In Svizzera, un cittadino bernese condannato per omofobia dopo un post discriminatorio su Facebook, ha ricevuto un inaspettato sostegno: quello di Elon Musk. Il miliardario proprietario di X (ex Twitter) ha commentato la vicenda sui social, schierandosi di fatto dalla sua parte e confermando così la sua posizione sempre più critica nei confronti dei diritti delle persone LGBTQIA+ e la tendenza a giustificare, in nome di una presunta libertà d’espressione, anche i discorsi d’odio.
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Svizzera, condannato per omofobia viene difeso da Elon Musk
A riportare l’emblematico caso è Corriere del Ticino. Tutto è iniziato nel 2022, quando un uomo bernese ha pubblicato su Facebook un messaggio apertamente offensivo contro la comunità LGBTQIA+. Nel post scriveva: “Se riesumiamo le persone LGBTQI dopo 200 anni, troveremo solo scheletri di uomini e donne. Tutto il resto è solo una malattia mentale propagata dai programmi scolastici”. Parole che, secondo la giustizia svizzera, rientrano chiaramente nei casi di discriminazione e incitamento all’odio.
Condannato a pagare una multa di 500 franchi svizzeri, l’uomo si è rifiutato di pagare, sostenendo che il suo era un gesto giustificato dalla “libertà di espressione”. La sua scelta ha avuto conseguenze precise: dovrà scontare dieci giorni di prigione a partire dal 2 dicembre. Una decisione accolta con entusiasmo da ambienti di estrema destra e da alcuni utenti delle piattaforme social, dove il caso ha iniziato rapidamente a circolare.
È proprio lì, su X, che la vicenda è arrivata fino a Elon Musk. Il fondatore di Tesla e SpaceX, oggi a capo della stessa piattaforma dove il post è stato rilanciato, ha commentato la notizia scrivendo: “Ha letteralmente ragione”. Una frase breve, ma dal peso enorme, che ha immediatamente attirato l’attenzione e scatenato la reazione di chi considera la libertà di espressione una giustificazione per l’odio.
🤦♂️
That’s just literally true
— Elon Musk (@elonmusk) October 24, 2025
Il processo
Durante il processo, l’uomo non ha mostrato segni di pentimento. Al contrario, ha rincarato la dose sostenendo che “questa storia del genere è solo una malattia legata alla pedofilia” e descrivendo la comunità LGBTQIA+ come “un gruppo di estremisti”. Dichiarazioni che hanno rafforzato la convinzione del tribunale sulla natura discriminatoria dei suoi comportamenti.
Nel tentativo di difendersi, il condannato ha poi affermato che avrebbe potuto “formulare la seconda frase in modo diverso”, ma che la sua intenzione era quella di “rivolgersi agli alunni influenzati dai programmi scolastici”. Una giustificazione respinta con fermezza da Dagmar Rösler, presidente dell’Associazione svizzera degli insegnanti, che ha ricordato come “la scuola non influenza gli alunni nella ricerca della loro identità sessuale, ma promuove piuttosto la tolleranza e il rispetto”. Tema, quello dell’educazione sessuo-affettiva, che in Italia continua ad essere fortemente sotto attacco.
La sentenza, dunque, ha ribadito un principio essenziale: in Svizzera l’omofobia non è un’opinione, ma un reato.
Musk e la retorica della “libertà di espressione”
Il sostegno espresso da Elon Musk non è un episodio isolato, ma si inserisce in una linea di condotta coerente con la sua visione radicale della libertà di parola. Dall’acquisizione di Twitter nel 2022, il miliardario ha progressivamente smantellato molte delle politiche di moderazione dei contenuti, sostenendo di voler difendere un dibattito “libero da censure”.
Il problema, però, è che questa “libertà” sembra spesso coincidere con la possibilità di diffondere impunemente disinformazione e discorsi d’odio. Le parole del fondatore di Tesla finiscono inevitabilmente per legittimare un clima di ostilità nei confronti delle persone LGBTQIA+.
Nel caso svizzero, dare ragione ad un uomo che ha paragonato l’identità di genere a una “malattia mentale” non è una semplice opinione, ma un segnale di sostegno verso un linguaggio discriminatorio che la giustizia di un Paese democratico ha già condannato.
Libertà di parola o giustificazione dell’odio?
Il nodo centrale della vicenda resta quello, antico e sempre attuale, del confine tra libertà di espressione e responsabilità sociale. In Svizzera, come in gran parte d’Europa, il diritto di parola non è assoluto e non può essere invocato per ledere la dignità di gruppi minoritari. È proprio su questo equilibrio che si fonda la differenza tra un discorso critico e un atto d’odio.
L’uomo bernese, nel suo post, non ha espresso un’opinione politica o culturale, ma ha etichettato milioni di persone come “malate mentali”. Il fatto che Elon Musk scelga di sostenere apertamente un caso del genere, anziché condannare la retorica discriminatoria, alimenta un messaggio pericoloso: quello secondo cui l’omofobia potrebbe essere semplicemente una “visione alternativa”.
Dietro l’apparente difesa della libertà di pensiero si cela invece una distorsione profonda del concetto stesso di libertà, che non può mai tradursi nella negazione dei diritti altrui.
Cosa prevede la legge svizzera contro l’omofobia
Dal 2020 in Svizzera l’omofobia e la discriminazione basata sull’orientamento sessuale sono reati punibili. La modifica del Codice penale, approvata a larga maggioranza tramite referendum popolare, equipara l’incitamento all’odio contro le persone LGBTQIA+ a quello per motivi razziali o religiosi.
Chi pubblicamente incita alla discriminazione o diffonde idee che negano la dignità di una persona in base al suo orientamento può essere condannato fino a tre anni di reclusione o a una sanzione pecuniaria. La legge si applica anche ai contenuti diffusi online, compresi social network e piattaforme pubbliche.
L’obiettivo è chiaro: proteggere la dignità e l’uguaglianza, garantendo che la libertà di espressione non diventi uno strumento per diffondere odio.


