La Radicalizzazione della questione Palestinese nei Pride continua a mettere sotto assedio l’idea stessa di Pride. Abbiamo già parlato della polarizzazione che si riscontra in Italia, dopo la decisione della comunità ebraica queer Keshet di non partecipare ai Pride di Torino, Milano e Roma. Una decisione che ci ha indotti a intervistare Raffaele Sabbadini presidente di Keshet, il quale ha sottolineato – oltre alle cposizioni geo-politiche della sua organizzazione – anche il tema concreto della paura di subire aggressioni e di percepire un diffuso sentimento antisemita.
Domenica scorsa, la Pride Parade di Toronto, uno degli eventi più grandi e attesi in Canada, un paese da sempre faro dei diritti civili, è stata interrotta da una protesta pro-Palestina. (leggi la cronaca su Toronto Star)
Migliaia di persone stavano ballando, cantando e celebrando lungo il percorso della parata quando, improvvisamente, la manifestazione è stata bloccata a metà strada. Circa 30 manifestanti, autodefiniti Coalizione contro il Pinkwashing, hanno sfilato con striscioni e cori su Yonge Street, bloccando il passaggio di carri e partecipanti diretti verso Nathan Phillips Square. I manifestanti hanno scandito slogan come “Free Palestine” e “Pride is a protest“, richiedendo l’attenzione su Palestina, ma non solo: le contestazioni ad ampio raggio toccavano anche altre guerre in corso nel mondo, e toccavano la questione delle quote di capitale israeliano in alcune multinazionali sponsor del pride.

Secondo un volantino distribuito dal gruppo, i manifestanti avevano sei richieste principali, tra cui il disinvestimento da tutte le multinazionali coinvolte nello sfruttamento violento dei popoli nativi su Turtle Island, in Sudan, in Palestina e in Congo.
“Siamo qui per la Palestina. Siamo qui per attirare l’attenzione sulla causa”
La portavoce di Pride Toronto, Anna Lee, ha spiegato che la decisione di cancellare il resto della parata è stata presa per garantire la sicurezza pubblica. “Pur rispettando profondamente il diritto di tutti a protestare pacificamente, la nostra priorità principale è il benessere di tutti i partecipanti e spettatori,” ha detto Lee in una dichiarazione. La polizia di Toronto, pur rassicurando di essere dotata di risorse sufficienti per garantire la sicurezza, ha rispettato la richiesta di Pride Toronto di non intervenire, lasciando che i manifestanti bloccassero la parata per circa due ore.
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— Pride Toronto (@PrideToronto) July 1, 2024
Il gruppo di attivisti radicali ha duramente criticato la scelta di interrompere la parata, accusando l’organizzazione del Pride di aver forzato la mano per screditare le loro richieste. “Invece di avviare una conversazione – ha detto una donna durante la conferenza stampa a volto coperto – hanno preferito cancellare la parata“. Secondo gli attivisti radicali anti pink-washing (un’accusa formulata da loro), l’organizzazione del Pride ha fatto saltare il tavolo, anestetizzando la loro protesta. D’altro canto, la stessa organizzazione del Pride, nelle parole del suo direttore, ha sottolineato come i soldi delle aziende canadesi che hanno sponsorizzato il Toronto Pride siano necessari e di supporto alla comunità LGBTIAQ+ canadese.

Le accuse principali mosse dagli attivisti radicali vertevano, secondo quanto raccontato da City News (canale tv canadese che copre le realtà locali di tutto il territorio, in capo a questa pagina il servizio video del loro TG), sulla certezza che dietro molte aziende che hanno sponsorizzato il Toronto Pride ci fossero “soldi israeliani”.

A Napoli, lo scorso weekend, per lo stesso motivo sono apparsi cartelli contro la Coca Cola.
Non è la prima volta che la Pride Parade di Toronto viene interrotta da una protesta. Nel 2016, un gruppo di Black Lives Matter aveva fermato la parata per oltre 30 minuti, fino a quando i leader del Toronto Pride non avevano firmato una lista di richieste. Quest’anno, tuttavia, le richieste dei manifestanti non sono state accolte dal Toronto Pride. Sotto il post Instagram dello stesso, una persona non-binary canadese scrive:
Sono un orgogliosə ebreə e un orgogliosa persona queer, e il Pride è sempre stato una protesta. Ho indossato una borsa su cui ho scritto “Queer Jews for Ceasefire” (Ebrei queer per il cessate-il-fuoco ndr) e le uniche risposte che ho ricevuto sono state positive. Sono statə anche aggreditə in pubblico prima per essere ebreə. L’antisemitismo deve essere affrontato, ma sostenere i palestinesi e criticare Israele non è antisemitismo. Nessunə di noi sarà liberə finché non saremo tuttə liberə.
Sempre sui social, in questo caso Facebook, una persona della comunità LGBTIAQ+ di Toronto scrive:
Cosa farete l’anno prossimo, quando qualche altro gruppo che non ama i nudisti, i furries, gli insegnanti delle scuole elementari – o addirittura il Partito Verde – entrerà nella parata sotto false pretese e si siederà in mezzo a Yonge Street per fermare quella che percepiscono come “indecenza”? Cederete anche a loro?

La crescente radicalizzazione della questione palestinese è l’acme di una più profonda crisi di identità della comunità LGBTIAQ+, che Gay.it ha iniziato a raccontare da tempo con articoli dedicati ai cosiddetti “Pride antagonisti” (qui il nostro primo articolo nel 2022 sulla Marciona di Milano). Quest’anno ci siamo chiesti: partecipare ai Pride istituzionali o a quelli antagonisti? Il nostro Riccardo Conte, che ha preferito partecipare ai Pride antagonisti, mentre sua madre andava al’istituzionale Roma Pride, ha scritto:
Ho molte domande, nessuna certezza e una raccomandazione per me, per noi: qualunque corteo scegliamo di seguire, non anestetizziamolo.
Ho apprezzato una riflessione analoga da parte di Roberta Parigiani, portavoce del MIT che proprio oggi abbiamo intervistato a proposito del clima transfobico italiano, la quale in un post IG di qualche settimana fa (qui tutto il testo del suo post) dice:
(…) È vero: il Pride istituzionale è un “non pride”, poiché toglie concettualmente tutto quello che c’è di politico nella rivolta e nell’insurrezione sovversiva, il vero motore che dovrebbe muovere un Pride. Condivido quindi la volontà di non supportare, avallare, patrocinare politicamente certi Pride. L’ attraversamento, però, è più complesso di così. Non tutte le persone che attraversano un Pride hanno avuto il privilegio di comprenderne a fondo la matrice politica. Il Pride è attraversato anche da pezzi della comunità esclusi fino ad oggi da ogni riflessione: per questioni di lingua, di classe, di accesso alla cultura o di assenza occasioni per problematizzare il tutto. E sono spesso i pezzi più fragili della nostra comunità. Per alcune persone, il Pride istituzionale cittadino è l’unico luogo di attraversamento in cui possono, per un giorno, non accorgersi degli sguardi giudicanti o non rischiare il linciaggio. Questo succede, ad esempio, nel caso di molte donne trans straniere, magari sex worker, private sin da piccole del privilegio di una istruzione e palesemente “non previste” in tanti di quegli spazi pseudo-queer che si professano intersezionali ma invero sono quasi sempre bianchi ed economicamente agiati.
Le persone LGBTIAQ+ sono sempre meno disposte a farsi schiacciare dall’omologazione identitaria. C’è chi vede le proteste pro-Palestina come un modo legittimo per portare alla luce questioni sociali e geopolitiche interconnesse tra loro e fondamentali per una battaglia intersezionale e unitaria, altre persone ritengono che tali interruzioni distraggano dall’obiettivo principale dei Pride: quello di celebrare l’orgoglio e la visibilità LGBTIAQ+ a prescindere. Altre ancora preferiscono abbandonare l’idea di lotta unitaria, per dedicarsi a più incalzanti, separate e radicali lotte antagoniste. Ancora Parigiani:
Mi interessa poco di certi giudizi politici, se quei giudizi non colgono anche questo spaccato della mia comunità.
