Teorie riparative, il racconto di E. a Gay.it: «Avevo bisogno di aiuto ma la psicologa voleva farmi tornare ‘normale’»

Le terapie riparative in Italia esistono. Il racconto di una persona non binaria: "Ha fatto cose aberranti"

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Nell’Italia che promette di lasciarsi alle spalle l‘applauso scrosciante del Senato in morte al ddl Zan, resistono forme di pene più o meno denunciate ai danni della comunità Lgbtqia+.

Torture, come le ha classificate Victor Madrigal-Borloz, relatore speciale delle Nazioni Unite contro la violenza e la discriminazione basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.

Hai un orientamento sessuale o un’identità di genere non eteronormata? Stenditi sul lettino, ti curiamo.

Succede. Nel silenzio generale. Lo racconta qui E., persona non-binaria. In un paese convinto di aver raggiunto altissimi livelli di uguaglianza, le persone che per un qualsiasi problema vanno da uno psicologo per sentirsi sollevate, a un certo punto vengono costrette a forme subdole di “riparazione”. Questo è il rischio di un paese che già vede di traverso la psicoterapia. Prova? Dal 2022 non ci sarà il bonus psicologo. Bocciato dalla legge di bilancio. Ma ci sarà il bonus monopattino, terme, zanzariere.

Questo stesso paese ha spesso tra gli esperti della salute “professionisti” che considerano le persone Lgbtqia+ malate.  “Curarsi” è l’invito che rivolgono spesso a chi confida con apprensione la propria affettività.  La “cura” è quella che una psicoterapeuta ha tentato su E. Finché ha trovato salvezza, come sempre avviene, in solitudine.

“Lei ha apertamente provato a farmi tornare etero”.

Ho 38 anni e mi identifico come non binary. Nasco femmina, anche se ho sempre percepito qualcosa che mi piace chiamare “insofferenza di genere”. Di sicuro ho sempre provato stupore e incomprensione di fronte agli stereotipi di genere in cui non mi sono mai ritrovato (anche aiutato dal fatto che i miei genitori, pur cattolicissimi, non mi hanno mai costretto in ruoli che non mi appartenevano, dall’abbigliamento, ai giochi e così via.)
Crescendo ho sofferto moltissimo, sia perché la mia personalità e il mio orientamento (mi definisco bisessuale ma ho sempre avuto una spiccata preferenza per le donne) si scontravano con questa religiosità così presente in famiglia e negli ambienti che frequentavo. Ho subito del bullismo, ho sempre avuto un cattivo rapporto con il mio corpo.

Ho rifiutato la mia natura per anni, finché, nel periodo universitario, il femminismo e dei nuovi amici, nerd e disfunzionali (e molto queer), come me, mi hanno aiutato a capire molte cose.

Con fatica, ho iniziato a separarmi dalle idee religiose dannose, e ho iniziato un percorso di psicoterapia, per rimettere a posto ogni cosa.
Peccato che io abbia beccato una professionista della salute cattolica, che nel lungo periodo di terapia ha fatto una serie di cose aberranti

Non è stata una vera e propria terapia riparativa, ma lei ha apertamente provato a “farmi tornare etero”, oltre che rifiutare qualsiasi conversazione sul mio rapporto con l’identità di genere.

Ha cercato di convincermi che ero eterosessuale. Insisteva che il mio innamoramento per una donna di quel periodo era in realtà un fatto di “invidia”: quella donna aveva qualcosa che io avrei voluto, lei era ciò che io volevo essere, non l’amavo davvero (il tutto senza che io avessi assolutamente problematizzato i miei sentimenti).

Ha parlato costantemente di “scelta omosessuale”, quando io le dicevo che non era una scelta (e non era neppure omosessuale, a voler essere precisi: una volta nella vita ho amato molto un uomo, quindi non mi pongo confini).

“Il coming out con mia madre? Per farle del male, diceva”

Quando, con fatica, feci coming out con mia madre, la psicologa mi disse che lo avevo fatto apposta per farle del male, perché non c’era nessun motivo per dirle una cosa che l’avrebbe messa in difficoltà (in realtà, passato un disagio iniziale, mia madre ha preso bene la cosa.) Questa cosa mi mandò così tanto in confusione che per anni ho avuto il terrore di parlare a mio padre, con attacchi d’ansia all’idea che lo scoprisse (di nuovo, quando sono riuscito a parlargli è stato incredibilmente comprensivo, ed è commovente vedere un vecchio cattolico che rimangia la sua omofobia e rimette in discussione le sue idee).

Ogni volta che provavo a parlare del mio genere, della percezione di me e del mio non sentire proprio bisogno di avere un genere, lei mi diceva che ero una persona indecisa, che non sapevo scegliere, che nella vita bisogna scegliere fra maschio e femmina. Inoltre, negava molti aspetti dell’oppressione femminile, invalidando molte sofferenze che ho vissuto crescendo, soprattutto in adolescenza.

Sempre legato al suo rigetto per il femminismo, criticava il mio impegno nell’attivismo, asserendo cose del tipo “in realtà gli uomini uccidono le mogli per colpa del trauma delle madri che tornano a lavorare troppo presto dopo il parto.”

Ci ho messo un po’ a smettere di andare da lei, perché all’inizio mi aveva aiutato (mi aveva trovato in uno stato di depressione ignorata a lungo.)

Quando sono riuscito a trovarmi una psicoterapeuta migliore, ho provato una sensazione di rinascita: ho incontrato una psichiatra aperta, senza pregiudizi, lgbt-friendly e formata su tanti temi per me fondamentali. Mi è proprio cambiata la vita.

 

Photo by Adrian Swancar on Unsplash

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