Per la comunità LGBTQIA+ in Ghana, le elezioni presidenziali del 7 dicembre saranno una tragica beffa. Qui, dove l’attesa per la decisione finale sulla controversa legge anti-gay si trascina ormai da mesi, il cambio di leadership potrebbe teoricamente rappresentare un momento cruciale. Ma, la realtà sembra offrire un quadro ben più desolante.
L’unico freno alla promulgazione di questa draconiana normativa, già passata in parlamento con un consenso quasi unanime, è infatti rappresentato dalla mancata firma del presidente in carica, Nana Akufo-Addo, che finora ha scelto di non apporre il proprio sigillo.
La posizione del prossimo presidente sarà dunque decisiva. Eppure, per le persone queer ghanesi, le prospettive sono sconfortanti: i due principali candidati non solo non offrono un’alternativa, ma hanno apertamente cavalcato il crescente sentimento anti-LGBTQIA+ per rafforzare le loro campagne elettorali, consolidando l’omofobia come asse portante del dibattito politico.
Un’unanimità d’intenti lascia poche illusioni: indipendentemente dall’esito elettorale, la possibilità di arrestare una legislazione che promette di intensificare ulteriormente la repressione appare sempre più remota.
Ghana, testa a testa tra i due candidati anti-LGBTQIA+ alle elezioni presidenziali
La partita si gioca tra i due principali contendenti alla presidenza. Da un lato, Mahamudu Bawumia, rappresentante del partito di governo, lo stesso che ha promosso e facilitato l’approvazione della legge anti-gay ora in stallo. Bawumia ha già chiarito senza mezzi termini che, una volta eletto, non esiterà a firmare la legge.
Dall’altro, l’ex presidente Dramani Mahama, leader dell’opposizione, che nonostante la retorica da alternativa ha scelto di assecondare l’onda montante dell’omofobia, accusando l’Occidente di voler “imporre l’omosessualità” al Ghana e invocando un ulteriore irrigidimento di normative già discriminatorie.
Per le persone queer in Ghana, queste elezioni non rappresentano dunque una scelta, ma la conferma di un vicolo cieco. “Mi sento come se non appartenessi a questo Paese” confida Abena, donna queer intervistata da Context. “Quelli che dovrebbero proteggermi sono gli stessi che, con il mio voto, rischierei di mettere al potere per perseguitare me e la mia comunità“.

Ghana, cosa prevede la legge anti-gay
Il disegno di legge, ufficialmente denominato Promotion of Proper Human Sexual Rights and Ghanaian Family Values Bill, è una delle più aggressive proposte legislative anti-LGBTQIA+ degli ultimi anni in Africa – dopo quella ugandese. Non si limita infatti a confermare la criminalizzazione dei rapporti tra persone dello stesso sesso, già punibili secondo la legislazione vigente, ma introduce una serie di misure destinate ad ampliare drammaticamente il raggio della repressione.
Tra queste, pene detentive fino a cinque anni per chiunque si identifichi come LGBTQIA+, accompagnate dall’obbligo di denuncia nei confronti di amici o familiari appartenenti alla comunità queer. Una clausola particolarmente controversa che, secondo Abena, rischia di “distruggere i legami familiari, alimentando un clima di paura e diffidenza dove una persona dovrebbe sentirsi più al sicuro”.
Una sorta di caccia alle streghe istituzionalizzata, che colpirà non solo le persone queer ma anche chiunque scelga di sostenerle o difenderne i diritti. Educatori, attivisti e persino professionisti della salute rischiano gravi sanzioni per il solo fatto di fornire assistenza o di promuovere la tolleranza.
Secondo Hans Burinyuy, direttore delle comunicazioni di LGBTQIA+ Rights Ghana, il solo dibattito attorno alla legge ha già avuto effetti devastanti. “Molti di noi hanno perso il lavoro, la casa e persino opportunità educative. Questa legge ci spinge a nasconderci sempre di più, privandoci anche delle risorse più basilari per sopravvivere”.
La comunità internazionale non è però rimasta in silenzio. L’Unione Europea, in diverse occasioni, ha espresso una netta condanna, definendo il disegno di legge “profondamente inquietante” e sottolineandone l’incompatibilità con la costituzione del Ghana e con gli impegni internazionali in materia di diritti umani. Pressioni che, unite alle preoccupazioni economiche, hanno spinto il presidente Nana Akufo-Addo a mantenere la situazione in stallo per un periodo prolungato. A sottolineare la gravità delle possibili conseguenze economiche è infatti stato il Ministero delle Finanze ghanese, che ha avvertito come l’approvazione del provvedimento rischi di compromettere i finanziamenti vitali dei donatori internazionali, aggravando ulteriormente il fragile equilibrio economico del Paese.
Nel frattempo, la Corte Suprema è chiamata a pronunciarsi sulla costituzionalità del disegno di legge il 18 dicembre, valutando anche presunte irregolarità procedurali nel processo legislativo. Tuttavia, per molti attivisti, l’intervento della corte potrebbe arrivare troppo tardi per fermare il disastro. “Quando saliranno al potere, si assicureranno che le persone come me vengano criminalizzate“, teme Abena.
La situazione dei diritti LGBTQIA+ in Ghana
L’ultima escalation persecutoria rappresenta l’ennesima manifestazione di un tessuto culturale e religioso ghanese intriso di un retaggio coloniale che, lontano dall’essere superato, continua a permeare la società contemporanea con una rigidità morale che non ammette deviazioni dai dogmi imposti. Un substrato storico oggi rafforzato da un atteggiamento sempre più aggressivo di sfida nei confronti dell’Occidente, percepito come un’autorità intrusiva e dominatrice, e che ha contribuito a radicare un’intolleranza viscerale verso le minoranze sessuali. Intolleranza che nel corso del tempo è stata abilmente trasformata da semplice pregiudizio sociale in una vera e propria norma collettiva, destinata a consolidarsi ulteriormente attraverso l’istituzionalizzazione della discriminazione. Un trend ormai tristemente noto in diversi paesi africani.
Secondo un sondaggio Afrobarometer del 2021, solo il 7% della popolazione dichiara di tollerare le relazioni omosessuali, un dato che non sorprende se si considera il ruolo pervasivo dei leader religiosi e politici. Questi ultimi, veri architetti del discorso pubblico, hanno da anni intrapreso una crociata retorica, definendo l’omosessualità come una minaccia ai “valori tradizionali ghanesi” e presentandola come un’imposizione occidentale, lontana dall’identità nazionale.
Clima di intolleranza che ha trovato sfogo in manifestazioni di massa, capitanate da gruppi religiosi, che hanno richiesto con veemenza l’approvazione immediata del Promotion of Proper Human Sexual Rights and Ghanaian Family Values Bill.
Michael Akagbor, analista del Centre for Democracy and Development Ghana, osserva come il disegno di legge – seppur ancora non entrato in vigore – abbia già lasciato una traccia indelebile nella psiche collettiva. “Non si tratta solo di leggi; si tratta di un cambio di paradigma sociale. L’omofobia è diventata una virtù civica” afferma Akagbor. Ma è alle fondamenta della questione democratica. “Questa non è nemmeno una questione politica. Le elezioni non offrono scelte, perché i principali partiti gareggiano per dimostrare chi è più ostile alla comunità LGBTQIA+”.
