Fondata a Londra nel 1865 da William Booth, l’Esercito della Salvezza è oggi una delle organizzazioni cristiane caritative più diffuse al mondo. Con milioni di aderenti e attività in oltre 130 Paesi, ha costruito la propria immagine pubblica come rete di assistenza ai più fragili: senza dimora, persone in povertà, famiglie in difficoltà, soggetti emarginati. Dietro questa narrazione, però, emergono da anni inchieste, testimonianze e procedimenti ufficiali che raccontano un’altra storia: quella di un’istituzione che, in vari contesti, non è riuscita a proteggere le persone affidate alle sue cure, e che ha accumulato scandali legati ad abusi, discriminazioni e gestione opaca delle risorse.
Quella che segue è una ricostruzione storica e documentata delle principali controversie internazionali che hanno coinvolto l’Esercito della Salvezza, con particolare attenzione agli abusi sui minori in Australia, al ruolo nei centri per richiedenti asilo, ai rapporti con la comunità LGBTQ+ e alle vicende finanziarie e gestionali emerse negli ultimi decenni.
In questo articolo
- 1 Esercito della Salvezza, i casi di abusi sui minori in Australia
- 2 Dall’assistenza alla gestione dei servizi sociali: il nodo Nauru e Manus Island
- 3 Rapporti con la comunità LGBTQ+: discriminazioni, retorica e tentativi di ‘correzione’
- 4 La controversia “woke” del 2021
- 5 Scandali finanziari e opacità gestionale
- 6 Un caso internazionale che interroga anche l’Europa e l’Italia
Esercito della Salvezza, i casi di abusi sui minori in Australia
Uno dei capitoli più gravi nella storia dell’Esercito della Salvezza riguarda la gestione delle case-famiglia per minori in Australia, tra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta del Novecento. Si stima che in quel periodo siano transitati in queste strutture circa 30.000 bambini. Nel 2006, l’organizzazione ha riconosciuto pubblicamente che all’interno delle proprie case si sono verificati abusi sessuali e ha presentato scuse formali alle vittime.
La dimensione del problema è emersa in modo chiaro con i lavori della Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse, l’inchiesta governativa istituita nel 2013 per analizzare gli abusi commessi – anche – in istituzioni religiose e caritative. Come riportava un articolo de Il Manifesto dell’epoca, si trattava della “più grande inchiesta sugli abusi sessuali commessi ai danni dei minori mai avviata al mondo”.
La Commissione dedicò due case study specifici alle strutture dell’Esercito della Salvezza, concentrandosi su quattro case per ragazzi in Queensland e New South Wales. Le conclusioni sono state durissime: centinaia di denunce, violenze fisiche e sessuali sistematiche, minori puniti o zittiti quando provavano a denunciare, un sistema regolamentare che, per anni, non prevedeva strumenti reali di prevenzione o di protezione.
Secondo le risultanze della Commissione, tra il 1965 e il 1977 le politiche dell’Esercito della Salvezza erano tali da non permettere né un’efficace prevenzione né un adeguato rilevamento degli abusi sessuali. In molti casi, le informazioni raccolte venivano usate contro le vittime, soprattutto nelle procedure di indennizzo: testimonianze e dettagli che apparivano “sfavorevoli” alla credibilità del minore erano valorizzati per ridurre l’ammontare dei risarcimenti, senza che alle vittime fosse concessa reale possibilità di replica.
In questo contesto si inserisce anche il caso del capitano Colin Haggar, che nel 1989 ammise di aver abusato sessualmente di una bambina di otto anni. Nonostante il licenziamento iniziale, nel 1993 fu riammesso nell’Esercito della Salvezza e gli vennero affidati incarichi anche in strutture rivolte ai bambini. Questo episodio è oggi considerato un simbolo delle carenze profonde nei meccanismi interni di controllo, selezione e tutela.
Nel 2013, in Victoria, sono stati resi pubblici accordi privati per un totale di 15,5 milioni di dollari australiani relativi a quasi 500 casi di abuso. Rappresentanti dell’Esercito della Salvezza hanno parlato di “violazione della fiducia” riposta nell’istituzione, ammettendo uno dei più gravi fallimenti della propria storia.
Nel 2014, riporta il The Guardian, l’organizzazione religiosa si disse profondamente dispiaciuta per gli abusi subiti dai bambini affidati alle sue cure e riconobbe che gli eventi emersi dalla commissione sugli abusi sessuali sui minori avevano rappresentato il più grande fallimento della sua storia.
Anche in epoca recente l’Esercito della Salvezza è stato al centro di dure polemiche in Australia, questa volta legate alla gestione dei servizi sociali nei centri di detenzione per richiedenti asilo a Nauru e Manus Island, in Papua Nuova Guinea. Tra il 2012 e il 2014 l’organizzazione ha ricevuto contratti per decine di milioni di dollari dal governo australiano per fornire supporto e assistenza all’interno di queste strutture, concepite come luoghi di “offshore processing” delle domande d’asilo.
Numerose testimonianze di ex operatori descrivono i centri come ambienti segnati da sofferenza estrema, con condizioni climatiche e igieniche difficili, mancanza di privacy, tensione costante e un altissimo numero di episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio. Alcuni dipendenti hanno raccontato di uomini che si tagliavano con vetri, che si cucivano le labbra in segno di protesta o che tentavano di impiccarsi. Ex ufficiali dell’Esercito della Salvezza hanno descritto tende con temperature vicine ai 50 gradi e condizioni degradanti, difficili da conciliare con qualsiasi standard di assistenza umanitaria.
Un ulteriore elemento emerso dai racconti di operatori e ricercatori riguarda la formazione del personale. In più casi è stato denunciato che l’Esercito della Salvezza ha assunto lavoratori in tempi rapidissimi, senza colloqui strutturati né preparazione specifica su salute mentale, traumi, gestione di ideazione suicidaria o competenze interculturali. Ciò ha contribuito a un contesto in cui operatori spesso giovani e inesperti si sono trovati a fronteggiare situazioni di altissima complessità senza strumenti adeguati.

La morte del richiedente asilo iraniano Reza Berati, ucciso nel 2014 durante disordini nel centro di Manus Island, ha rappresentato un punto di svolta simbolico. Secondo testimonianze riportate dai media – tra cui la ABC -, tra gli aggressori vi sarebbe stato anche un dipendente locale assunto dall’Esercito della Salvezza. Pur in assenza di condanne definitive a carico dell’organizzazione, l’episodio ha messo in luce la responsabilità indiretta che deriva dalla gestione, anche parziale, di contesti ad alto rischio e dalla scelta di operare in strutture al centro di critiche severe da parte delle organizzazioni per i diritti umani.
Il contratto dell’Esercito della Salvezza non è stato rinnovato dopo il 2014. Lasciano però un’eredità pesante: operatori segnalati come affetti da disturbo da stress post-traumatico e una reputazione compromessa, soprattutto presso settori della società civile che accusano l’organizzazione di aver contribuito a legittimare politiche di detenzione e respingimento ritenute disumane.
Rapporti con la comunità LGBTQ+: discriminazioni, retorica e tentativi di ‘correzione’
Un’altra area di forte criticità riguarda il rapporto storico tra l’Esercito della Salvezza e la comunità LGBTQ+. L’organizzazione, nata e sviluppata in un contesto cristiano di stampo conservatore, ha a lungo sostenuto posizioni teologiche e morali ostili all’omosessualità e alle identità di genere non conformi. Ciò si è tradotto, nel tempo, in prese di posizione politiche, in scelte gestionali e in messaggi pubblici che hanno alimentato proteste e campagne di boicottaggio.
Sebbene l’organizzazione rivendichi pubblicamente un ruolo essenziale nell’assistenza ai più vulnerabili, inclusi molti giovani queer e transgender colpiti in modo sproporzionato dalla povertà e dalla condizione di senzatetto, un ampio archivio di dichiarazioni pubbliche, prese di posizione legislative e testimonianze raccolte dai media statunitensi e internazionali ha dimostrato negli anni un modello ricorrente di esclusione e ostilità.
Le riserve espresse dalla cantautrice Ellie Goulding nel 2019, così come la decisione della catena di fast food statunitense Chick-fil-A di rivedere le proprie donazioni a fronte delle critiche dell’opinione pubblica, non erano dunque episodi isolati, ma il risultato di anni di controversie, come rivelato da Vox: contratti rifiutati pur di non riconoscere benefici a coppie dello stesso sesso, pressioni politiche per ottenere deroghe alle leggi anti-discriminazione, licenziamenti di dipendenti queer e casi di persone LGBTQ respinte nei rifugi a meno che non ‘correggessero’ la propria identità. Nel 2010 emersero casi in cui l’organizzazione avrebbe indirizzato persone queer verso gruppi o programmi di pratiche di conversione, salvo poi rimuovere ogni riferimento dal proprio materiale pubblico a seguito delle critiche.
Nel 2012 Andrew Craibe, direttore dei media dell’Esercito della Salvezza in Australia, durante un’intervista radiofonica citò un passo biblico sostenendo che le persone omosessuali dovessero essere “messe a morte”, generando indignazione internazionale. La frase, rilanciata sui social anni dopo attraverso articoli sensazionalistici, riaccese lo sdegno della comunità Millikin e di molte altre, convinte che l’organizzazione sostenesse ufficialmente posizioni estreme. Craibe fu licenziato per le frasi orribili pronunciate durante l’intervista e l’Esercito della Salvezza si scusò per l'”equivoco”.
Persino nel decennio precedente, rapporti investigativi come quelli di ThinkProgress avevano documentato strutture di riabilitazione che negavano l’accesso a persone transgender o le collocavano in reparti non conformi alla loro identità di genere. Di fronte a tali accuse, i vertici dell’Esercito della Salvezza avevano sempre risposto attribuendo ogni episodio a “incidenti isolati”, ma le evidenze storiche indicavano un problema sistemico: l’organizzazione continuava a fornire servizi vitali a una popolazione estremamente vulnerabile, pur mantenendo posizioni dottrinali e pratiche istituzionali che contribuivano ad alimentare lo stigma e l’emarginazione delle stesse persone che dichiarava di voler aiutare.
Anche in tempi più recenti non mancano controversie. In Nord America, ad esempio, sono stati denunciati episodi in cui donne transgender in fuga da contesti familiari violenti si sono viste negare l’accesso a rifugi femminili dell’Esercito della Salvezza per questioni legate ai documenti anagrafici. Episodi che, al di là delle singole posizioni locali, hanno alimentato l’idea di un’organizzazione non allineata ai principi di non discriminazione oggi ritenuti fondamentali per chi gestisce servizi sociali.
Di fronte a queste critiche, l’Esercito della Salvezza ha cercato negli ultimi anni di modificare almeno in parte il proprio racconto pubblico: in alcuni contesti ha creato strutture mirate a persone LGBTQ+, ha diffuso dichiarazioni che insistono su accoglienza e rispetto, ha chiesto ai propri membri di evitare dichiarazioni apertamente bigotte. Tuttavia, per molti attivisti si tratta più di un’operazione d’immagine che di un cambiamento strutturale: la matrice valoriale resta conservatrice e, in assenza di riforme profonde delle politiche interne, la diffidenza nei confronti dell’ente persiste.
La controversia “woke” del 2021
Nel 2021 l’Esercito della Salvezza si trovò al centro di un nuovo fronte di critiche dopo aver lanciato l’iniziativa “Let’s Talk About Racism”, un programma che incorporava alcuni concetti della Critical Race Theory. Mentre per molti si trattò di un tentativo di affrontare in modo trasparente il tema del razzismo sistemico, una parte significativa della base donatrice conservatrice interpretò l’iniziativa come una deriva “woke”.
Numerosi sostenitori di lunga data ritirarono il proprio appoggio, accusando l’organizzazione di allontanarsi dalla sua missione cristiana originaria e di favorire una narrativa che divideva la società in “oppressi” e “oppressori”. Un paradosso evidente, considerando che solo pochi anni prima l’Esercito della Salvezza era stato criticato per posizioni ritenute troppo conservatrici, soprattutto in materia di diritti LGBTQ+.
Scandali finanziari e opacità gestionale
Accanto ai nodi legati ai diritti umani, l’Esercito della Salvezza si è trovato più volte al centro di scandali finanziari e di cattiva gestione delle risorse economiche. La dimensione globale dell’organizzazione, la gestione di negozi dell’usato, di donazioni, di fondi pubblici e privati genera un’enorme massa di risorse economiche, non sempre amministrate con la trasparenza attesa da un ente caritativo.
Un’inchiesta del Guardian del 2011, rivelò che, tra il 2006 e il 2010, il commerciante tessile Nigel Hanger aveva guadagnato oltre 10 milioni di sterline rivendendo gli abiti donati alle banche di raccolta dell’Esercito della Salvezza, mentre all’ente caritativo erano arrivati 16,3 milioni. Il doppio ruolo di Hanger – fornitore privato e membro del consiglio della società commerciale dell’organizzazione – suscitò accuse di conflitto d’interessi e indignazione tra i donatori, convinti che le donazioni dovessero andare ai bisognosi e non a profitti privati. L’Esercito della Salvezza difese l’accordo, sostenendo che il sistema di riciclo generava risorse altrimenti irraggiungibili, ma il caso aprì un dibattito nazionale sulla trasparenza delle charity e sull’ingresso sempre più massiccio del profit nel settore benefico.
Più di recente, sempre nel Regno Unito, l’ente è stato oggetto di un’indagine da parte dell’autorità di controllo sulle charity a seguito dell’introduzione di un nuovo sistema contabile che ha provocato ritardi significativi nei pagamenti a fornitori e partner. Migliaia di fatture sarebbero rimaste inevase per mesi, portando alcuni creditori ad avviare azioni legali e facendo emergere gravi problemi di governance amministrativa.
In Canada e negli Stati Uniti si sono registrati casi di appropriazione indebita di fondi, furti di beni destinati a persone in difficoltà e cause legali legate al mancato rispetto del salario minimo nei programmi di riabilitazione. In alcuni di questi programmi, persone vulnerabili impiegate nei negozi dell’usato dell’Esercito della Salvezza sarebbero state retribuite con pochi dollari a settimana, nonostante il valore economico del lavoro svolto per l’organizzazione.
Nel 2020, negli Stati Uniti, un’inchiesta di WCCO-TV rivelò che l’organizzazione aveva finanziato la costruzione di una casa del valore di oltre 544.000 dollari in Minnesota destinata ai suoi leader locali. Alcuni membri interni criticarono apertamente la decisione, sostenendo che una spesa di tale entità fosse difficilmente giustificabile da un ente caritativo. Un alto funzionario si dimise in polemica, denunciando che l’Esercito della Salvezza non fosse più guidato dalla sua missione sociale ma da logiche economiche.
Sul fronte britannico, nel 2018 l’organizzazione rivelò di aver licenziato quattro membri del personale per mala condotta sessuale, in un clima già segnato dallo scandalo Oxfam che aveva acceso l’attenzione sull’intero settore caritativo.
Questi episodi mostrano come l’Esercito della Salvezza, al di là dell’iconografia del “bravo soldato della carità”, opererebbe di fatto come una grande macchina economica. Quando i controlli indipendenti sono deboli e la cultura interna è fortemente gerarchica, il rischio è che la missione caritativa venga subordinata alle esigenze di bilancio e di mantenimento della struttura.
Un caso internazionale che interroga anche l’Europa e l’Italia
Le vicende raccontate, pur svolgendosi soprattutto in Paesi anglofoni, hanno una portata che va oltre i contesti specifici. L’Esercito della Salvezza rappresenta un caso emblematico di organizzazione religiosa che, nel corso del tempo, ha assunto un ruolo parastatale nella gestione di servizi sociali, beneficiando di un’enorme fiducia pubblica ma rivelando, allo stesso tempo, limiti strutturali gravi.
Per l’Europa e per l’Italia, dove molte realtà religiose e del terzo settore gestiscono centri di accoglienza, dormitori, case famiglia e progetti finanziati con fondi pubblici, questa storia è un monito. La sola presenza di un marchio storico o di un riferimento religioso non può sostituire la necessità di regole chiare, di controlli indipendenti, di standard rigorosi in materia di tutela dei minori, rispetto dei diritti umani e trasparenza finanziaria.
L’Esercito della Salvezza continua a svolgere attività di assistenza in molte parti del mondo – compresa l’Italia-, offrendo servizi di cui, spesso, le istituzioni statali non si fanno carico in modo sufficiente. Ma la storia dei suoi scandali mostra come la carità, senza responsabilità, può diventare terreno fertile per abusi, discriminazioni e opacità.
Per chi si occupa di diritti, inclusione e tutela delle persone LGBTQ+, conoscere questa storia significa comprendere meglio i meccanismi con cui, anche dietro il volto rassicurante della beneficenza, possono nascondersi sistemi di potere da interrogare in profondità.



