Caduto Viktor Orban, l’Ungheria vuole velocemente voltare pagina. Ad un anno dal Budapest Pride più partecipato di sempre, con il sindaco Gergely Karácsony incriminato per aver organizzato una manifestazione lo scorso anno vietata dall’allora premier nazionalista, la polizia ungherese ha ufficialmente dichiarato che non proverà a fermaee la parata del Budapest Pride prevista il prossimo 27 giugno.
Un netto e importante segnale di discontinuità, che riflette la nuova linea più “europeista” inaugurata da Peter Magyar, neo premier che ha sconfitto Orbán alle elezioni del mese scorso.
“Durante la procedura di notifica per la parata del Pride 2026 e la successiva consultazione di persona con gli organizzatori, non sono emersi motivi per vietare l’evento“, ha dichiarato la polizia ungherese, scrivendo la parola fine ad una vergognosa pagina che ha creato un pericoloso precedente nel cuore dell’UE.
Ungheria, basta divieto ai Pride
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All’epoca Orban fece approvare una norma che vietava la “rappresentazione e promozione” dell’omosessualità ai minori di 18 anni, rendendo di fatto reato i Pride in tutto il paese. Gergely Karácsony, sindaco di Budapest, si ribellò, così come Buzás-Hábel Géza, incriminato per aver organizzato il Pride di Pecs. A Budapest arrivarono manifestanti e rappresentanti politici da tutto il mondo, compresi noi di Gay.it, per sfidare la legge fascista di Orban e ricordare all’Unione Europea come e quanto l’Ungheria stesse agendo illegalmente, in quanto Paese membro. Le immagini del Pride di Budapest fecero il giro del mondo, trasformandosi nella prima vera sconfitta di Viktor Orban, poi definitivamente caduto alle urne lo scorso aprile con il trionfo di Magyar, conservatore liberale europeista. Indimenticabile, in tal senso, quel bacio queer nel cuore di Budapest, nel giorno della liberazione dall’ex primo ministro.
Il 21 aprile è poi arrivata la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha bocciato la legge anti-LGBTIQ+ voluta da Orban nel 2021. Una legge di ispirazione russo-putiniana che equiparava l’omosessualità alla pedofilia e vietava qualsiasi contenuto LGBTQ+ rivolto ai minori, violando di fatto il diritto dell’Unione su quattro piani distinti, ovvero la libertà di prestare e ricevere servizi, la Carta dei Diritti Fondamentali, il GDPR e la violazione dell’Articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea, che ne sancisce i valori fondativi. La Corte ha stabilito che l’identità di genere è protetta come motivo di discriminazione dall’Articolo 21 della Carta, che la legge ungherese stigmatizzava e marginalizzava le persone LGBTIQ+ e che nessuno stato membro può invocare la propria identità nazionale per giustificare misure di questo tipo.
Il 27 giugno 2026 il Pride di Budapest tornerà ad essere finalmente ‘legale’, nella speranza che quanto avvenuto nel 2025 non debba mai più ripetersi.
La reazione di Europa Radicale e Certi Diritti
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La decisione della polizia ungherese di non porre veti giuridici allo svolgimento del Budapest Pride 2026 “segna un indiscutibile punto a favore delle libertà civili in Europa e rappresenta il primo effetto concreto del nuovo corso politico post-Orbán“, hanno commentato Europa Radicale e l’Associazione radicale Certi Diritti, tra le prime organizzazioni in Italia a denunciare la deriva liberticida ungherese e a scendere fisicamente in piazza sia in Italia che a Budapest nel 2025 contro i divieti del regime orbaniano.
Ma non è il momento dei trionfalismi.
“Un anno fa eravamo a Budapest per dimostrare che nessuna legge d’odio può fermare la libertà. Oggi quella libertà può marciare senza espedienti, ma l’impalcatura discriminatoria di Orbán è ancora intatta nell’ordinamento ungherese e il sindaco Karácsony è ancora sotto inchiesta per aver protetto i suoi cittadini“, ha ricordato Federica Valcauda, Tesoriera di Europa Radicale.
“Il Budapest Pride 2026 senza divieti è un’ottima notizia, ma le conquiste civili non si conservano senza una difesa costante. La sentenza della Corte di Giustizia UE (C-769/22) che ha demolito le leggi omofobe ungheresi dimostra che l’iniziativa politica laica e giurisdizionale è l’unico vero argine ai nazionalismi“, ha precisato Chiara Squarcione del Consiglio Direttivo di Europa Radicale.
“I meccanismi dello Stato illiberale colpiscono sempre partendo dalle minoranze, usando la retorica ipocrita della “protezione dei minori” per normalizzare la censura. Il pensiero liberale e libertario ci impone di non abbassare la guardia: il via libera della polizia non cancella il tentativo di emulazione di quel modello illiberale che vediamo riproporsi anche in Europa occidentale e in Italia, attraverso censure affettive e compressioni del dissenso“, ha aggiunto Claudio Uberti, Presidente dell’Associazione radicale Certi Diritti.
“Questa battaglia transnazionale richiede rigore e risorse: non accetteremo compromessi geopolitici al ribasso sulla pelle dei cittadini europei. Per questo abbiamo delle richieste precise ed urgenti per i governi italiano e ungherese e all’Unione Europea“, ha concluso Nicola Bertoglio, Tesoriere dell’Associazione radicale Certi Diritti.
Europa Radicale e Certi Diritti hanno indicato tre passaggi politici obbligati per uscire dall’emergenza, da rivolgere ai tre attori principali di questa vicenda:
Al nuovo governo ungherese: Abrogare immediatamente l’intero pacchetto legislativo anti-LGBTI+, conformarsi alla sentenza CGUE e archiviare le indagini politiche contro il sindaco Karácsony.
All’Unione Europea: Non allentare la pressione finanziaria e politica, mantenendo attiva la procedura ex Articolo 7 TUE fino al completo ripristino dello Stato di diritto.
Al governo italiano: Uscire dall’ambiguità ideologica, esprimendo un chiaro sostegno al percorso di democratizzazione dell’Ungheria e pretendendo il rispetto dei trattati europei.
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