Che cosa significa, in fondo, essere genitori? Per molti, l’immaginario comune è quello di una coppia tradizionale che, mano nella mano, accompagna un bambino lungo il suo percorso di crescita.

Come sappiamo bene, tuttavia, la realtà è spesso più complessa e ricca di sfumature, ben lontana dalle rappresentazioni semplicistiche a cui siamo abituati. Lo ha dimostrato Michela Murgia con la sua famiglia queer, sfidando le convenzioni sociali e mostrando che l’amore familiare può assumere molte forme.

Lontane dai riflettori, dalle critiche rivolte alle famiglie arcobaleno, alla gestazione per altri e le discussioni su un’inesistente “ideologia gender”, esistono storie di straordinaria quotidianità, fatte delle stesse gioie, sfide e aspirazioni di qualsiasi altra famiglia.

Nel nostro Paese esiste infatti una via meno battuta, a tratti sconosciuta o volutamente ignorata: l’affidamento, un percorso accessibile anche a coppie e single appartenenti alla comunità LGBTQIA+. È un universo sommerso, fatto di storie silenziose che parlano di amore incondizionato, di resistenza ai pregiudizi radicati e di coraggiose sfide alla burocrazia.

Quella che segue è una di queste storie: il racconto di Giuseppe, un papà single omosessuale che, grazie al supporto del progetto AFFIDIamoci – nato da un’idea dell’associazione M’aMa – Dalla Parte dei Bambini, più conosciuta come Rete delle MammeMatte – ha deciso di intraprendere un cammino diverso per realizzare il suo desiderio di genitorialità.

Un viaggio caratterizzato da lunghe attese, ostacoli istituzionali che sembravano insormontabili e piccole, preziose vittorie personali.La sua testimonianza ci ricorda una verità che troppo spesso si perde nel fragore della retorica: una famiglia non è definita dalle norme sociali o dalle convenzioni del tempo, ma dall’amore che si è disposti a donare senza riserve.

Ho scoperto che si poteva diventare genitore affidatario grazie a mia sorella, che è passata dall’affido sine die all’adozione con l’articolo 44. Inizialmente ero titubante perché l’affido spaventa: hai un minore che vive con te per un periodo, ma poi potrebbe tornare nella sua famiglia d’origine. Questa cosa ti blocca un po’, e bisogna lavorarci molto su di sé per accettarla”.

Dopo un periodo di intensa riflessione, Giuseppe ha deciso comunque di intraprendere il percorso dell’affidamento, pienamente consapevole delle sfide che lo attendevano. Paradossalmente, il primo ostacolo che si è trovato ad affrontare non è stato il pregiudizio sociale, ma una burocrazia impreparata e incapace di adeguarsi alle realtà familiari emergenti.

Le istituzioni probabilmente non sono ancora pronte. Ho fatto il percorso tramite l’associazione MammeMatte e l’indagine psicosociale è stata fatta a Foggia. Il blocco più grosso è stato proprio questa indagine, perché non sapevano chi dovesse occuparsene. Mi mandavano da un ufficio all’altro: prima al consultorio, poi alla ASL di riferimento. È stato un calvario”.

Il sistema, spesso impreparato ad accogliere genitori appartenenti alla comunità LGBTQIA+, si è rivelato un intricato labirinto burocratico difficile da attraversare. Tuttavia, la sua determinazione lo ha spinto a non arrendersi.

Mi sono sentito dire da due assistenti sociali: ‘Ah, c’è un’associazione dietro, quindi chissà cosa c’è sotto’. Mi sono alzato e me ne sono andato, perché non avevo intenzione di commentare quello scempio. Mi sono seduto nella ASL e ho detto che non me ne sarei andato finché non avessero avviato l’indagine psicosociale. Alla fine, hanno fatto uscire il servizio di riferimento e ho trovato due persone splendide che mi hanno aiutato”.

Grazie a questa decisiva svolta, Giuseppe è riuscito a entrare nella lista delle famiglie affidatarie, estendendo la sua possibilità di accoglienza non solo in Puglia ma in tutta Italia, grazie alla rete di MammeMatte. È da quel momento che il suo percorso, al contempo entusiasmante e ricco di incognite, ha preso il via. Durante l’iter,  i servizi sociali del centro affidi del territorio di riferimento hanno valutato attentamente diversi aspetti della sua vita, tra cui la stabilità emotiva e quella lavorativa.

Volevano sapere se fossi mentalmente sano e se avessi una situazione lavorativa stabile, in grado di garantire un futuro al minore. Io, nel frattempo, mi sono preparato al meglio, cercando di mostrare chi ero davvero e quanto fosse importante per me il desiderio di genitorialità”.

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Nonostante le difficoltà incontrate, il supporto delle reti sociali è stato cruciale.L’associazione MammeMatte mi è stata accanto durante e dopo il percorso. Oggi ho un minore in affido sine die che ha 14 anni. Insieme ad altri genitori affidatari di tutta Italia, abbiamo creato un gruppo WhatsApp, dove condividiamo consigli e informazioni su come gestire le pratiche amministrative. Questo sostegno è stato fondamentale”.

Anche la sua famiglia è stata di grande aiuto. “La mia famiglia mi ha sostenuto moltissimo quando è arrivato mio figlio. La rete di affetto che si è creata è stata essenziale per me”.

Ma il percorso non è stato privo di sfide emotive. “Il primo abbinamento non è andato a buon fine, e ci avevo sperato tanto. Poi è arrivato mio figlio, ma ci sono voluti sei anni per arrivare al nostro abbinamento definitivo. Durante gli ultimi mesi, sapevo che sarei diventato il suo padre affidatario, ma abbiamo aspettato fino ad aprile per dirglielo, perché doveva finire la terza media prima di affrontare il trasferimento in una nuova regione. Ho passato mesi senza poterne parlare con nessuno, e questo è stato molto difficile da gestire”.

Le gioie dell’affidamento, però, hanno superato le difficoltà.Uno dei momenti più belli è stato ascoltare le testimonianze degli altri genitori affidatari. Vedi persone che fanno del bene, che donano il loro amore a questi bambini e ragazzi incondizionatamente, con cui devono trovare un modo di convivere e creare un legame. Ho visto una mamma felice di prendersi cura di un minore con problemi psichici e fisici, dedicandosi completamente a lui. È stato un momento davvero toccante”.

Le sfide sociali non mancano, soprattutto quando si tratta di costruire una relazione affettiva come papà single.È difficile trovare una relazione stabile ora, perché molti si spaventano. Pensano che la responsabilità che ho nei confronti di mio figlio ricada automaticamente su di loro. Questo crea un blocco”. Nonostante queste difficoltà, però, trova conforto nella comunità LGBTQIA+. “Faccio parte di Famiglie Arcobaleno, una delle realtà più attaccate dal governo, ma anche una delle più belle. Qui ci si sta insieme, si condividono esperienze e, soprattutto, è l’amore a creare una famiglia”.

Per chi sta considerando l’affidamento ma teme gli ostacoli, Giuseppe ha un messaggio chiaro: “Se hai fatto un percorso personale serio e stai valutando l’affidamento, hai già fatto gran parte del lavoro. Prendere un minore in affido significa aprire la tua casa e la tua vita a un’altra persona, e non c’è ostacolo sociale o istituzionale che possa scalfire quel desiderio. Se ci sono barriere, troverai un modo per abbatterle o superarle”.

Da dove iniziare? Un ottimo punto di partenza è AFFIDIamoci, progetto dell’associazione M’aMa dalla Parte dei Bambini, a sostegno alle famiglie affidatarie LGBTQIA+ durante l’intera durata del percorso.

Attraverso programmi di formazione, consulenza legale e psicologica, e una rete di famiglie affidatarie solidali, AFFIDIamoci si dedica a rompere le barriere del pregiudizio e a facilitare l’incontro tra minori in difficoltà e potenziali genitori affidatari, promuovendo una cultura dell’affido basata sull’inclusione e sull’importanza dei legami affettivi al di là delle convenzioni sociali tradizionali.

In Italia, diversi tribunali si stanno impegnando attivamente nella promozione di un approccio inclusivo e privo di pregiudizi nei confronti dell’affidamento dellə minori, scegliendo le famiglie più adatte indipendentemente dalla loro struttura – spiega Karin Falconi, responsabile di AFFIDIamoci – Tra questi, i tribunali di Campania, Piemonte, Toscana, Lombardia, Sardegna, Calabria e Sicilia. Incoraggiamo quindi sia i single sia le coppie omosessuali a valutare l’opportunità di aprire il loro cuore e la loro casa a questə bambinə: potete fare la differenza”.

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