Péter Magyar, 45 anni, avvocato, è leader del Partito Tisza. Per chi guarda dall’esterno, e soprattutto per chi segue i diritti LGBTQ+, la tentazione è di leggerlo come il salvatore di una democrazia sequestrata. La realtà è più complicata. La repulsione per la deriva illiberale di Viktor Orbán rischia di offuscare le ambiguità di Péter Magyar.
Chi è Magyar e da dove viene

Magyar è un ex membro del partito di governo Fidesz di Viktor Orbán, ed è stato il marito dell’ex ministra della Giustizia Judit Varga. Ha attirato l’attenzione nazionale nel febbraio 2024, quando ha annunciato le sue dimissioni da tutti gli incarichi governativi in seguito a uno scandalo legato alla grazia presidenziale concessa a un complice in un caso di abusi su minori in orfanotrofi statali.
Da insider del sistema, ha trasformato la rottura con Fidesz in una narrazione di redenzione civica. In una ormai famosa intervista al canale YouTube indipendente Partizán ha descritto il governo come una “facciata politica” concepita per occultare le manovre di potere e accumulare ingenti fortune. In meno di un anno è diventato il politico più popolare d’Ungheria secondo i sondaggi indipendenti, superando Orbán, al potere da quindici anni. Un’ascesa che ha radici chiare: la popolarità di Magyar è alimentata dal peggioramento della situazione economica ungherese e dalla crisi del costo della vita. Non dai diritti civili.
Un conservatore, non un liberal

È necessario essere precisi su questo punto, perché la narrazione internazionale tende a semplificare. Magyar è un conservatore nazionalista critico, con evidenti caratteristiche populiste, ed è pro-UE. Ma non è un internazionalista progressista. Sta avendo successo dove altri ungheresi più liberali hanno fallito perché compete sullo stesso terreno di Orbán: quello anti-establishment e populista.
Il Partito Tisza si posiziona come alternativa trasversale alle ideologie. Il suo obiettivo principale è affrontare la corruzione governativa e migliorare il tenore di vita e i servizi pubblici. I diritti delle minoranze non compaiono tra le priorità dichiarate. Nei suoi comizi, Magyar non si è legato a proposte politiche specifiche, adottando un approccio generalista e ambiguo, mai preciso sui temi dei diritti individuali, e concentrandosi piuttosto sul livello di corruzione delle istituzioni “occupate” dagli uomini di Orbán, e sullo stato di diritto dell’Ungheria, trasformata sotto l’influenza della Russia di Putin in quella che lo stesso Orbán ha orgogliosamente rivendicato come “democrazia illiberale“, nel cuore dell’Unione Europea.
Magyar e il silenzio sul Pride e sui diritti LGBTQ+

Il profilo di Magyar diventa problematico per chi si occupa di diritti LGBTIQ+. Nel marzo 2025, mentre il parlamento ungherese approvava la legge che vieta le manifestazioni di sostegno ai diritti LGBTQ+, Magyar ha scelto una strategia di ambiguità calcolata. Ha seguito costantemente una linea di non farsi trascinare in questioni ideologiche legate all’identità affettiva e di genere, per conquistare sia l’elettorato liberale sia quello conservatore. Secondo molti osservatori di media liberali occidentali, sui temi LGBTIQ+ Magyar ha adottato una strategia di distacco calcolato. Lo schema di strategia politica è così riassunto:
– Condanna generale: ha criticato la legge anti-Pride limitandosi a condannare la “restrizione della libertà di riunione” in senso lato e criticando il regime Orban per la sua incoerenza sui bambini.
– Neutralità specifica: non ha menzionato esplicitamente il Pride né ha dato indicazioni ai suoi sostenitori circa la partecipazione all’evento vietato dal regime Orban.
I media filo-Orban, apertamente influenzati dalla propaganda russa, hanno cercato di associare il partito Tisza al Pride e di costringere Magyar a prendere una posizione pubblica esplicita a favore, che avrebbe potuto dividere l’elettorato ungherese ed aprire una crepa nella compattezza del voto di protesta anti-Orbán. La strategia è fallita: Magyar si è astenuto dal condividere esplicitamente il suo approccio sui diritti LGBTIQ+.
Al Budapest Pride del 28 giugno 2025, rivelatosi il più grande insuccesso di comunicazione politica di Orbán, con una partecipazione straordinaria da tutta Europa, Magyar era assente, mentre settanta eurodeputati e una commissaria europea avevano raggiunto Budapest per partecipare. Prima della manifestazione Magyar aveva pubblicato un messaggio sui social in cui chiedeva di non cedere alle provocazioni, precisando che qualsiasi incidente sarebbe stato responsabilità di Orbán. Un gesto di distanza, ma mai un segno di solidarietà.
Il partito Tisza ha preferito attaccare il governo sul tema della protezione dell’infanzia in senso concreto: orfanotrofi, ospedali pediatrici. Si è invece astenuto visibilmente dal criticare direttamente il divieto del Pride. Il silenzio sulla dimensione anti-LGBTIQ+ della legge solleva interrogativi sulla credibilità liberale del partito. Secondo molti analisti non direttamente coinvolti nella causa LGBTIQ+, il divieto del Pride applicato dal regime Orbán costituisce una “trappola” per Magyar: difendere i diritti LGBTIQ+ potrebbe fargli perdere il sostegno conservatore. Al contempo il suo silenzio rischia di allontanare gli elettori di sinistra e liberali verso altri partiti di opposizione. Nel dubbio, Magyar ha scelto il silenzio, spiegando che il suo governo proteggerà il diritto di assemblea. Senza mai dire che abrogherà la legge anti-LGBTQ+ del 2021, né il divieto del Pride del 2025, oggi cristallizzato in Costituzione grazie alla maggioranza dei due terzi di Fidesz.
Telex, il principale media indipendente ungherese, ha dedicato un’analisi specifica alla domanda che molti si pongono: perché Magyar tace sul Pride, e fino a che punto quel silenzio è giustificabile? La risposta è duplice. Da un lato, la questione del Pride rischia di dividere i simpatizzanti di Tisza e di spaventare gli elettori di destra che potrebbero avvicinarsi a Magyar. Dall’altro, Telex riporta la critica di Lakner, analista politico ungherese, che non aveva usato giri di parole: “Trovo un precedente estremamente negativo il fatto che il leader del più grande partito di opposizione non dica nemmeno che tutto questo è inaccettabile“, riferendosi alla campagna d’odio contro le persone LGBTIQ+ e alla limitazione dei diritti di assemblea. Magyar ha scelto una terza via: difendere il diritto di assemblea di “ogni ungherese“, senza mai nominare la comunità LGBTIQ+. La sua abilità politica è presto sintetizzata da una frase che il leader di Tisza aveva pronunciato nelle ore successive al clamoroso successo del Budapest Pride, che aveva reso visibile a livello internazionale la deriva illiberale orbaniana:
“Viktor Orbán è diventato il Re europeo del Pride, visto che nessuno ha mai saputo mobilitare una folla così grande contro se stesso usando il discorso d’odio e l’istigazione”
Una battuta politicamente abile, che attacca Orbán senza esprimere una sola parola di solidarietà concreta verso la comunità LGBTQ+.
Cosa chiede la comunità LGBTIAQ+ ungherese
La federazione delle associazioni LGBTQ+ ungheresi, riunite sul sito lmbtszovetseg.hu, ha pubblicato una lista precisa di ciò che chiede a qualsiasi futuro governo. I dodici punti coprono l’intero spettro dei diritti negati da Orbán: abrogazione delle disposizioni discriminatorie dalla Legge fondamentale, riapertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso, riconoscimento legale delle famiglie arcobaleno, ripristino del diritto di assemblea, autodeterminazione per le persone transgender, divieto delle terapie di conversione, educazione sessuale nelle scuole, accesso alla PrEP. Nessuno di questi punti compare nel programma di Tisza. Magyar non ne ha discusso pubblicamente nemmen ouno.
Le altre zone d’ombra di Magyar: Russia e Ucraina
Le ambiguità di Magyar non riguardano solo i diritti LGBTIQ+. Sul dossier Ucraina, il manifesto di Tisza è notevolmente scarno. Magyar ha dichiarato più volte che non invertirebbe l’attuale politica ungherese di non sostegno a Kiev, e sebbene segnali l’intenzione di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia, la sua tabella di marcia prevede di farlo entro il 2035, ben oltre l’obiettivo europeo fissato al 2027. Una posizione che analisti di think tank europei e americani definiscono pragmatica ma priva di reale discontinuità con l’era Orbán.
Un’analisi dei voti di Tisza al Parlamento europeo condotta da Eulytix mostra che, sebbene gli eurodeputati di Tisza siano per lo più allineati alle forze pro-UE, si impegnano in un allineamento tattico con Fidesz su questioni politicamente sensibili come Ucraina, agricoltura e migrazione. Un elemento geopolitico rilevante va comunque tenuto in considerazione: il Cremlino ha attivamente lavorato contro Magyar. Alla propaganda russa si deve probabilmente il tentato scandalo sessuale (con un video) ai danni di Magyar da parte di Orbán. La strategia russa includeva la promozione di Orbán come “leader forte con amici in tutto il mondo” e “attacchi informativi” contro il partito Tisza, ritraendolo come un “fantoccio dell’UE”, spiega il Kyiv Post.
Che la Russia preferisca Orbán a Magyar non significa che Magyar sia un avversario risoluto di Mosca. Significa semplicemente che per il Cremlino la differenza è sufficiente a giustificare un’interferenza.
Il problema strutturale: Orbán ha cambiato le regole

Anche nell’ipotesi di una vittoria di Magyar, governare sarà molto difficile. Per capire perché, bisogna capire cosa ha costruito Orbán in sedici anni. La persecuzione sistemica verso le persone LGBTIAQ+ fa parte di un più ampio quadro, coerente con la strategia di Putin di utilizzare l’Ungheria per distruggere il progetto dell’Unione Europea.
Quando tornò al potere nel 2010, Viktor Orbán vinse con il 52% dei voti ma conquistò, grazie a una legge elettorale cucita su misura e modificata decine di volte, oltre due terzi dei seggi in Parlamento. Quella maggioranza costituzionale è stata, come scrive Tonia Mastrobuoni su Repubblica, “la clava con cui Orbán ha distrutto la democrazia“.
Con quella clava, ha umiliato la Corte costituzionale e la Procura generale, affidate ad amici d’infanzia. Ha sostituito la Corte suprema con un sistema duale che nomina e rimuove i giudici attraverso fedelissimi del suo partito Fidesz, che si è di fatti sostituito al corpo dello Stato in pieno stile russo-cinese. Ha soggiogato l’intera rete dell’informazione, pubblica e privata. Ha affidato l’economia privata e il libero mercato a complici e prestanome: il caso più clamoroso è Lőrinc Mészáros, compagno di scuola dell’autocrate, idraulico fallito trasformato in pochi anni nell’uomo più ricco d’Ungheria, cui sono stati affidati un quinto degli appalti pubblici e una holding che controlla 120 aziende. Come scrive la politologa Zsuzsanna Széleny, “dopo che ha riempito le istituzioni pubbliche con gente fedele a lui, Fidesz è diventato indistinguibile dal governo e dallo Stato“.
È in questo sistema che Magyar si troverebbe a governare. Orbán ha vinto il 54% del voto popolare nel 2022, ma ha ottenuto quasi il 70% dei seggi grazie a collegi uninominali sovrarappresentati. Per ottenere la maggioranza qualificata necessaria ad abrogare le riforme più profonde, comprese quelle costituzionali che oggi blindano il divieto del Pride, Magyar avrebbe bisogno di un margine che nessun sondaggio gli attribuisce. I tribunali sono stati riempiti di nomine fedeli, la pubblica amministrazione è popolata di funzionari del partito, le università poste sotto il controllo di fondazioni attraverso manovre legislative difficilissime da disfare.
Il paragone con la Polonia di Tusk è istruttivo: anche lì, a oltre due anni dalla vittoria dell’opposizione, smontare le riforme illiberali dei furono fratelli Kackinsky si è rivelato un cantiere lentissimo e accidentato (si vedano le conseguenze dell’elezione del Presidente Nawrocky). E il sistema di potere di Orbán è molto più profondo di quello che Tusk si è trovato ad affrontare.
Cosa aspettarsi
Magyar è certamente altro rispetto a Orbán. Ma la soglia è talmente bassa da rendere il confronto quasi privo di significato pratico per la comunità LGBTIAQ+ ungherese. Non è un alleato: è un politico conservatore che ha scelto deliberatamente il silenzio sui diritti delle minoranze sessuali per non perdere consensi. L’Ungheria potrebbe passare da un governo che perseguitava attivamente la comunità LGBTIAQ+ a un governo che la ignora. Non è poco. Ma non è abbastanza per esultare, qualunque sia il risultato di Magyar.
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