Non c’è pace quest’anno per lǝ atletǝ trans* e gender non conforming. Dopo i casi di Imane Khelif e Lin Yu-ting, e quello di Nikki Hiltz, ora l’attenzione mediatica si concentra – com’era prevedibile – su Valentina Petrillo, atleta azzurra che rappresenterà l’Italia alle prossime Paralimpiadi a cavallo tra fine agosto e inizio settembre.
Velocista 50enne, affetta dalla malattia di Stargardt e prima donna transgender a competere alle Paralimpiadi, Petrillo è infatti diventata l’ennesimo bersaglio della rampante retorica anti-trans che ha contaminato il mondo dello sport professionistico e le Olimpiadi di quest’anno.
In questo caso, la polemica parte dalla Spagna, dove l’avvocata Irene Aguiar, specializzata in diritto sportivo internazionale, ha pubblicamente attaccato l’azzurra in nome dell’atleta spagnola Melani Berges – 34 anni, non vedente al 90% come conseguenza dell’albinismo –, accusandola di aver “rubato” il posto alla collega.
Il commento di Aguiar, condiviso sulla piattaforma X, è talmente offensivo e denigratorio che non risulta opportuno ripeterlo. Tuttavia, sembra aver già trovato risonanza in alcuni ambienti femministi trans-escludenti.
“Diverse associazioni femminili, consorzi e ONG nazionali e internazionali si sono rivolte al Comitato Paralimpico Spagnolo per contestare il posto di Petrillo, sostenendo che ella gareggi con un vantaggio in una categoria che non corrispondeva alla sua, e per rivendicare quel posto per l’atleta spagnola Berges” – si legge in un comunicato dell’organizzazione Alliance Against the Erasure of Women.
A fronte di tali accuse, è doveroso sottolineare come in realtà Petrillo abbia tutte le carte in regola per partecipare alle Paralimpiadi di Parigi, in conformità con il regolamento della World Para Athletics.
Il punto 4.5 stabilisce infatti che le atlete legalmente riconosciute come donne possono competere nelle categorie femminili, specificando tuttavia che tutti i casi relativi ad atleti transgender vengono trattati secondo le linee guida del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) – proprio come nel caso di Imane Khelif. Ogni dettaglio dovrebbe però rimanere doverosamente privato per questioni di privacy. Un lusso che, purtroppo, nessuna atleta LGBTQIA+ sembra potersi più permettere.
In calmierata difesa di Petrillo, interviene Andrew Parsons, presidente del Comitato Paralimpico Internazionale:
“Per il momento, le regole della World Para Athletics consentono a Petrillo di competere, quindi sarà benvenuta come qualsiasi altrs atleta. Penso che sia giusto che trattiamo gli atleti transgender con rispetto. Ma penso che la scienza dovrebbe darci la risposta perché vogliamo anche essere giusti con gli altri atleti nel campo di gioco. È una domanda molto difficile. E quello che vorrei vedere in futuro è che l’intero sport abbia una posizione unita al riguardo”.
La posizione del CIO risulta tuttavia in netta divergenza rispetto a World Athletics, che nel marzo 2023 ha invece deciso di escludere tutte le atlete transgender dalle competizioni femminili, giustificando la scelta con la necessità di preservare l’equità e “proteggere” la categoria femminile.
Un ambiente sempre più avvelenato da una dialettica violenta e discriminatoria, in cui critici di una visione inclusiva dello sport si scagliano con crescente veemenza contro la partecipazione di atletǝ transgender – e talvolta intersessuali – sulla base di argomenti irrazionali e anti-scientifici, nutrendosi di pregiudizi e appelli emotivi per inquinare il dibattito – ne è stato un calzante esempio la figuraccia internazionale di alcuni esponenti di questo governo nel rivolgersi a Imane Khelif come donna trans.
Nonostante le critiche, Petrillo ha però più volte rivendicato il proprio percorso e il suo diritto di competere come qualsiasi altro atleta.
“Aspettavo questo giorno da tre anni e ho fatto tutto il possibile per guadagnarmelo. Merito questa selezione e voglio ringraziare la Federazione Italiana Paralimpica e il Comitato Paralimpico Italiano per aver sempre creduto in me, soprattutto come persona e come atleta. Il valore storico di essere la prima donna transgender a gareggiare alle Paralimpiadi è un simbolo importante di inclusione.”.
