Google domina il 90% del mercato globale dei motori di ricerca e muove centinaia di miliardi di dollari l’anno. Oltre metà degli americani dichiara di fidarsi più di Google che della propria istruzione. Ma cosa accade quando a digitare una domanda urgente sono adolescenti LGBTQ+ in crisi o genitori confusi?
Un’inchiesta di Uncloseted Media ha chiesto a cinque statunitensi di cercare su Google frasi come “Sono cristiana, mia figlia è lesbica” o “Mia figlia è trans e sono cristiano”. I risultati sono inquietanti: tra i primi link compaiono siti che definiscono l’omosessualità “peccato” e promuovono la “redenzione” o la “terapia per cambiare orientamento”.
Fra i più ricorrenti c’è Focus on the Family (FOTF), organizzazione religiosa da anni contraria ai diritti LGBTQ+ e segnalata dal Southern Poverty Law Center come gruppo d’odio. Il sito, dall’aspetto autorevole, propone “risorse” che di fatto pubblicizzano le cosiddette terapie di conversione – pratiche oggi illegali in 23 Stati Usa dove sono state e sono tuttora ampiamente applicate. Eppure, per una quindicenne come Genna Brown o per genitori credenti, Google lo presenta come prima fonte “affidabile”.
Situazioni simili si ripetono da Virginia all’Alaska: articoli che parlano di “transgender cult”, seminari battisti che rivendicano il “sesso assegnato da Dio”, consigli che definiscono l’attrazione tra persone dello stesso sesso come “lussuria da redimere”. Persino ricerche analoghe in Canada, India, Taiwan o Libano restituiscono tra i primi risultati le stesse pagine dei gruppi di odio che sospingono l’idea che essere LGBTIAQ+ sia qualcosa da curare. È di qualche giorno la notizia che in Italia, a Bari, una persona trans è stata indotta a una terapia di conversione basata su pratiche di esorcismo. Al contempo pochi giorni fa l’Olanda ha certificato il definitivo bando di queste pratiche nel paese, mentre nell’Unione Europea una raccolta di più di 1 milioni di firme chiede alle istituzioni di vietare le terapie di conversione in tutti i paesi membri.

Gli esperti della ricerca pubblicata negli USA spiegano che l’algoritmo di Google privilegia popolarità e parole-chiave, non accuratezza. I siti conservatori investono molto in SEO: usano backlink, “link farm” e una strategia di etichette linguistiche più efficace dei contenuti progressisti. È il tecnofascismo che avanza. È l’internazionale nera che va plasmando il mondo e che grazie al denaro, riesce a manipolare gli algoritmi e sospingere la propria propaganda divisa e anti-LGBTIAQ+ in cima alle ricerche sui motori di ricerche. Così, chi ottiene le prime posizioni riceve più clic e rafforza ancora il proprio primato. Una tecnica che vediamo anche in Italia, dove le notizie inerenti alla comunità LGBTIAQ+ sono spesso ad appannaggio di frange reazionarie che hanno budget illimitati per posizionarsi su Google prima di altri media più imparziali.
Negli Stati Uniti la libertà di espressione è protetta dal Primo Emendamento e la sezione 230 esonera Google da responsabilità sui contenuti indicizzati. Le rimozioni obbligatorie riguardano solo casi estremi (abusi su minori, dati personali, spam), non l’odio anti-LGBTQ+.
Secondo studiosi come Francesca Tripodi (sociologa che studia la manipolazione delle informazioni nella nostra epoca digitale), questo “vuoto” normativo permette a gruppi come FOTF di mascherare propaganda e terapie di conversione come “risorse religiose”, aggirando i controlli.

Per molti adolescenti queer o genitori in difficoltà, però, il primo risultato di Google appare come verità certificata. “Si pensa che ciò che è in cima sia più credibile” ammette una ragazza che ha partecipato alla ricerca. Ma dietro quell’apparente neutralità, avverte Tripodi, c’è un’enorme responsabilità: “Chi controlla quasi tutta l’informazione globale deve garantire che i contenuti mostrati non siano falsi o dannosi. Le persone si fidano di Google, ed è proprio questo il problema”.
Domani è previsto un workshop online gratuito: Come l’intelligenza artificiale e i social minacciano i diritti LGBTQIA+ Leggi >
Nel silenzio ovattato degli algoritmi, il potere si traveste da neutralità. Il tecnofascismo non ha divise, solo codici: mani invisibili che spingono in cima chi possiede il denaro per comprare la visibilità, mentre i corpi fragili – adolescenti queer, genitori confusi – restano in balìa di una verità addomesticata. Google, oracolo del nostro tempo, finge imparzialità ma consegna l’anima del mondo a chi sa maneggiare le regole segrete della popolarità. Così gli ultra-ricchi, gli stessi che da secoli scrivono il destino degli oppressi, piegano la tecnica alla propria propaganda: la chiamano libertà, è solo un’altra forma di dominio. Dietro la vetrina scintillante di link e parole-chiave, si consuma l’antico rituale del potere: pochi decidono, molti subiscono, e il mondo – plasmato da chi può pagare – crede ancora di scegliere.
(MDB)
