L’ennesima doccia fredda è arrivata dal Kentucky: con una nuova legge, nello stato americano a maggioranza repubblicana sono state nuovamente legalizzate le terapie di conversione rivolte alle persone LGBTQIA+, mentre vengono imposte restrizioni anche ai percorsi affermativi per gli adulti. Un colpo netto ai diritti civili, che non può essere letto come fenomeno isolato.
Al contrario, si tratta di un ulteriore tassello nel mosaico di una reazione globale, portata avanti da forze ultraconservatrici e profondamente antidemocratiche, capaci di intercettare consensi e conquistare spazi di potere in ogni angolo del mondo. Negli Stati Uniti guidati da un Donald Trump tornato a occupare la scena politica con rinnovata aggressività — tra attacchi frontali contro le minoranze, le donne, le persone transgender e i diritti riproduttivi — come nell’Ungheria di Viktor Orbán, la Turchia di Erdogan, nell’Italia del governo Meloni, nella Russia di Putin, che ha trasformato l’omofobia in principio di Stato, o ancora in decine di paesi africani dove l’omosessualità è criminalizzata e perseguita, fino all’Argentina di Javier Milei.
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Il meccanismo della paura
Il meccanismo è ormai noto: spostare il conflitto sulle minoranze, sulle soggettività più vulnerabili, alimentando un clima di paura e disinformazione che distolga lo sguardo dai problemi reali — crisi ambientale, diseguaglianze economiche, smantellamento dei diritti sociali — che richiederebbero soluzioni complesse e strutturali, spesso incompatibili con gli interessi dei grandi gruppi economici che finanziano le ultradestre.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: chi fornisce gli strumenti teorici, comunicativi e strategici a queste forze politiche? Chi costruisce le narrazioni, le cornici ideologiche e le agende che si stanno progressivamente affermando?
La risposta non è nascosta tra le pieghe di qualche complotto, ma sotto gli occhi di tutti. Si tratta di vere e proprie centrali di propaganda ben finanziate, che agiscono come catalizzatori dell’estremismo conservatore a livello globale. In cima a questa rete: la Heritage Foundation, l’Heartland Institute e il Mathias Corvinus Collegium — tutte guidate da figure maschili eterocis appartenenti all’establishment conservatore, con solidi legami politici ed economici.
Heritage Foundation e il piano “Project 2025”
Tra i nomi più noti — e forse più pericolosi — del panorama conservatore statunitense, la Heritage Foundation. Nato nel 1973 come contraltare all’ondata progressista degli anni Sessanta, questo think tank dell’estrema destra con sede a Washington D.C. è stato fondato da Paul Weyrich, Edwin Feulner e Joseph Coors — quest’ultimo esponente della potente dinastia della birra Coors e tra i principali finanziatori del progetto.
Fin dagli anni di Reagan, la fondazione ha saputo ritagliarsi un ruolo chiave nell’elaborazione delle politiche repubblicane, diventando uno dei più influenti laboratori ideologici della destra americana. Il suo modello operativo è basato su un’efficace commistione tra lobbying istituzionale e produzione di contenuti dal taglio accademico ma fortemente ideologico, con un obiettivo dichiarato: formare una nuova élite conservatrice.
A sostenerla finanziariamente sono i colossi dell’industria fossile, della grande finanza e della destra cristiana evangelica: da ExxonMobil a Koch Industries, fino alla Scaife Foundation. Con un budget che supera i 90 milioni di dollari l’anno, la Heritage Foundation può contare su una macchina propagandistica potente e capillare, capace di orientare l’agenda politica interna e sostenere campagne reazionarie in tutto il mondo.
Negli ultimi anni, il centro studi ha contribuito in maniera determinante a plasmare la visione politica di Donald Trump, per il quale ha elaborato un piano dettagliato per un secondo mandato presidenziale: Project 2025, una roadmap di 922 pagine che punta a concentrare il potere esecutivo, eliminare vincoli istituzionali e smantellare diritti civili considerati ostacoli ideologici a un nuovo ordine conservatore.
Cos’è il Project 2025? E cosa significa per la comunità LGBTQIA+ americana? VIDEO
Il progetto prevede tagli drastici alla spesa pubblica, la soppressione dei programmi DEI (Diversity, Equity & Inclusion), la repressione del dissenso, l’abolizione delle tutele per le persone LGBTQIA+ e una radicale riforma delle agenzie federali per accentrarne i poteri direttamente alla Presidenza. In un’intervista pubblicata il 17 marzo 2025, Paul Dans — ex direttore di Project 2025 — ha ammesso che le misure adottate da Trump durante il suo secondo mandato stanno superando “anche le mie più sfrenate aspettative”.
Ma l’ambizione della Heritage Foundation non si limita più ai confini americani. Da tempo, il think tank guarda con crescente interesse all’Unione Europea, vista come l’ultimo baluardo del liberalismo da abbattere. A marzo 2025, Heritage Foundation ha organizzato a Washington un incontro a porte chiuse con rappresentanti di gruppi conservatori radicali, volto a discutere strategie per smantellare le principali istituzioni europee. Al centro del dibattito, un documento intitolato The Great Reset: Restoring Member State Sovereignty in the 21st Century, redatto dal Mathias Corvinus Collegium (MCC) – che approfondiremo in seguito – e da Ordo Iuris — due think tank dell’estrema destra dell’Europa dell’Est.
Il documento propone l’abolizione della Commissione Europea e della Corte di Giustizia dell’UE, accusate di erodere la sovranità nazionale e di imporre agende ideologiche prive di legittimazione democratica. L’intento dichiarato è quello di costruire una “nuova Europa” sganciata dall’ambientalismo, dal multilateralismo e da ogni forma di governance federale.
Nei mesi precedenti, la Heritage Foundation ha intensificato i contatti con esponenti politici europei per tessere nuove alleanze nel continente. Il 21 febbraio 2025 ha incontrato l’europarlamentare ungherese Ernö Schaller-Baross, membro di Fidesz — il partito di Viktor Orbán — e rappresentante del gruppo Patriots for Europe, nuova formazione dell’estrema destra al Parlamento Europeo.
Non è un caso che lo stesso MCC — diretto strumento culturale del regime di Orbán, vedi nel paragrafo dedicato — abbia recentemente proposto l’introduzione di un “EU DOGE”, esplicita parodia del modello trumpiano di Elon Musk, nel tentativo di ridicolizzare e destrutturare l’architettura dell’UE.
Heartland Institute: confondere, negare, disinformare
Accanto alla Heritage Foundation si colloca un altro attore centrale della galassia conservatrice statunitense, con ambizioni sempre più globali: l’Heartland Institute. Fondato nel 1984 da Joseph Bast e con sede a Chicago, il think tank nasce con un focus sulle politiche regionali del Midwest, ma nel tempo ha esteso la propria influenza a livello nazionale e internazionale, imponendosi come uno dei principali promotori del negazionismo climatico e del libertarismo economico.
La sua notorietà è legata soprattutto alle posizioni ostinatamente scettiche rispetto al consenso scientifico sul cambiamento climatico. A fronte di una comunità scientifica ormai coesa nell’attribuire all’uomo la responsabilità del riscaldamento globale, l’Heartland ha costruito la propria identità sul rifiuto delle evidenze, opponendosi a qualunque regolamentazione ambientale e difendendo a oltranza le dinamiche del libero mercato. La strategia, dichiarata, è quella di seminare dubbi, alimentare confusione e neutralizzare il dibattito pubblico, sostituendo il confronto con la disinformazione sistematica.
Il think tank afferma di ricevere donazioni da circa 5.000 individui e organizzazioni, dichiarando che nessun finanziatore contribuisce per oltre il 5% del bilancio operativo. Tuttavia, i dati emersi nel tempo raccontano una realtà più opaca: nel solo 2008, un donatore anonimo ha versato 4,6 milioni di dollari — circa un quinto del budget annuo. Nel 2011, lo stesso soggetto avrebbe contribuito con ulteriori 979.000 dollari.
Tra i finanziatori storici spiccano le grandi compagnie petrolifere, in particolare ExxonMobil, che tra il 1998 e il 2005 ha versato all’Heartland almeno 736.500 dollari. Secondo Greenpeace, la cifra complessiva destinata da Exxon all’istituto si avvicina agli 800.000 dollari. Solo nel 2008, sotto pressione pubblica crescente, la compagnia ha annunciato l’interruzione dei finanziamenti ai gruppi negazionisti, tra cui l’Heartland.
Ma i legami si estendono ben oltre l’industria fossile. L’Heartland Institute ha ricevuto fondi da giganti del tabacco come Philip Morris, Altria e Reynolds American, oltre che da multinazionali farmaceutiche come GlaxoSmithKline, Pfizer ed Eli Lilly. Tra i sostenitori figura anche la Walton Family Foundation — espressione della dinastia fondatrice di Walmart — che nel 2006 ha donato circa 300.000 dollari.
Negli ultimi anni, il think tank ha avviato un’espansione sistematica in Europa, cercando alleanze politiche con i partiti di estrema destra per ostacolare l’agenda ambientale dell’Unione Europea. Nel gennaio 2025 ha inaugurato una sede a Londra, affidandone la direzione a Lois Perry, figura controversa della destra britannica. Perry, ex leader dell’UKIP di Farage per un breve periodo nel 2024, si è fatta conoscere per le sue posizioni radicali contro le politiche di transizione ecologica e per la fondazione del gruppo Car26, nato in opposizione agli obiettivi di emissioni nette zero fissati durante la COP26.
Nel dicembre dello stesso anno, è stata nominata direttrice esecutiva della nuova sezione UK/EU dell’Heartland Institute, con un lancio in grande stile che ha visto la partecipazione di Nigel Farage, ora leader di Reform UK, in qualità di ospite d’onore. La strategia, neanche troppo velata, è quella di costruire una piattaforma transatlantica per delegittimare le politiche ambientali e climatiche europee, replicando in Europa il modello disinformativo già collaudato negli Stati Uniti.
Attraverso la nuova sede britannica, l’Heartland Institute ha intensificato i contatti con vari europarlamentari, allo scopo di contrastare normative cruciali come la Nature Restoration Law — la legge sul ripristino della natura che punta a tutelare la biodiversità in tutto il continente. In questo scenario, il think tank agisce come cassa di risonanza per una rete sempre più articolata di disinformazione climatica, mascherata da scienza alternativa, con l’obiettivo dichiarato di sabotare dall’interno le politiche ambientali europee.
MCC, l’arma culturale di Viktor Orbán nel cuore dell’Europa
Tra le realtà più opache e strategicamente incisive dell’ultradestra europea, c’è il Mathias Corvinus Collegium (MCC) che ha un duplice volto: istituzione educativa solo in apparenza, laboratorio ideologico al servizio del potere ungherese nella sostanza. Fondato nel 1996 con l’intento di offrire programmi supplementari per studenti di talento, inizialmente nel campo delle scienze umane e sociali, l’MCC si è trasformato negli ultimi anni nella punta di diamante del soft power culturale del governo Orbán.
Nel 2020, l’istituto ha ricevuto dal governo ungherese un’ingente dotazione finanziaria, tra cui azioni delle società MOL (energia) e Gedeon Richter (farmaceutica), nonché vasti patrimoni immobiliari, per un valore stimato di circa 1,7 miliardi di dollari. Una mossa che ha suscitato forti critiche dentro e fuori i confini ungheresi: il Collegium è stato descritto come una fucina per la formazione di una nuova élite intellettuale organica al partito Fidesz, in grado di garantire la riproduzione del potere in chiave culturale e generazionale.
A guidarlo è oggi Balázs Orbán, direttore politico del Primo Ministro Viktor Orbán — nessuna parentela diretta, ma legame ideologico saldo — e principale artefice del trasferimento di risorse pubbliche all’istituto. Sotto la sua presidenza, l’MCC ha ampliato la propria offerta formativa, rivolgendosi non solo a studenti universitari e post-laurea, ma anche a bambini e adolescenti attraverso programmi educativi già dalla scuola primaria. Parallelamente, ha sviluppato un’ampia rete di centri di ricerca dedicati a temi chiave per la propaganda sovranista: migrazioni, cambiamento climatico, geopolitica e relazioni transatlantiche.
Secondo Balázs Orbán, l’ambizione è chiara: “Rendere l’Ungheria una potenza intellettuale“. Un progetto che si nutre di una visione organica della cultura come strumento di dominio, in cui l’MCC agisce da ariete ideologico per ridefinire l’egemonia culturale europea in senso nazionalista e reazionario.
I numeri confermano la portata dell’operazione: oltre 1,3 miliardi di dollari di fondi statali, provenienti in larga parte dalla partecipazione nella compagnia energetica nazionale MOL, sono stati incanalati verso l’istituto, che oggi rappresenta la più potente infrastruttura educativa e propagandistica dell’Europa centro-orientale.
L’MCC non si limita però alla formazione interna. Nel 2024 ha intensificato la propria azione a Bruxelles, dove ha organizzato eventi riservati con l’élite dell’estrema destra continentale. Tra gli ospiti d’onore: Eric Zemmour, figura cardine del neoreazionarismo francese, e – di nuovo – Nigel Farage, che possiamo e dobbiamo ricordare anche come padre spirituale della Brexit. Incontri che rivelano la strategia dell’istituto: smantellare il paradigma valoriale dell’Unione Europea — fondato su inclusività, sostenibilità ambientale e diritti civili — per sostituirlo con una visione identitaria, autoritaria e isolazionista.
L’MCC è, a tutti gli effetti, l’arma culturale del regime ungherese. Un’accademia del potere, costruita per durare ben oltre le stagioni politiche e pronta a occupare lo spazio lasciato libero da un’Europa spesso impreparata a difendere sé stessa sul piano simbolico.
Attraverso finanziamenti multimilionari e una rete ramificata di relazioni politiche ai massimi livelli, i think tank conservatori costituiscono dunque oggi l’infrastruttura ideologica dell’ascesa reazionaria globale. E l’Europa, sempre più individuata come il prossimo fronte simbolico e normativo da conquistare, è diventata il baricentro di una nuova offensiva culturale.
