Inscenarono funerale durante unione civile di una coppia gay a Cesena: militanti di Forza Nuova prosciolti

Nel 2017 inscenarono un funerale durante un’unione civile di una coppia gay a Cesena: prosciolti per prescrizione 10 ex militanti di Forza Nuova.

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Inscenarono funerale durante unione civile nel 2017: tutti prosciolti
Inscenarono funerale durante unione civile nel 2017: tutti prosciolti
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Era il 2017, quando a Cesena si celebrava una delle prime unioni civili tra due uomini gay in città (la seconda). In quell’occasione, alcuni militanti di Forza Nuova, gruppo politico di estrema destra, inscenarono un funerale. Nel bel mezzo di un momento gioioso per la coppia, andò in scena una vergognosa protesta da parte dei militanti di Forza Nuova che esposero manifesti funebri, crisantemi e lumini – il tutto accompagnato da offese e umiliazioni – definendo il lieto giorno della coppia gay coinvolta come “il funerale d’Italia”. A distanza di oltre otto anni, nella giornata di ieri la vicenda giudiziaria che vedeva coinvolti 10 imputati – oggi ex appartenenti a Forza Nuova – si è conclusa con una prescrizione. Tutti prosciolti. 

"Funerale d'Italia" inscenato da Forza Nuova durante nozze gay a Cesena
“Funerale d’Italia” inscenato da Forza Nuova durante nozze gay a Cesena

Funerale durante l’unione civile di una coppia gay: i fatti del 2017

Il 5 febbraio 2017, nel centro di Cesena, alcuni militanti del movimento di estrema destra Forza Nuova inscenarono un finto “funerale d’Italia”, proprio mentre si celebrava in Comune un’unione civile tra due uomini. La provocazione fu messa in atto con una bara avvolta dal tricolore, portata in corteo davanti all’auto degli sposi, in un gesto chiaramente ostile e discriminatorio.

A seguito dell’episodio, i due uomini presentarono querela per diffamazione aggravata, facendo scattare un’indagine che portò al rinvio a giudizio di dodici persone. Per la prima volta, come si legge in un articolo di CesenaToday.it del 2020, il giudice per le indagini preliminari riqualificò l’accusa in istigazione e propaganda all’odio, applicando l’articolo 604 bis del codice penale. 

Nel corso del procedimento si costituirono parte civile il Comune di Cesena, l’Arcigay di Rimini, e l’associazione Rete Lenford-Avvocatura per i diritti Lgbt.

Il processo

In una fase intermedia del processo, sempre nel 2020, il giudice aveva ammesso la messa alla prova per uno degli imputati, con l’obbligo di svolgere 60 ore di lavori socialmente utili per il Comune di Civitella di Romagna. Emblematico anche il risarcimento richiesto dalla coppia gay vittima del gesto provocatorio: appena 250 euro, un importo che sottolinea il valore più simbolico che economico della richiesta.

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Curiosa invece la proposta del Comune di Cesena, che, approfittando forse della professione dell’imputato – un imbianchino – aveva chiesto che l’uomo ridipingesse la cappella di un cimitero cittadino. L’Arcigay aveva avanzato una richiesta altrettanto simbolica: che l’imputato si occupasse di tinteggiare i locali dell’associazione partigiani e alcuni spazi dell’Arcigay stessa, un gesto che idealmente ribalterebbe il significato del corteo d’odio in un’azione concreta di riparazione.

Gli imputati

In seguito, ricorda ancora CesenaToday, gli imputati scesero a dieci, poiché due di loro si ravvidero, uscendo da Forza Nuova e contribuendo anche all’organizzazione di diversi Pride. Ad oggi, in realtà, come riferisce Il Resto del Carlino, i dieci imputati sono tutti ex appartenenti al gruppo di estrema destra, e tra loro figurerebbe anche l’ex segretario regionale Mirco Ottaviani, oggi dirigente del Movimento Nazionale, La Rete dei Patrioti.

La sentenza e la prescrizione

Dopo essere stati inizialmente assolti in primo grado dall’accusa di aver violato la legge Mancino, gli imputati erano stati condannati a una multa di duemila euro e al risarcimento di mille euro nei confronti delle parti civili, tra cui Arcigay Rimini e Rete Lenford Avvocatura per i diritti Lgbt. Tuttavia, lo scorso ottobre, la Corte d’Appello di Bologna aveva annullato la sentenza emessa dal tribunale di Forlì, ordinando il rinnovo del processo di primo grado a causa di un vizio procedurale. In particolare, i giudici avevano pronunciato la sentenza senza che agli imputati assenti fosse stata notificata formalmente la modifica dell’accusa, passata a diffamazione aggravata. Questa mancanza ha comportato la nullità del procedimento per difetto di contestazione.

Nella giornata di ieri, però, il nuovo processo si è concluso con una sentenza di non doversi procedere: il reato contestato è infatti caduto in prescrizione. Una decisione che chiude definitivamente il capitolo giudiziario, lasciando comunque aperto il dibattito su giustizia, tempi dei processi e tutela effettiva delle persone LGBTQIA+ vittime di odio e discriminazione.

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