Non esistono calciatori gay o nel calcio c’è un problema molto serio?
Mentre alle Olimpiadi di Milano Cortina la visibilità degli atleti LGBTIAQ+ illumina più della torcia olimpica (ieri i due ori di Breezy Johnson e Amber Glenn), di giocatori di calcio della serie A italiana apertamente gay non v’è traccia: su più di 500 atleti, neanche una persona apertamente omosessuale, con buona pace del coraggioso Jakub Jankto che ha ormai lasciato l’agonismo.
In verità non v’è traccia di calciatori apertamente gay neanche in Premier League, Bundesliga, Liga e League francese. Nei 5 campionati di calcio più influenti al mondo, che movimentano almeno 20 miliardi di euro l’anno, i calciatori gay fanno una vita nascosta, tra escort contrattualizzate per fungere da fidanzate di copertura nelle uscite pubbliche e matrimoni tarocchi che mettano a tacere le voci.
E mentre in Inghilterra si celebra il mese della lotta all’omobitransfobia con la “Premier League With Pride“, dalla Bundesliga tedesca apprendiamo che Pascal Kaiser, il giovane arbitro apertamente gay che aveva fatto pubblica richiesta di matrimonio al suo amato Moritz al Rhein Energie Stadion, è stato pestato a sangue da un attacco omofobo subito nel giardino di casa propria.
Le radici di una incapacità del sistema calcio di lasciare che i calciatori omosessuali possano apertamente vivere la propria identità affondano nel valore simbolico che il calcio ha assunto nelle società europee eteronormate. I passi in avanti che i paesi europei hanno fatto o stanno compiendo sui diritti civili (matrimonio egualitario, piena cittadinanza alle identità non cis) sembrano non intaccare la crosta di mascolinità tossica che dagli spogliatoi (sempre meno) riverbera sulle curve (sempre più) e nella conversazione pubblica che circonda il mondo del pallone (dai talk ai social).

In questo scenario, la Gazzetta dello Sport, con l’infelice titolo “festini gay“, ha riportato nei giorni scorsi una vicenda rimasta a lungo ai margini della storia ufficiale del calcio italiano, legata all’unica retrocessione in Serie B della Roma, nella stagione 1950-1951. Un episodio che riemerge attraverso una testimonianza raccolta anni dopo e che ci racconta il clima culturale e sociale dell’Italia del dopoguerra: moralismo, omofobia e ricerca costante di capri espiatori.

Secondo quanto ricostruito, in un’annata disastrosa sul piano sportivo, con sei allenatori avvicendati in pochi mesi e una rosa considerata tra le più deboli della storia giallorossa, la spiegazione delle sconfitte venne individuata, nel racconto pubblico, in presunte frequentazioni “scandalose” di alcuni giocatori. A diffondersi fu la voce di feste private organizzate presso l’abitazione di un deputato filomonarchico omosessuale, noto negli ambienti clandestini romani con il soprannome di “zia Vincenza”.
La narrazione fu alimentata da pettegolezzi e ostilità diffuse, e trasformò rapidamente l’omosessualità in una chiave di lettura totalizzante del fallimento sportivo. In un’Italia ancora profondamente segnata dalla repressione morale, il calcio divenne il luogo in cui proiettare paure sociali e pregiudizi, attribuendo alle presunte “deviazioni” private dei giocatori responsabilità che nulla avevano a che vedere con le reali carenze tecniche della squadra.
A rendere ancora più grave la vicenda fu la posizione assunta dalla società giallorossa dell’epoca, che invece di smentire le accuse o difendere i propri tesserati diffuse un comunicato ufficiale in cui denunciava la partecipazione dei calciatori a “feste equivoche”. Una scelta che espose i giocatori alla furia dei tifosi e consolidò uno stigma che avrebbe accompagnato la squadra fino alla pronta risalita in Serie A l’anno successivo.

La storia è stata raccontata in prima persona da Giò Stajano, figura centrale della cultura e della mondanità romana del Novecento. Giornalista, scrittrice, attrice e prima persona in Italia ad aver intrapreso un percorso pubblico di affermazione della propria identità di genere, Stajano fu testimone diretta degli ambienti sotterranei della Roma degli anni Cinquanta, quelli in cui si incrociavano politica, spettacolo, sport professionistico, alta società e anche il mondo clandestino omosessuale dell’epoca. Stajano, figura interna a quel circuito, conosceva persone, luoghi, dinamiche che restavano invisibili al racconto pubblico.
In particolare, Stajano riferisce della dimora del deputato filomonarchico gay, soprannominato “zia Vincenza”, casa nella quale si sarebbero tenute gloriose feste frequentate anche da sportivi, calciatori (anche) della Roma compresi. Il caso volle che la Roma retrocesse in serie B. E di chi fu la colpa? Ma è ovvio: dei gays!
© Riproduzione riservata.

Cosa ne pensi?