Serbia, partecipazione record al Pride di Belgrado, ma la comunità LGBTQIA+ chiede tutele fondamentali

Sotto la presidenza di Aleksandar Vučić, la stessa immobilità politica di due anni fa, quando Belgrado ospitò il controverso Europride 2022. Sventolando la bandiera UE, il Pride 2024 chiede cambiamento.

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Quando due anni fa Belgrado accolse per la prima volta la più grande celebrazione LGBTQIA+ d’Europa – l’EuroPride – ci si aspettava che un evento di tale portata potesse scuotere quella parte dell’Unione Europea orientale, composta principalmente da ex stati sovietici, verso una maggiore inclusività, uno dei pilastri su cui si fonda l’UE.

Tuttavia, il sogno di un evento pionieristico e aperto si trasformò ben presto in un incubo politico quando il presidente Aleksandar Vučić, assecondando con scuse inverosimili le pressioni di gruppi estremisti e della Chiesa ortodossa, impose severe restrizioni.

Nonostante le minacce, le effettive temporanee cancellazioni dell’evento e il clima teso, la manifestazione ebbe luogo, ma l’atmosfera fu tutt’altro che distesa. Sotto la pioggia, il corteo fu più volte interrotto da contromanifestazioni religiose e ultranazionaliste.

Un immane dispiegamento di forze garantì lo svolgimento del corteo e degli eventi previsti fino alla conclusione – più che altro per garantire la sicurezza dei turisti recatisi a Belgrado per partecipare all’Europride. Ma dal governo ci fu, nei giorni successivi, un silenzio totale sull’allarmante clima d’odio in cui si svolse.

Nel 2023, nonostante il riflettore internazionale si fosse affievolito, il Pride di Belgrado si tenne ancora una volta sotto una stretta sorveglianza della polizia, ancora una volta resasi necessaria per prevenire scontri con gruppi ultranazionalisti e omofobi.

Vučić non compì, nei mesi precedenti, alcuna azione di sensibilizzazione per arginare le retoriche nazionaliste, omofobe e tradizionaliste degli estremisti, ma anzi, scelse di aderirvi sostenendo che nessuna tutela per la comunità LGBTQIA+ sarebbe mai stata instaurata sotto la sua presidenza.

Tuttavia, la freddezza istituzionale non ha scoraggiato attivisti e difensori dei diritti umani, che quest’anno hanno scelto di organizzare una manifestazione ancora più determinata. Rivelatasi la più partecipata di sempre.

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Il tema principale del Belgrado Pride 2024 è stato “Pride is People”, con lo scopo di sottolineare – a quanto pare ce n’è ancora bisogno – che la comunità LGBTQIA+ è composta da persone comuni, soggette a discriminazioni fuori dal comune.

Le stesse strade che nel 2022 furono teatro di violente repressioni sono quest’anno state attraversate pacificamente da migliaia e migliaia di persone che, sventolando la bandiera dell’UE, non hanno mai smesso di credere in un futuro migliore per la comunità LGBTQIA+ serba. Nonostante l’apparente calma – nessun episodio violento è stato registrato – il contesto sociale non ha però subito cambiamenti sostanziali.

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Ancora una volta, la manifestazione si è dovuta svolgere sotto pesante militarizzazione, una costante di questi eventi, un male necessario per garantire una parvenza di sicurezza. Ma per chi partecipa, è chiaro che questa non è la “normalità” a cui aspirano.

Tra i momenti più carichi di significato del corteo, quello sotto il parlamento, dove per l’ennesima volta sono state avanzate richieste che sembrano cadere nel vuoto: unioni civili, leggi contro i crimini d’odio, e una legislazione più moderna sulla transizione di genere.

L’apparizione di una bandiera arcobaleno da una finestra degli uffici governativi ha dato un piccolo segnale di speranza, ma la comunità LGBTQIA+ serba continua a lottare in una situazione precaria.

Se guardiamo all’EuroPride del 2022, non possiamo infatti non notare quanto poco sia cambiato. La Serbia, pur desiderosa di entrare nell’Unione Europea, è ancora ben lontana dall’aderire ai suoi principi, specialmente in ambito di dignità e tutele per la comunità LGBTQIA+.

La violenza omobitransfobica (compresa quella istituzionale) è ancora rampante, e nonostante le promesse di Ana Brnabić – prima donna di sempre nonché primo primo ministro apertamente gay della Serbia da quando è stata eletta il 29 giugno del 2017 – la legge sulle unioni civili è a raccogliere polvere in qualche remoto archivio. 

Secondo il rapporto dell’ONG locale Let it be known, i diritti civili per la comunità LGBTQIA+ serba sono cristallizzati da decenni, anche per volere di una società ancora profondamente influenzata da un conservatorismo radicato, alimentato certamente da una parte della classe politica e dalla Chiesa ortodossa, che vede nell’omosessualità una minaccia ai “valori tradizionali”.

Un’altra verità, forse più inquietante, emerge: la vulnerabilità dei Paesi dell’Europa orientale all’influenza della Russia, che non ha mai allentato la sua presa su queste nazioni.

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