Come Papa Francesco non ha mancato di evidenziare nel suo intervento all’assemblea di primavera di lunedì scorso, alla Chiesa l’omosessualità non piace. Non è gradita soprattutto all’interno dei seminari ecclesiastici, dove la “fr*ciaggine” – testuali parole del pontefice – viene “curata” a suon di terapie di conversione.
Lo racconta un’inchiesta della BBC attraverso le esperienze di tre uomini, tra cui un ex seminarista, che hanno scelto di condividere la propria storia per liberarsi una volta per tutte da quel senso di colpa instillatogli da una dottrina cattolica che li ha spesso fatti sentire sbagliati o peccaminosi per la loro naturale inclinazione affettiva.
“È stato il periodo più buio della mia vita – racconta Rosario Lonegro – la pressione psicologica nel farmi diventare qualcosa che non ero è stata insormontabile, perché non riuscivo a cambiare, per quanto ci provassi”.
Chiuso in stanzini bui, costretto a spogliarsi nudo davanti ad altri partecipanti e a rinnegare, attraverso inquietanti rituali, la sua omosessualità – percepita come un abominio e una falsità. A Rosario – entrato in seminario a soli 20 anni – era anche stato chiesto di inscenare il proprio funerale, e di “seppellire” le proprie inclinazioni sotto una simbolica pietra tombale.
Tutto per aver confessato ai propri superiori di essersi innamorato di un uomo. Una rivelazione destinata a segnare una svolta drastica nel suo percorso di vita e vocazione religiosa. Tormentato dal senso di colpa e dalla paura di commettere peccato agli occhi della Chiesa, Rosario si sentì allora in dovere di rinunciare a sé stesso.

Per più di un anno, serrati raduni spirituali – organizzati dall’ormai dismesso gruppo religioso spagnolo Verdad y Libertad – si trasformarono in vere e proprie vessazioni, con l’obiettivo di strappargli di dosso le sue inclinazioni.
Oggi, Rosario ha chiuso con il seminario, rinunciando alla propria vocazione per ritrovare sé stesso. Il prete che lo aveva costretto alla terapia di conversione è invece stato promosso nella gerarchia ecclesiastica, e in molti all’interno delle sue file continuano a prendere ispirazione dall’operato di Verdad y Libertad.
Una pratica già ampiamente condannata dalle Nazioni Unite, che nel 2020 l’aveva definita una forma di tortura.
In Italia, tuttavia, non esiste una legge che definisce precisamente, né tantomeno criminalizza le terapie di conversione, ed è impossibile quantificare il numero di persone LGBTQIA+ – in ambiente ecclesiastico e non – che le abbiano subite.
Questo perché si tratta di un fenomeno sommerso, endemico su tutto il territorio nazionale: le terapie di conversione possono nascondersi ovunque, perfino tra le fila degli ordini professionali più impensabili – tra cui quello degli Psicologi e degli Psicoterapisti.
Nella maggior parte dei casi, incontri di questo tipo – che siano individuali o di gruppo – vengono ben celati e promossi solo tramite canali non ufficiali. Ma non sempre. Alcune organizzazioni – avevamo parlato di Courage – svolgono le loro operazioni alla luce del sole. Altre fanno pubblicità sui social media e all’interno di circoli ultraconservatori.
Tra queste, troviamo quella fondata da Luca Di Tolve, “coach spirituale” che afferma di essere guarito dall’omosessualità dopo una visita a Medjugorie. Sul proprio sito web, la sedicente guida spirituale predica, insieme alla moglie, una cura per “coloro che sono in difficoltà col proprio orientamento sessuale e per questo ne soffrono”. Tra gli enti affiliati, anche Pro Vita.
Sono decine l* giovani in stato di vulnerabilità che ogni anno cadono nelle trappole delle terapie di conversione. Tra loro, anche Massimiliano Felicetti – oggi trentaseienne – che racconta alla BBC i suoi tentativi di modificare il proprio orientamento sessuale, durati ben 15 anni.
Quelle promesse di speranza e di purificazione – arrivate da psicologi cattolici e clericali – non si sono mai avverate. Dopo interminabili anni di sofferenze, Massimiliano è infine riuscito a fare coming out con la propria famiglia.
“Quando provai a baciare una donna, lo sentii innaturale. Era arrivato il momento di smetterla di mentire a me stesso”.
Ma se la sua è una storia a lieto fine, sono tantissime quelle con un epilogo ben più tragico. Secondo uno studio statunitense pubblicato sul Journal of Health Economics, una terapia di conversione aumenta del 17% le probabilità di suicidio nelle vittime. Questa percentuale dale del 55% quando si parla solo di ideazioni suicide.
Eppure, l’Italia sembra non avere nessuna intenzione di mettere un freno a questo terrificante fenomeno – specialmente con l’attuale governo di ultradestra e i suoi affiliati, ideologicamente vicini ad organizzazioni come Pro Vita, da sempre impegnate nell’attiva promozione delle terapie di conversione.
Un’assenza di progresso che non sorprende il mondo accademico. Come spiega Michele Di Bari – ricercatore dell’Università di Padova – l’Italia è lenta in maniera frustrante nell’implementare linee guide progressiste già adottate da altri paesi dell’Europa Occidentale.
“Le terapie di conversione sono un fenomeno estremamente elusivo, se consideriamo che lo stesso ordine degli psicologi le ha bandite, ma non il codice penale. Non ci sono pene per un reato che non esiste”.

Dall’esigenza di dare una definizione e fermare tali aberranti pratiche, il 17 maggio è partita la la campagna “Meglio a Colori” di Gaynet, in collaborazione con Rete Lenford, Arcigay, Mit, Agedo, Libellula, Gender X, Circolo, Mario Mieli, Genderlens, Famiglie Arcobaleno, Rete Genitori Rainbow, Arco, Agapanto, I Sentinelli di Milano, Alfi, Cest, Nudi, Tgenus, Cammini di Speranza, Edge, Dì Gay project, Tenda di Gionata, Omphalos LGBTI, Possibile Lgbti+.
“Finché si continua a dare credito alla retorica della devianza, ad affermare che l’omosessualità è una minoranza, da tollerare, ma sempre una deviazione dalla norma etero, casi come questo sono destinati ad aumentare, a trovare dignità, a trasformare il pregiudizio, l’ignoranza e la superstizione in feroce arroganza, in barbara violenza patriarcale, tossica, machista, che può spezzare lo spirito di qualunque adolescente non importa quanto forte o resiliente […] – si legge sul sito web della campagna ‘Meglio a colori’ –
Non rimaniamo in silenzio, non guardiamo dall’altra parte. Parliamo, reagiamo, contribuiamo a sostenere una legge che dica una volta per tutte che l’orientamento sessuale non si cambia, si rispetta”.
Ma intanto, chi riesce a scappare e a salvarsi come Rosario, deve comunque convivere per sempre con il trauma subito.
“C’è un elemento particolare che ancora oggi mi tormenta, e che veniva ripetuto ancora e ancora durante quegli incontri. Dio non mi ha fatto omosessuale. Era solo una bugia che mi raccontavo – conclude l’ex seminarista – Ero convinto di essere malvagio. Non lo dimenticherò mai”.


Mi dispiace per Rosario, ma rivelarsi ai propri superiori è stato un errore imperdonabile.