Il tennista Brian Vahaly accusa il mondo del tennis di omofobia e maschilismo

L'ATP nel mirino dell'ex tennista: "Quando ho fatto coming out sono stati insultati anche i miei figli".

brian vahaly
Brian Vahaly si racconta.
3 min. di lettura

Brian Vahaly è un ex tennista professionista, originario del New Jersey. Oggi 42enne, nel corso di un’intervista ha ricordato la sua carriera, le sue scelte riguardo lo sport e lo studio, ma soprattutto il suo coming out.

A causa di diversi infortuni, ha dovuto ritirarsi nel 2006, quando aveva solo 27 anni. E ha cambiato completamente vita: ora è l’amministratore delegato di una catena di palestre.

Undici anni dopo il ritiro, nel 2017, decide di fare pubblicamente coming out. Come in molti altri sport, anche nel tennis l’omosessualità è percepita come comportamento disturbante. Nel suo racconto, Brian sottolinea come l’ATP (Association of Tennis Professionals, l’associazione dei tennisti professionisti maschili) non faccia nulla per contrastare stereotipi e discriminazioni.

Un coming out non accettato: messaggi di odio verso Brian e la sua famiglia

Brian Vahaly era preparato al peggio, ma cotanto odio verso sé, famiglia e figli. In un’intervista a Ubitennis ha parlato del percorso di accettazione di sé, percorso che secondo Brian dovrebbe compiere anche il mondo dello sport per dimostrarsi più inclusivo e meno discriminatorio.

Durante il tour si facevano un sacco di battute omofobiche. Si tratta di un circuito molto maschilista e competitivo. Non c’è rappresentanza per i gay, a differenza del circuito femminile. Sicuramente da giovane non avevo una grande personalità e avevo bisogno di capire al massimo me stesso, e soffrivo del fatto che nel tennis non ci fosse nessuno con cui parlarne e nessuno che stesse vivendo qualcosa di simile.

L’ATP non muove un muscolo: “Penso che l’ATP potrebbe aiutare, se avesse una mentalità più aperta” ha incalzato Brian, citando l’esempio di Carl Nassib, giocatore di football americano, che ha fatto coming out a fine giugno:

Penso che Carl Nassib abbia gestito bene la situazione. Penso che non sia nemmeno una cosa su cui si debba discutere più di tanto. Spero che i tifosi lo capiscano, quando vedono un gay competere esattamente come gli altri. Il cambio di mentalità avverrà in tempi lunghi, ma è importante vedere che atleti così importanti prestano attenzione al tema.

La paura di dichiararsi al mondo

La decisione di fare coming out dopo aver appeso la racchetta al chiodo era voluta. Brian era già sposato con il suo compagno, con cui aveva due figli all’epoca, ma non era ancora aperto con il mondo. E la paura era una sola: le reazioni dei compagni di gioco e degli sponsor:

Mi chiedo se la qualità del mio gioco ne avrebbe beneficiato nel caso in cui fossi stato più libero mentalmente. Detto questo, so che durante gli anni Duemila non mi sarei sentito a mio agio a viaggiare in giro per il mondo. Alcuni paesi sono tuttora molto ostili nei confronti dei gay. C’era comunque una componente di rischio in un eventuale coming out, anche dal punto di vista economico. Come avrebbero reagito gli sponsor? Non si può sapere. Sono rischi che non vuoi correre se hai passato 25 anni a lavorare come tennista.

E come temeva, alcune reazioni si sono rivelate molto pesanti:

Sapevo che per me sarebbe stato importante parlarne apertamente appena ne avessi avuto l’opportunità. Volevo solo dirlo una volta per tutte. Ma non volevo sentirmi come se mi stessi nascondendo, anche se ero già sposato. Dopo aver avuto figli, è cambiato il modo di pensare riguardo a ogni cosa e ho pensato di dovermi in qualche modo fare avanti. Sono molto introverso, quindi tengo molto alla mia privacy, ma il fatto di avere figli ti cambia le cose.

Subito dopo la sua dichiarazione, sono iniziati gli insulti.

Dopo quel podcast in cui ho fatto coming out ho ricevuto una buona quantità di e-mail spiacevoli. Forse più di 1000 messaggi da persone che erano disgustate dal fatto che due uomini crescessero figli insieme. Ho ricevuto molto odio, ma sono stato avvantaggiato dal fatto di avere già una certa età, ero preparato psicologicamente e dunque tutto questo non ha avuto un grande impatto su di me.

E anche le minacce:

Ma quando la gente mi diceva che sapevano dove abitavo e che sarebbero venuti a portare via i bambini è stato spaventoso.

Agli atleti colleghi che si trovano in una situazione analoga e che non hanno ancora preso il coraggio in mano, Brian consiglia di parlarne con qualcuno, per aiutare se stessi a capire che non siamo soli.

Trova qualcuno con cui parlare, qualcuno di cui ti fidi. Sappi che ci sono persone come noi là fuori pronte ad aiutarti a imparare qualcosa su te stesso.

 

Cover: Instagram

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