Emanuele Crialese: “Vissuti giorni terribili, hanno provato a correggermi, un tentato suicidio, ora non ho paura”

Il regista de l’Immensità ha parlato della propria transizione a Paolo Giordano sul Corriere della Sera. “Per rinascere dovevo prima morire”

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Tornato a Roma da Venezia senza alcun premio, Emanuele Crialese ha fatto ritorno al cinema dopo 11 anni d’attesa con L’Immensità, dal 15 settembre in sala, con 67.027 euro incassati in 2 giorni e 10.507 ticket staccati. Dopo il coming out come uomo trans* alla Mostra del Cinema, il regista di Respiro si è concesso un’intima intervista a Paolo Giordano, sul Corriere della Sera, in cui ha affrontato la propria transizione.

Con L’Immensità, film trainato da Penelope Cruz, Crialese ha voluto raccontare la propria storia, a lungo cullata. “Si è trattato di una scelta artistica e politica. Perché come essere umano, e come cittadino, mi sento oppresso da questa atmosfera pervasiva di paura. Io non ho paura, anche se so di appartenere a una categoria di persone tra le più attaccate. So anche, però, che questo tipo di informazione non dovrebbe interessare a nessuno, perché non è inerente all’opera. Ho girato film che hanno come denominatore comune la marginalità, è quello il mio tema. Mi rifiuto di guardare al mondo sotto un profilo classificatorio”.

Per due decenni Crialese è riuscito a tacere la propria transizione. Ma il coming out privato, per il regista, non è mai stato nascosto. “Io non l’ho resa pubblica nel pubblico ma l’ho resa pubblica nel privato. Il coming out non l’ho fatto a Venezia una settimana fa, l’ho fatto a 23 anni. Oggi sento una responsabilità nei confronti di tutte le famiglie e di tutte le persone che stanno intraprendendo questo percorso. Al tempo stesso continuo a pensare che l’artista debba celarsi dietro l’opera, non essere rivelato. Che il suo bozzolo nutritivo debba restare il più possibile intatto”.

Crialese ricorda come abbia “subito delle emarginazioni violente“, con un’angosca di rifiuto rimasta intatta. Ma il mondo di oggi è migliore rispetto a quello di 25 anni fa? “C’è stato un cambiamento culturale ma non legislativo. Per ottenere un cambio di vocale su un nome bisogna ancora presentarsi davanti a un giudice. Io, all’epoca, ho dovuto mettere in mostra i miei organi riproduttivi, mostrare qualcosa di invisibile perché fosse visibile la mia determinazione agli occhi dello Stato. Non avrei avuto i nuovi documenti se non avessi subito prima un’operazione demolitiva”.

Una transizione che ha preso forma all’età di 20 anni, a Roma, in solitudine. “In quel momento mi ero autoescluso dalla famiglia, perché la situazione era ingestibile. Mia madre non sapeva più dove sbattere la testa. Temevo che mi avrebbero ospedalizzato e che l’avrei accettato, perché per amore avevo già fatto cose simili. Dai 14 anni ero stato in cura da psicoterapeuti di ogni tipo, cercavano di correggermi, di pacificarmi, e io invocavo lo stesso le mie preghiere”.

Poi è il piccolo schermo a regalare al giovane Emanuele un raggio di luce. “Una trasmissione di Raffaella Carrà. Intervistava la prima persona in transizione che io abbia mai visto. Era di spalle, e più avanti l’avrei conosciuta e frequentata. È stata una catarsi. Quindi non ero pazzo. E dovevo trovare la forza di intraprendere un cammino, anche se tutti i miei affetti lo vedevano come una via per l’autodistruzione”.

Crialese rivela di aver tentato il suicidio all’età di 16 anni, come già confessato prima di partire per gli Stati Uniti d’America. “Fu il mio primo atto come Emanuele e l’ultimo atto prima di lasciare l’Italia. Ogni individuo ha una storia a sè. Ognuno arriva dove può e dove vuole. La fatica comune è nell’accettare di essere unici e quindi, forse, non appartenenti. Non vere donne, non veri uomini. Altro. Questo crea smarrimento. Da l’idea di un cupio dissolvi, ma è la realtà, anche biologicamente. E tuttavia, come si può avere un rapporto sano con la realtà se tutto quello che ti viene rimandato da fuori è non-conformità? Ti viene detto: o sei maschio o sei femmina, scegli! Ti viene detto: Spiegati, perché se non sei conforme, devi spiegarti. Anche a questo aveva già risposto James Baldwin: il problema identitario non è nostro, è vostro. Siete confusi, non sapete dove metterci. E se io dicessi semplicemente: Sono ciò che sono?”.

11 anni di attesa prima di tornare al cinema, per Crialese, che ha faticato a dover gestire diaboliche coincidenze. La fine di un amore importante, il ritorno a Roma, la morte dei nonni, una fase di nomadismo in camper e un altro tentativo di autoeliminazione. Ma quella spinta autodistruttiva, dopo il coming out pubblico, parrebbe aver perso forza.

“Per la prima volta ho sentito una comunione tra me e i membri della mia famiglia, tra me e gli altri che… è stato improvviso, un salto quantico. Mi sono ritrovato in un altrove”.

L’angoscia del rifiuto, chiede Giordano, non era altro che un mostro di carta? “Di sicuro me la trascinavo da molto tempo. Da quando ha preso forma la mia identità, quando mi percepivo in un modo e il mondo attorno mi percepiva diversamente. Quel dolore è insanabile, lo porterò con me fino alla fine. Se dopo i 20 anni non avessi fatto un passo successivo, verso la rappresentazione cinematografica di quel dolore, probabilmente sarei morto”.

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