La parola consenso sparisce dal testo e al suo posto compare la “volontà contraria” della vittima. È su questo passaggio, apparentemente tecnico ma in realtà profondamente politico, che si è acceso lo scontro attorno al Ddl stupri riformulato in Commissione Giustizia al Senato su iniziativa della senatrice leghista Giulia Bongiorno.
Dopo l’approvazione alla Camera di un testo che metteva al centro il “consenso libero e attuale”, il nuovo impianto normativo sposta il baricentro sulla necessità che la vittima abbia espresso una “volontà contraria” in modo chiaro. Una modifica salutata con favore da parte dell’avvocatura, ma definita dalle opposizioni un passo indietro “dettato dal patriarcato”.
Gay.it ne ha parlato con Marilena Grassadonia, Segreteria nazionale e Responsabile Diritti e Libertà di Sinistra Italiana e Coordinatrice Politiche Diritti LGBT+ Roma Capitale, tra le promotrici della mobilitazione contro la riformulazione del testo.
In questo articolo
- 1 Ddl stupri, dal “consenso libero e attuale” alla “volontà contraria”
- 2 Il rischio della vittimizzazione secondaria
- 3 “Meglio nessuna legge che questa legge”
- 4 Consenso e autodeterminazione: una battaglia che riguarda tuttə
- 5 Educazione, prevenzione, cultura
- 6 La mobilitazione e lo slittamento ad aprile
- 7 “Il consenso è la nostra libertà”
Ddl stupri, dal “consenso libero e attuale” alla “volontà contraria”
Nel testo approvato alla Camera, la violenza sessuale veniva definita come ogni atto compiuto in assenza di un “consenso libero e attuale”. Con la riformulazione in Senato, il focus si sposta invece sulla “volontà contraria” della persona offesa, cioè sulla necessità di aver manifestato esplicitamente il proprio dissenso.
Per Marilena Grassadonia, tuttavia, non si tratta di una sfumatura lessicale:
“La destra di governo, con Giulia Bongiorno, nascondendosi dietro un ipotetico tecnicismo e un cavillo burocratico, ha modificato il testo che era stato condiviso alla Camera. Da un testo che avrebbe dovuto essere sul consenso sparisce proprio la parola consenso. Ma il tema non è solo lessicale: è di merito, di contenuto”.
Secondo l’esponente di Sinistra Italiana, la riformulazione “stravolge un’impostazione che voleva finalmente portare dentro una legge un concetto capace di destrutturare la cultura patriarcale”, quella che storicamente ha costretto le donne a dimostrare di non essere consenzienti.
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Il rischio della vittimizzazione secondaria
Il nodo centrale, per Grassadonia, è il possibile spostamento del peso della prova sulla vittima.
“Se leggiamo il testo presentato dalla Bongiorno, salta all’occhio il tentativo di vittimizzazione secondaria. Si cerca di giustificare perché una donna non riesce a reagire, perché non scappa, perché non denuncia subito. Ma la letteratura scientifica ci dice che rimanere immobili durante una violenza è una reazione possibile. Non riuscire a divincolarsi fa parte di una situazione che si può creare”.
Il timore è che si torni a chiedere alla vittima di dimostrare di aver detto “no” in modo esplicito, in ogni fase del rapporto.
“Il passaggio rischia di diventare questo: sorella, forse devi convincermi che effettivamente hai detto no, fermati, in ogni istante. È l’esatto contrario di quello che abbiamo provato a far passare culturalmente in questi anni”.
E qui torna uno degli slogan delle mobilitazioni femministe:
“Sorella, io ti credo non è uno slogan. Ci sta dentro un cambio di paradigma”.
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“Meglio nessuna legge che questa legge”
La posizione di Marilena Grassadonia è netta, senza mediazioni:
“Mi sento di dire che è meglio nessuna legge che questa legge. Perché questa legge mette nero su bianco un arretramento culturale che i movimenti femministi e transfemministi, i centri antiviolenza, hanno cercato di scardinare in questi anni”.
Per Grassadonia, la riformulazione del Ddl stupri si inserisce in un disegno più ampio:
“Non possiamo limitarci a questo singolo aspetto. È parte di una postura reazionaria rispetto alle donne e alle soggettività oppresse. Dalla proposta sul consenso informato per impedire l’educazione sesso-affettiva nelle scuole da parte del Ministro Valditara alla proposta di legge del Ministro Schillaci e della Ministra Roccella rispetto ai percorsi di affermazione di genere delle piccole persone trans, c’è una linea coerente”.
Consenso e autodeterminazione: una battaglia che riguarda tuttə
La questione, sottolinea, non riguarda solo le donne cisgender.
“Non si fa mai riferimento alle altre soggettività che continuano a subire violenza e discriminazioni. Questa è la stessa destra che ha affossato una legge contro l’omolesbobitransfobia, che in Parlamento ha pronunciato parole irripetibili contro la comunità LGBT”.
Il consenso, dunque, è un principio trasversale:
“Stiamo parlando dei nostri corpi, delle nostre scelte, delle nostre emozioni. Il consenso deve essere espresso in tutte le fasi del rapporto. Se io dico no è no. E se tu vuoi una relazione paritaria con me, deve esserci consenso. Se no diventa violenza, sopraffazione, discriminazione”.
Un concetto che tocca direttamente anche la comunità LGBTQIA+, dove il tema dell’autodeterminazione del corpo è da anni al centro del dibattito pubblico.
Educazione, prevenzione, cultura
La riforma, evidenzia Grassadonia, si concentra sull’inasprimento delle pene ma trascura la prevenzione.
“Ogni legge che questo governo mette in campo lavora solo sulla parte penalistica. Non hanno mai parlato di prevenzione, di formazione. Portare nelle scuole l’educazione sessuo-affettiva è fondamentale, indipendentemente dalle idee delle famiglie. Non tutte sono in grado di trasmettere concetti di rispetto, parità, uguaglianza”.
Un passaggio che collega direttamente la norma al drammatico aumento di femminicidi tra giovanissimi.
“Assistiamo a episodi che riguardano ragazzi e ragazze giovanissimi. Evidentemente non hanno avuto una formazione che parla di consenso, di rispetto dell’altra persona, di saper accettare un no”.
La matrice, dice, è sempre la stessa:
“La cultura del più forte, di chi si sente superiore e vuole imporre la propria idea agli altri”.
La mobilitazione e lo slittamento ad aprile
Dopo le proteste davanti al Senato e la mobilitazione delle associazioni femministe e transfemministe, la discussione del testo è slittata ad aprile.
“La volontà di questo governo di andare velocemente ha dovuto fare i conti con la mobilitazione collettiva. Spero che ci sia un briciolo di dignità in chi oggi ci governa”.
In queste settimane, sottolinea, la risposta dal basso è stata immediata. Sui social e nelle piazze si moltiplicano le mobilitazioni contro la riformulazione del Ddl, con l’obiettivo dichiarato di non arretrare di un millimetro e di dare un segnale forte anche alle nuove generazioni, proprio sul terreno della costruzione delle relazioni e del rispetto reciproco.
“La mobilitazione che si sta sollevando in tutto il Paese ci lascia una speranza: che chi sta dentro i palazzi capisca che si sta facendo qualcosa di ignobile e, allo stesso tempo, che cittadine e cittadini trovino fiducia e forza nel fatto che mobilitarsi serve, che le mobilitazioni possono cambiare le cose quando quelle che si stanno facendo non sono giuste”.
L’esponente di Sinistra Italiana avverte però che il contesto è delicato.
“Con il Ddl sicurezza questo governo sta provando a limitare gli spazi di dissenso e di manifestazione. Dobbiamo essere molto bravi e brave a non fermarci, a non lasciarci intimidire, opponendo una mobilitazione e un’opposizione democratica”.
Una resistenza civile che, nelle intenzioni dei promotori, non si esaurisce nelle piazze ma punta a incidere anche nei luoghi istituzionali.
Sinistra Italiana, insieme ad Alleanza Verdi e Sinistra, ha predisposto una mozione da presentare in Consigli comunali e regionali in tutta Italia.
“La stanno presentando i nostri amministratori dal comune più piccolo a quello più grande. È un contributo al dibattito pubblico. Non vogliamo metterci nessun cappello in testa, ma far arrivare la voce delle piazze nei luoghi dove si votano le leggi”.
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La linea, ribadisce Grassadonia, è netta:
“Questa legge non è accettabile e noi siamo insieme a chi scende nelle piazze e si mobiliterà per restituire un futuro migliore a questo Paese, soprattutto alle tante giovani donne e alle persone che fanno parte della comunità LGBT, che ancora oggi non sono dignitosamente rappresentate e tutelate”.
Accanto alla mozione, l’impegno politico prosegue su più livelli.
“Iniziative, dibattiti, confronti: continueremo a organizzarli, lo stiamo già facendo. Stiamo provando a tenere questo filo, a essere parte della rete e a dare il nostro contributo affinché le richieste che arrivano dalle piazze entrino nei palazzi, nei luoghi dove si clicca un bottone e si vota una legge”.
Un lavoro di raccordo tra mobilitazione civile e azione istituzionale che, nelle intenzioni dei promotori, punta a trasformare l’indignazione collettiva in pressione politica concreta.
“Il consenso è la nostra libertà”
Se dovesse spiegare in una frase perché la parola consenso merita una mobilitazione nazionale, Grassadonia risponde così:
“Noi donne ci siamo conquistate il diritto a scegliere, a essere noi stesse, a poter dire di no. Il consenso racchiude tutto questo. Se io dico no è no. E il consenso deve esserci in tutte le fasi del rapporto”.
Senza quella parola nel testo di legge, secondo la dirigente di Sinistra Italiana, si legittima una lettura che vede le donne “un gradino al di sotto”, costrette a dimostrare, giustificare, spiegare.
“Il consenso è la nostra libertà. E noi non siamo disposte a fare nessun passo indietro sulle libertà che abbiamo conquistato”.
La partita, avverte, non riguarda solo una riforma del codice penale ma “la tenuta democratica e culturale del Paese”.
Una sfida di civiltà che, oggi più che mai, chiama in causa donne, uomini, persone LGBTQIA+, giovani generazioni e società civile nel suo complesso. Perché, come ribadisce Grassadonia, “la mobilitazione serve a cambiare le cose quando quelle che si stanno facendo non sono giuste”.


