Foggia, parla Alessandro, vittima dell’aggressione: “Trasformiamo la violenza in sogno” – intervista

"Circondatevi di chi vi supporta e poi denunciate, ricordando che il problema da affrontare è sempre uno: il patriarcato"

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Quando chiedo ad Alessandro di raccontarmi la sua storia, la prima cosa che fa è inviarmi su WhatsApp la denuncia dell’aggressione che ha subìto. Inizialmente penso a un eccesso di zelo o a una volontà di trasparenza impeccabile. Scopro solo in seguito che l’ha fatto perché i dettagli di quell’aggressione sono l’ultima cosa di cui vuole parlare.

Non per il trauma o per vergogna, ma perché Alessandro vuole scrollarsi di dosso l’etichetta di vittima, indagando e analizzando invece i fattori che hanno portato a quella violenza e impegnandosi attivamente per combatterla. Vuole dare un senso a quel dolore e mostrare che dietro ogni persona aggredita c’è un vissuto, esperienze, sogni e il desiderio di un mondo più gentile.

Pepita, è unǝ makeup artist di successo a Milano. Lǝ chiedo i suoi pronomi, e mi dice che non ha problemi a utilizzarli entrambi, identificandosi come persona non binaria. Ha lasciato Foggia perché sua madre temeva che quella soffocante città di provincia l’avrebbe uccisǝ. Ed è proprio dalle sue origini che parte il suo racconto.

“Sono un ragazzone di 36 anni che ha semplicemente voluto fare qualcosa di significativo nella vita. Sono natǝ a Napoli e cresciutǝ a Foggia, figliǝ di genitori adulti. Mia madre mi ha avuto a 41 anni e considera la mia nascita un dono di Dio che le ha trasformato la vita. Mio padre era un cristiano molto attivo nel movimento del rinnovamento dello spirito, impegnato in gruppi anti-abortisti e nella Caritas.

I miei genitori mi hanno cresciutǝ con autentici principi cristiani, improntati all’altruismo. Invece di andare ai campi estivi, già a 10-11 anni, spesso da solǝ, andavo a servire nelle cucine dei centri di accoglienza durante l’estate. Nei weekend, con mio padre, partecipavamo sempre ad attività di volontariato, come portare cibo ai senzatetto con i fratelli della stazione. Mio padre cercava di vivere il cristianesimo in modo autentico, trasmettendomi questi valori attraverso le nostre azioni quotidiane.”

Una famiglia molto coinvolta nella dottrina cristiana e una provincia dalla mentalità chiusa. Il coming out di Alessandro si prospettava un disastro. Invece…

“Ho fatto coming out con i miei genitori quando avevo 12 anni, dopo un tentativo di suicidio. Ho iniziato a subire bullismo appena mia madre mi ha permesso di uscire di casa, e i miei genitori hanno subito capito di trovarsi di fronte a una situazione che non sapevano come gestire. Si sono preoccupati di andare in terapia, oltre al fatto che io già ci andavo.

Questo non ha eliminato i conflitti, ma ci ha permesso di trovare il tempo e lo spazio per sederci e raccontarci chi eravamo, aiutandoci a diventare una famiglia unita. Abbiamo iniziato a lottare l’unǝ per i diritti dell’altrǝ: i miei genitori sono diventati attivisti e mia madre ha contribuito alla fondazione e alla crescita di AGEDO Foggia, collaborando anche alla nascita di Arcigay Foggia”.

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Il sit-in di protesta a Foggia nei giorni successivi all’aggressione.

Alessandro nota la mia sorpresa mentre rimango per un attimo in silenzio. Fresco di un articolo sull’impatto delle terapie di conversione – spesso imposte a ragazzǝ giovanissimi dai propri stessi genitori integralisti – mi stupisce invece ascoltare la storia di una famiglia pronta ad abbandonare ogni certezza per stringersi attorno a unǝ figliǝ vulnerabile e spaventatǝ dalle conseguenze di ciò che non poteva controllare.

“I miei genitori sono cristiani molto autentici – spiega Alessandro, e nonostante non possa vedere il suo volto, mi sembra di sentire il suo sorriso al di là della cornetta – secondo loro sono ciò che Dio ha mandato per insegnargli dove avevano sbagliato. Questa cosa era non solo un atto di amore enorme, ma anche un grande atto di genitorialità. Mio padre riusciva a sedersi a tavola con me, accettarmi e supportarmi. Il nostro legame è stato rafforzato, dimostrando che l’amore può superare qualsiasi barriera”.

Il supporto interno alla famiglia però non è sufficiente a combattere il mostro dell’intolleranza che attende le identità non conformi fuori dall’uscio di casa. Così, appena adultǝ, Alessandro deve farsi forza per inseguire i suoi sogni.

“Io ho deciso di fare lǝ truccatorǝ a 18 anni, durante gli esami di maturità classica, perché mi ero resǝ conto che qualunque cosa avessi fatto nella mia vita, la mia identità, che all’epoca definivo queer, avrebbe comunque comportato un ostacolo nella mia realizzazione personale. Decisi di intraprendere una carriera che mi permettesse di esprimermi liberamente attraverso il trucco.

Questo mi ha dato la possibilità di autodeterminarmi, risolvendo quel conflitto naturale tra ciò che si sente, ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. Attualmente lavoro come truccatorǝ, acconciatorǝ, profumierǝ ed espertǝ di cosmetici da oltre 17 anni, collaborando con diverse industrie, dalla moda alla musica. Qui ho potuto presentarmi come realmente sono, con abiti e accessori che mi rappresentano, sentendomi perfettamente a mio agio”.

Il mostro dell’intolleranza torna però prepotente nella vita di Alessandro sabato scorso, quando torna a Foggia per festeggiare il compleanno della madre. In una serata qualunque, viene accerchiatǝ da un gruppo di ragazzini minorenni che dapprima lo coprono di insulti omofobi, e poi lo aggrediscono. Ma lǝi non identificarsi come vittima e rifiuta di fermarsi a trovare cause superficiali per l’accaduto. È chiaro: per Alessandro la sua stessa esistenza è politica. Da qui parte la sua analisi.

“A me piacerebbe che questa mia aggressione diventi un’opportunità di conversazione. La violenza fisica sempre più crescente è intollerabile, e questo è ciò che voglio denunciare. Ma l’altra cosa che voglio denunciare è come Foggia sia un luogo, come tante province d’Italia, abbandonato completamente dallo Stato.

La violenza di questo gruppo di minorenni è la conseguenza massima di questo abbandono. Perché un ragazzino di 16 anni, come massimo divertimento di sabato sera, ha quello di importunare il prossimo? Perché anche io, crescendo a Foggia, sono stato acculturato con l’idea di essere cibo per vermi. Non ci sono infrastrutture, e tutto ciò che vuoi fare è a pagamento, quindi solo una parte delle persone può permetterselo.

Molti vivono di sussidi, e i loro figli non conoscono altro che la strada e la noia che essa comporta. Questo legittima le persone a pensare che nessuno valga nulla, nemmeno la vita di un altro, e che sia divertente giocare con la violenza pur di sentire qualcosa. L’aggressore definisce sé stesso”.

Alessandro riconosce l’omofobia e il razzismo come micce della violenza. Ma la sua analisi va oltre, rifiutando di parlare di un problema circoscritto alle regioni del sud. Sia perché si tratterebbe di una semplificazione inutile alla battaglia intersezionale per i diritti civili – che tra le sue lotte porta con orgoglio anche quella contro l’antimeridionalismo – sia perché, in quella serata fatidica, Foggia lǝ ha salvato la vita.

“Questa è stata un’aggressione omofoba e razzista, perché io e quella donna eravamo persone visibili e serializzate anche a livello di autorappresentazione. Ma la mascolinità tossica è alla base. Questi ragazzi si sono organizzati come un gruppo, ma sono rimasti impauriti quando si sono resi conto di essere stati doppiati dalla piazza.

C’è un ragazzo che è finito con una lesione alle corde vocali al pronto soccorso, l’avvocato che stava parlando con me e sua moglie. Non sono persone con cui io ho dei rapporti stretti. Io li avevo conosciuti al Pride dell’anno scorso e quello è finito al pronto soccorso per difendermi. La piazza mi si è stretta attorno a cordone.

Quindi capisci che io ho sentito l’importanza di porre l’accento su questo e di cogliere lo spunto di questo intervento di piazza collettivo nell’istillare un nuovo slancio di politiche sociali? Perché l’unico modo per sopravvivere alla violenza che subiamo è trasformarla in sogno, desiderio, utilità che impatta la realtà in modo irreversibile come è irreversibile la violenza subita.

Non voglio che ci sia un accanimento nei confronti di questi ragazzini; ci sarà una rieducazione nelle sedi competenti. Io denuncio l’assenza di solidarietà umana. Non si possono ottenere diritti civili senza affrontare le origini primarie di tutte le violenze, anche quelle di genere”.

Rimango – ancora una volta – senza parole per qualche istante, mentre Alessandro finisce di truccarsi. Mi sento di chiedergli un consiglio. Per me, e per tuttǝ coloro che ancora non sanno come reagire in maniera così lucida e determinata davanti a quell’onda nera che ci ha inaspettatamente travoltǝ da qualche mese a questa parte. L’onda altissima e apparentemente inarrestabile della violenza, della prevaricazione, della sopraffazione.

“Io so che non importa quanto tu sia allenato a subire violenza, la prima cosa che succede è che ti vergogni. Ti vergogni a parlarne perché è una cosa che devi affrontare non per tua volontà. E quindi provi quella vergogna che l’aggressore non prova più. L’unico modo per liberarti di questa emozione è trovare qualcuno che ti ascolti senza giudizio e dirglielo.

Prima parlane con le persone che ami e poi, con il loro supporto, denuncia. Le istituzioni spesso colpevolizzano, siamo talmente abituati alla violenza che preferiamo giustificare un reato.

Io quando mi sono recato in polizia con i capelli verdi e tutto, mi hanno guardato e mi hanno detto, una donna tra l’altro, mi ha puntato il dito e mi ha detto, ma tu così pensavi di poter andare in piazza a mercato senza conseguenze? Vedi, io sono profondamente convinta, ed è una delle ragioni per cui mi do del femminile, che il mio problema, la causa LGBTQIA+, è anche la causa delle donne. Da piccolo il primo insulto che ho ricevuto è stato “a’ mezza femmina”. Che significa che laddove una femmina non vale niente, tu vali ancora meno.

Perciò, circondatevi di chi vi supporta e poi denunciate, ricordando che il problema da affrontare è sempre uno: il patriarcato”.

Torno alla realtà, cerco di riordinare le idee perché è il momento dei saluti. Salvo la registrazione della nostra telefonata e mi preparo a trascriverla, ma prima do un’occhiata distratta fuori dalla finestra. Piove da tre mesi esatti nel piccolo borghetto arroccato sulle montagne della provincia torinese che ho scelto, due anni fa, di chiamare casa.

Penso a tutto il male che lo accomuna agli altri minuscoli centri sparsi per l’Italia, alla patologia che risiede al loro interno, la stessa di cui mi ha parlato Alessandro. E a un certo punto, scorgo, debole, quasi impercettibile, un arcobaleno attraversare la vallata per arrivare a quella successiva. Torno a scrivere. Ognuno ha le proprie armi, ma ora sono un po’ più consapevole del fatto che in ogni parte d’Italia – distante a una telefonata – c’è qualcunǝ che sta combattendo la mia stessa battaglia. La pioggia non mi dà più troppo fastidio.

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