salis: l’eurodeputata italiana è uscita dal carcere dopo l’elezione a Strasburgo, mentre Budapest continua a rivendicare il processo. In aula, Maja T. ha contestato l’impianto accusatorio, mentre la procura ungherese aveva chiesto pene molto più alte.

Il contesto: l’Ungheria di Orbán tra “illiberalismo”, guerra e repressione anti-LGBTIAQ+

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Il caso Maja T. non è certo un fulmine a ciel sereno. Orbán rivendica da anni una traiettoria “illiberale”: il sodale politico di Meloni ha teorizzato la “democrazia illiberale” diventata manifesto politico già nel 2014. Sul piano europeo, Budapest è da tempo sotto osservazione per lo stato di diritto: la Commissione UE segnala un livello basso di fiducia nell’indipendenza giudiziaria e problemi strutturali. Non a caso Bruxelles ha congelato miliardi di fondi legandoli alle riforme sullo stato di diritto.

Sul fronte internazionale, l’Ungheria resta anche uno degli attori più conflittuali in UE sulla linea di sostegno all’Ucraina, grazie alla relazione opaca con il Cremlino e Putin. Sul fronte LGBTQIA+, dal 2025 la stretta è diventata esplicita: una legge ha limitato la libertà di assemblea collegandola alla normativa “a tutela dei minori”, portando al divieto del Budapest Pride e del Pride di Pécs.

 

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Cosa succede ora: appello, pressioni diplomatiche, partita UE

Le prossime tappe sono tre:

  • 1. Appello in Ungheria (la condanna è impugnabile).
  • 2. Pressione tedesca: in Germania il caso è già stato definito problematico sul piano costituzionale e dei diritti fondamentali.
  • 3. Livello UE: tra fondi bloccati, procedure sullo stato di diritto e clima politico, il processo rischia di diventare un nuovo dossier simbolo, come lo fu Salis, della frattura tra Budapest e l’Unione.

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