Sono ancora una volta giovanissimi i membri di una baby gang omofoba di Padova, il cui modus operandi risulta quasi identico a quella fermata nel riminese a fine novembre. Una banda di ragazzi – di età compresa tra i 15 e i 23 anni – che non si limitava a rubare, ma si accaniva sulle proprie vittime con una violenza che fa gelare il sangue.
Per mesi, la zona industriale è stata il teatro dell’orrore: uomini gay venivano attirati – probabilmente tramite app di incontri – con false promesse di incontri intimi, per poi essere massacrati di botte, rapinati e umiliati da insulti omofobi.
Dopo cinque mesi di indagini serrate, i carabinieri hanno però finalmente messo un punto a questa sequela di barbarie. Tredici i giovani individuati, italiani e stranieri residenti tra Padova e Venezia, tutti incensurati. Due di loro, ventitreenni marocchini, sono finiti in manette. Gli altri undici, tra cui sei minorenni, sono stati denunciati. Per tutti, l’accusa è un catalogo degli orrori: rapina, estorsione, lesioni gravi, sequestro di persona, minacce, violenza privata, uso illecito di carte bancomat.
Le vittime, almeno dieci quelle note, hanno tra i vent’anni e i sessantacinque. Ed è un bollettino di guerra: lesioni gravi, prognosi fino a quaranta giorni, e un peso psicologico impossibile da misurare. Chi ha avuto il coraggio di denunciare – e probabilmente non sono tutti – racconta un modus operandi agghiacciante: un’esca che proponeva un incontro, un luogo isolato, e poi l’assalto del branco, che sbucava dal nulla con mazze e passamontagna.
Dopo le botte, il bottino: contanti, telefoni, persino anelli d’oro. Come se non bastasse, spesso i bulli foravano le gomme delle auto delle vittime e incidevano sulla carrozzeria insulti omofobi.
Col tempo, la banda ha affinato il copione per trasformare le rapine in veri e propri sequestri lampo: con la minaccia di “conseguenze peggiori”, si facevano consegnare i codici del bancomat per svuotare i conti delle vittime. Un’escalation di ferocia iniziata l’11 giugno, quando un pensionato è stato brutalizzato con una mazza da baseball e derubato. Dopo settimane di violenze, il cerchio si è però stretto grazie alla presenza costante dei carabinieri nella zona, che ha interrotto il ciclo di aggressioni.
In Italia è allarme aggressioni omofobe
Il caso della baby gang di Padova è però solo l’ultimo fotogramma di un film dell’orrore che ormai sembra non avere fine. Gay.it tiene il conto delle aggressioni a sfondo omobitransfobico accadute in Italia, almeno quelle che vengono alla luce.
Ma il vero bollettino di guerra lo aggiorna il mese di novembre: una baby gang nel riminese, una coppia LGBTQIA+ aggredita in pieno centro a Milano da squadracce nostalgiche, un ragazzo accoltellato a Perugia perché ha avuto il coraggio di difendere un amico dall’omofobia. E poi Sciacca, con il pestaggio di un sedicenne, la persecuzione di una coppia a Varese, la sede del Mario Mieli vandalizzata, una bandiera arcobaleno bruciata a Trento.
Le botte fanno rumore, ma è il silenzio che uccide davvero. Non è solo la paura di chi evita di tenersi per mano o cancella un’app di incontri. È la sensazione di vivere in un Paese che ti lascia solo, in balìa di un odio che non si vergogna più nemmeno di mostrarsi. Una libertà che scompare un pezzetto alla volta, amputata non solo dai bulli in passamontagna, ma anche da chi, seduto su una poltrona istituzionale, si gira dall’altra parte, facendo finta di non vedere.
Da due anni, del resto, l’attuale esecutivo parla di diritti LGBTQIA+ solo quando è il momento di cancellarli. E nel frattempo, legittimato da un’ondata nera che si scaglia con furia cieca e ingiustificata sulle identità non conformi, l’odio cresce, si allarga, si fa sfrontato. Per non dire orgoglioso.
