Al via Sanremo 2025: le nostre pagelle
Sembra ieri che piangevamo tuttə per l’omaggio di Angelina Mango a suo padre, eppure è passato un anno e siamo qua – come cantavano le Lollipop in uno dei brani più brutti che siano mai capitati all’Ariston – di nuovo davanti ai televisori per un nuovo Festivàl, targato Carlo Conti questa volta.
Qualcosa è cambiato, ed è evidente subito. Forse è la scenografia, affidata a Riccardo Bocchini, che ha tolto al teatro quella maestosità che era tanto cara ai suoi predecessori, Gaetano e Chiara Castelli, riconsegnandogli la giusta misura. È tutto un po’ I migliori anni, in effetti, tutto molto carlocontesco, compresa la regia passata al fido Maurizio Pagnussat, che invece è più convincente e dinamica.
Conti, poi, rispetto ad Amadeus rinuncia allo show, lavora di sottrazione, si sottrae lui stesso e, come un metronomo, speditissimo, preciso e anzi in anticipo, porta a casa una prima puntata composta di fatto – Deo gratias – solo dalle canzoni in gara. Fanno eccezione i pochi siparietti con Antonella Clerici (sempre eccellente nel suo) e Gerry Scotti, che sembra nato per quel palcoscenico e che, pur conciliante com’è, al fianco del ben più rassicurante Conti, sembra assumere il ruolo del disturbatore.
A disturbare, davvero, però, arriva Jovanotti: lo inquadrano tutto agitato, laminato d’oro come una statuetta dell’Oscar, e hai paura che distrugga tutto come d’altronde è solito fare durante i suoi concerti balneari. Venti minuti di pura nostalgia, in cui canta le sue canzoni più brutte (e ne ha scritte anche di belle) e ci ricorda che, nel mondo, esiste ancora un filo di ottimismo. È poco e tutto concentrato in una sola persona: lui.
Super ospite della serata, insieme a Cherubini, come in un’allucinazione collettiva, Papa Francesco, in videocollegamento, con un discorso sulla pace accorato e denso di retorica inserito in un blocco ancor più democristiano. Non facciamo quellə stupitə, però, suvvia. In tutto questo, in un momento imprecisato della serata, omaggiando Sua Eminenza nel look talare, ecco Raf dal Suzuki Stage. Canta Self Control a quarant’anni dalla sua pubblicazione.
Ma ora, speditə come Carlo Conti, ecco le nostre pagelle delle ventinove canzoni in gara.
In questo articolo
- 1 Al via Sanremo 2025: le nostre pagelle
- 1.1 Gaia, Chiamo io chiami tu
- 1.2 Francesco Gabbani, Viva la vita
- 1.3 Rkomi, Il ritmo delle cose.
- 1.4 Noemi, Se t’innamori muori
- 1.5 Irama, Lentamente
- 1.6 Coma_Cose, Cuoricini
- 1.7 Simone Cristicchi, Quando sarai piccola
- 1.8 Marcella Bella, Pelle diamante
- 1.9 Achille Lauro, Incoscienti giovani
- 1.10 Giorgia, La cura per me
- 1.11 Willie Peyote, Grazie ma no grazie
- 1.12 Rose Villain, Fuorilegge
- 1.13 Olly, Balorda nostalgia
- 1.14 Elodie, Dimenticarsi alle 7
- 1.15 Shablo feat. Joshua, Guè e Tormento, La mia parola
- 1.16 Massimo Ranieri, Tra le mani un cuore
- 1.17 Tony Effe, Damme ‘na mano
- 1.18 Serena Brancale, Anema e core
- 1.19 Brunori SAS, L’albero delle noci
- 1.20 Modà, Non ti dimentico
- 1.21 Clara, Febbre
- 1.22 Lucio Corsi, Volevo essere un duro
- 1.23 Fedez, Battito
- 1.24 Bresh, La tana del granchio
- 1.25 Sarah Toscano, Amarcord
- 1.26 Joan Thiele, Eco
- 1.27 Rocco Hunt, Mille vote ancora
- 1.28 Francesca Michielin, Fango in paradiso
- 1.29 The Kolors, Tu con chi fai l’amore
Gaia, Chiamo io chiami tu
Chiamo io chiami tu sarebbe la canzone perfetta se Leonardo Pieraccioni volesse fare un remake del Ciclone per l’imminente trentennale del film. Si può facilmente ballarla sul tavolo come ancheggiava Lorena Forteza. Gaia, che è molto più brava di quello che fa vedere (tra l’altro canta e balla meglio di così), sembra sempre che stia preparando il concept album della vita, tutto sospeso tra il fado e l’elettronica, tra il Brasile e il futuro, il suo La voglia, la pazzia; poi alla fine, invece, solo canzoncine così. Crescerà, certo, e martellerà (anche troppo), ma non bastano quattro ballerinə a fare una bella canzone. Premio Gypsy King. Voto: 5
Francesco Gabbani, Viva la vita
Su quel palco è praticamente a casa sua (inspiegabilmente, tra l’altro). Viva la vita è la canzone più brutta tra tutte quelle (già discrete) che ha portato al festival finora. Cinque mani per firmare una canzone così; senza arte né parte, smidollata, ecumenica e muccinesca. Applausi facilissimi. Piacerà. Prendo atto. Premio A Sua Immagine. Voto: 5
Rkomi, Il ritmo delle cose.
Rkomi si è impegnato tanto, pare. È arrivato all’Ariston con un’idea, sicuro, audace, determinato a dire qualcosa. Nel flusso di coscienza che è la sua Il ritmo delle cose. – un incoraggiamento a viver fuori dagli algoritmi e dalla cannibalizzazione dell’industria – il rapper meneghino prova a dire (in corsivo) in cosa crede. Almeno. Premio Elisa Esposito per la dizione. Voto: 6,5
Noemi, Se t’innamori muori
Entra in scena, luminosa come una sirena, dopo essere stata presentata come una «giovane artista in gara», eppure Noemi ha 43 anni e quasi vent’anni di carriera alle spalle. Suona, scrive e canta come poche; questa retorica che la relega sempre tra i ranghi deə esordientə non credo le farà mai gioco. Detto ciò, su questo brano mediocre lei graffia davvero. È misuratissima, a fuoco come non lo era dai tempi di Sono solo parole.
Se t’innamori muori ricorda sin dalle prime note di pianoforte alcune produzioni di Adele e quando entrano gli archi arriva anche la prima timida emozione della serata. La sua voce è un granchio tra lo stomaco e la gola. Nella speranza che torni a cantare un brano di Vasco. Premio Calamìta. Voto: 7 convinto.
Irama, Lentamente
Al suo ventisettesimo Festival in dieci anni, Irama canta un brano scritto insieme a Blanco che però sembra molto un brano di Blanco e molto poco un pezzo di Irama. In generale, è tutto troppo – la noia, l’autotune, il pathos – e lui appare un po’ sfocato. Piacerà tanto e volerà alto in classifica. Premio Conte di Montecristo per la palandrana. Voto: 5
Coma_Cose, Cuoricini
Tra i Righeira e Rettore (magari!), i Coma_Cose chiudono la loro trilogia dell’amore, al Festival, cantando la noia matrimoniale e la dipendenza dai social. Dicono, critici, che ormai «una canzone dura quanto un temporale», ma Cuoricini non sembra essere nata per durare oltre l’estate. Piacerà più di quanto crediamo. Premio Cristina D’Avena. Voto: 6,5
Simone Cristicchi, Quando sarai piccola
È vero che è un filo retorico (ma meno del solito), ma è anche indubbio che Simone Cristicchi giochi in un altro campionato: non solo perché è credibile e incredibilmente fedele a sé stesso, ma perché sa essere colto pur parlando a tuttə. Uno dei pochi che fa del personale una storia potenzialmente collettiva. In questo Sanremo non è scontato. Standing ovation citofonatissima per una canzone che parla di malattia e di vecchiaia, ma soprattutto di amore. Premio Tenco. Voto: 8
Marcella Bella, Pelle diamante
Felice di rivedere Marcella all’Ariston, ma meno di sentirla interpretare questo brano qui, che vuole essere camp e invece è solo trash. A lei, che ha nel repertorio alcune delle melodie totemiche della nostra canzone, non possiamo perdonare questo scivolone fintofemminsta e passivoaggressivo scritto – lo ha dichiarato – per conquistare i giovanissimi. Contemporanea a tutti i costi, quindi fuori dal tempo, dal suo almeno, e posticcia. Lei però ha presenza, mestiere e savoir faire. Non riesco a volerti male, Marcella. Premio Figlie di Loredana. Voto: 5,5 a malincuore
Achille Lauro, Incoscienti giovani
A questo giro, Lauro dà al suo pubblico l’immagine di sé più apprezzata, quella malinconica e maledetta. Così lascia da parte i quadri baroccheggianti ed esosi dei suoi ultimi passaggi festivalieri e punta tutto su un brano minimale, in quota 16 marzo e Amore disperato. All’inizio cita Schubert, alla fine aggiunge un assolo di sax niente male. Lui è elegantissimo, un signore, ma a 34 anni canta un testo pieno di adolescenza. Questa tendenza a voler tornare sempre ai sedici anni non riuscirò mai a spiegarmela. Arriverà sul podio. Premio Gomez Addams. Voto: 6
Giorgia, La cura per me
A trent’anni dalla sua vittoria, Giorgia torna all’Ariston con una luce tutta nuova. Canta come sa fare, e sa fare anche meglio di così. Ferma, energica, in evidente stato di grazia. La canzone, La cura per me, che parte come una ballad classica, poi si fa anche (inutilmente) un filo elettronica. Lo scarto qui è evidente, ma non è la canzone, che anzi è deboluccia, è la voce. Almeno questo. Premio Potevi fare di più. Voto: 6,5.
Willie Peyote, Grazie ma no grazie
Finalmente, in un bailamme di canzoni che si prendono troppo sul serio, un po’ di ironia. Nelle strofe, riecheggia il migliore Silvestri, mentre qua e là si citano, più o meno dichiaratamente, i Bee Gees e gli Articolo 31. La canzone è un invito ad allontanarci con eleganza da tutto ciò che non ci appartiene: comportamenti, abitudini, luoghi comuni. Ci voleva. Premio La Paranza è una danza che si balla nella latitanza. Voto: 7,5
Rose Villain, Fuorilegge
Rose Villain c’è cascata di nuovo. Dentro alla sua canzone-matrioska se ne nascondono almeno altre due: parte che è una ballad, poi invece ecco la cassa dritta e, alla fine, la cosa più interessante, la coda gospel. Lei è disperata, forse anche un filo troppo, e ipersensuale. Sfodera una bella voce, cristallina e potente, che valorizza il brano. Niente di che, ma mi pare coerente e interessante. Premio Non sapevo quale canzone portare allora ne ho portate tre. Voto: 6
Olly, Balorda nostalgia
Olly, cantautore genovese, non fa niente per nascondere la sua chiara ispirazione vascorosseggiante per questo brano, Balorda nostalgia, che è stato scritto per vincere e che con ogni probabilità vincerà. Sembra di conoscerla già, la canzone, perché l’abbiamo in effetti già sentita altrove almeno mille altre volte. Lui un filo nervoso. Premio Disperatissimo 2025. Voto: 5
Elodie, Dimenticarsi alle 7
Un deep-house di velluto. Dimenticarsi alle 7 ha un cuore classico e cinematografico, è una canzone moroderiana con la melodia che strizza l’occhio a Mina. Tra le sue più coraggiose e più belle, sebbene il testo e l’arrangiamento siano un po’ così e così. Avrebbe potuto portare qualcosa di più furbetto, invece mi pare che questo sia un pezzo onesto e che lei ci stia particolarmente bene dentro. Sinuosa, erotica, brava. Premio Ozpetek. Voto: 7
Shablo feat. Joshua, Guè e Tormento, La mia parola
Non avrei mai immaginato di dirlo, eppure la Premiata Ditta Shablo-Tormento-Joshua-Guè ha un brano stiloso pur essendo volutamente tamarro. La mia parola, che racconta con orgoglio la street life, mescola il puro rap anni Novanta al gospel. Premio Chi l’avrebbe detto. Voto: 6,5
Massimo Ranieri, Tra le mani un cuore
L’impronta di Tiziano Ferro, che ha co-firmato il pezzo, dal vivo si sente tutta. Ranieri ha maestria e sta all’Ariston, emozionato ma rigoroso, come uno che di palchi ne ha calcati a migliaia. Tra le mani un cuore, decisamente inferiore rispetto a Lettera al di là del mare con cui Ranieri era in gara due anni fa, è un brano che ci starebbe alla perfezione nel repertorio di Claude Frollo. Nota di merito per il giro di sax jazz. Premio Giò di Tonno. Voto: 5,5
Tony Effe, Damme ‘na mano
Forse la cosa più imbarazzante che sia passata al Festival quest’anno, e non solo. Damme ’na mano, che cita impunemente Franco Califano, Gabriella Ferri e Garinei con Giovannini, doveva essere uno stornello che omaggia Roma e, invece, è un bruttissimo simil-tango che si guarda allo specchio. Il signor Effe usa Roma per parlare di sé stesso. «Cosa direbbe Califano?», canta. Ti ci manderebbe, Tony. Riesce a stonare anche con l’autotune. Tutto sbagliato. Nessun premio disponibile. Voto: 2
Serena Brancale, Anema e core
Il talento di Serena Brancale è maestoso, gigantesco, e questa canzone – temo – lo dimostra solo in parte. Qui lei è sincretica, mescola tutto quanto, tutti i suoi mondi. È americano-barese e napoletano-americana, jazz, electro-folk e hyper pop. In Anema e core, tra la world music e il Blue Note, lei è una sciantosa e un’attrice, una popstar e un’irresistibile vaiassa. Premio Non sarà un filo troppo? Voto: 7
Brunori SAS, L’albero delle noci
Al diciannovesimo artista in gara, arriva qualcuno che sa scrivere le canzoni. Mi pare già incredibile, anche perché questo, che è un bel brano, non è neanche lontanamente tra i migliori nel repertorio di Brunori SAS. Forse, però, più che in altri casi, L’albero delle noci va riascoltata. Pezzo cantautorale d’altri tempi dedicato alla figlia Fiammetta e alle paure della paternità. Degregoriano – è vero – ma anche profondamente brunoriano. Premio Finalmente. Voto: 8
Modà, Non ti dimentico
Una canzone d’amore che sarebbe perfetta nel Sanremo del 2011. Perfetta per i tempi, dico, ma brutta sarebbe brutta nel 2011 così com’è brutta nel 2025. Tutto, per loro, cambia senza cambiare mai. Lui si chiama sempre Kekko – ancora, anche superati gli anta – il giro di chitarra è sempre quello, così com’è invariato l’immaginario da Viva i romantici. Premio Roby Facchinetti. Voto: 4
Clara, Febbre
Qui verrebbe proprio da chiedere a Carlo Conti se ventotto brani fossero troppo pochi, se di questo branetto avessimo davvero bisogno. Febbre è il lato B della canzone dell’anno scorso. Personalità: non pervenuta. Premio Ma Perché? Voto: 4
Lucio Corsi, Volevo essere un duro
Il rock è un’attitudine. Lui, negli anni ha macinato palcoscenici e club, e si vede. Canta disordinato, come dovrebbe essere sempre disordinata la musica. Parte al piano, poi si alza e imbraccia la chitarra. Volevo essere un duro è brano strepitoso, lieve e rock ’n’ roll, suonatissimo e ispirato. Una canzone contro le aspettative, che ci regala il momento più bello della serata. Una cosa nuova, finalmente. Una che sia una. Signorə, la musica. La personalità. Che gioia. Premio Ti meriti tutto. Voto: 9,5
Fedez, Battito
Sarà che se hai sempre capitalizzato sui tuoi dolori e sulle tue crisi, su ogni amore e su ogni tremore, trasformando la tua vita in una fucina di content e di gossip, allora poi diventa difficile empatizzare anche di fronte a un tema così urgente. La canzone è traballante, gigiona e disonesta. Crescerà di sera in sera, e piacerà. Anche in questo caso, prendo atto. Premio Signore, Pietà. Voto: 4.
Bresh, La tana del granchio
Un brano sfocatissimo per un rapper (bravo) che mira a diventare un cantautore pop. Quando si apre, la canzone, promette di rimanere in testa. Lo farà, ma alla lunga potrebbe non lasciare alcun segno. Un peccato per una penna così ferma come quella di Bresh, che avrebbe potuto scegliere una canzone diversa per il suo debutto in riviera. Premio Cosa vuoi dirci? Voto: 5
Sarah Toscano, Amarcord
Non dipende dal fatto che lei sia inesperta – come moltə dicono – ma dal fatto che il pezzo è brutto se non lo ascolti sul lungomare, dopo tre Long Island. Poi, certo, lei è acerba – ci mancherebbe altro, ha diciotto anni – ma questa canzone renderebbe immaturə chiunque, anche la più veterana tra le veterane. Una faciloneria. Premio Vittorio Salvetti. Voto: 4
Joan Thiele, Eco
Musicalmente tra i pezzi più belli in gara, merito anche di un arrangiamento puntuale. Joan Thiele è una musicista raffinata e capace, che abita con quiete e determinazione, la zona interstiziale tra l’indie e il mainstream. Eco, una dedica al fratello, parte con una chitarra morriconiana-western, poi si fa pop-rock. Una perla rara. Premio Tarantino. Voto: 8,5
Rocco Hunt, Mille vote ancora
Rocco Hunt nei panni di Rocco Hunt (ma senza Ana Mena a dare un po’ di colore). Mille vote ancora è una canzone autobiografica cantata un po’ in napoletano e un po’ in italiano. Con lievità, Mr. Hunt racconta le periferie, tra malavita e riscatto, tra il quartiere e la fuga. Una fotografia un po’ caotica, ma sincera, di una realtà complessa. Tutto già sentito, e non il mio. Premio È nu juorno buono. Voto: 5
Francesca Michielin, Fango in paradiso
Una canzone post-rottura che potrebbe crescere di ascolto in ascolto o arenarsi inesorabilmente, perdendosi nel marasma del festival. Lei scrive e canta bene; è emozionatissima all’inizio, ma piena di grinta durante l’esecuzione. In un tripudio di banalità come questo, Fango in paradiso è un pezzo superiore alla media. Un brano à la Michielin. Premio Uomo Bastardo. Voto: 7
The Kolors, Tu con chi fai l’amore
Da Ibiza a Portorico e Mykonos, Stash and Co. si confermano dei veri hitmaker. Tu con chi fai l’amore è un funk anni ’80 già destinato a diventare un tormentone, come i loro brani precedenti, più bruttarelli di questo. Qualcosa ricorda un po’ Raffaella Carrà, ma lui sembra citare nei modi e nella prossemica a tratti Michael Jackson e a tratti Prince. Premio Tale e Quale Show. Voto: 6
