A Seoul, Corea del Sud, una folla numerosa e trasversale ha invaso le principali arterie della capitale domenica, 27 ottobre, motivata da un obiettivo comune: opporsi fermamente a ogni concessione, anche la più timida, verso i diritti LGBTQIA+ nel paese. Secondo i numeri ufficiali, sono stati 230.000 a scendere in strada, ma per gli organizzatori si è trattato di oltre un milione di persone.

Al cuore della protesta – vestita da preghiera collettiva – la storica decisione della Corte Suprema: il riconoscimento, per coppie dello stesso sesso, del diritto di accedere al Servizio Sanitario Nazionale, in assenza di una norma che ne precluda esplicitamente l’accesso.
Una svolta definita “woke” dai manifestanti, allarmati, così dicono, da una minaccia ai valori “tradizionali” che, sempre a loro dire, costituirebbero l’essenza stessa della Corea del Sud. I portavoce della protesta, sotto la guida dell’attivista ultraconservatore e integralista Kim Jeong-hee, hanno definito l’apertura “una crisi dei principi fondamentali.” Le organizzazioni per i diritti umani, per contro, vedono in questa svolta una potenziale breccia verso un progresso a lungo atteso.
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Mentre il corteo di protesta sfilava per le strade con cartelli come “Proteggete i nostri figli dall’inquinamento di genere” e “Respingete la legge antidiscriminazione”, si levava però anche, fortunatamente, una voce contraria. Una coalizione ampia di attivisti LGBTQ+, supportati da gruppi religiosi progressisti, hanno coordinato una contro-manifestazione pacifica per denunciare una retorica che cerca di schiacciare i già limitati diritti di una minoranza vulnerabile.

Nonostante le tensioni, la Corte Suprema ha però ribadito la propria posizione, risultato di una lunga e sofferta battaglia legale, quella di So Seong-wook e Kim Yong-min. Nel 2021, la coppia era finita al centro di un caso giudiziario: un broker assicurativo aveva revocato la loro assicurazione sanitaria condivisa, sostenendo che fosse un privilegio riservato esclusivamente a coppie eterosessuali.
Pur senza un riconoscimento legale per le unioni omosessuali, la Corte aveva stabilito che, senza una norma specifica che escluda esplicitamente le coppie dello stesso sesso, negare loro tali benefici risulterebbe discriminatorio.
Un provvedimento che, per i giudici, ha una valenza prettamente “tecnica”, ma che si rivela tutt’altro che autoconclusivo nella sua applicazione, perché costituisce un precedente nel tessuto normativo del paese, nonché spartiacque fra le aspirazioni di una comunità LGBTQIA+ in cerca di riconoscimento e un impianto legislativo che ha ancora difficoltà ad affrontare i cambiamenti sociali.
Human Rights Watch e Amnesty International avevano allora accolto il verdetto come un segnale epocale, un monito a un paese ancora cauto, spesso diffidente, verso i diritti LGBTQIA+. La vittoria, benché tecnica, si scontra con resistenze potenti e radicate.
La situazione dei diritti LGBTQIA+ in Corea del Sud
La Corea del Sud è, d’altronde, una dicotomia fatta stato nazione: un paese noto sullo scenario globale per la sua modernità e l’innovazione tecnologica, che tuttavia resta ancorato a un immobilismo sociale che stringe in una rigida morsa le persone che non si conformano ai rigidi modelli eteropatriarcali imposti dalla tradizione. Lo dimostra il Pride di Seoul di quest’anno, vietato, eppure partecipatissimo.
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Un conservatorismo difficile da scalfire, depositato in leggi che ignorano ogni diritto di riconoscimento e tutela, in una società dove il matrimonio egualitario è ancora un tema intoccabile. La Corea del Sud, insieme al Giappone, è tra i pochi paesi OCSE privi di una protezione esplicita contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.
I numeri dipingono una realtà non meno amara. Solo il 40% della popolazione si dichiara favorevole al matrimonio egualitario, secondo il Pew Research. E solo un sudcoreano su otto ammette di conoscere personalmente una persona gay o lesbica, segno tangibile della ghettizzazione e della solitudine che vive la comunità.
E così, tra gli sfavillanti cartelloni pubblicitari, gli idol, i baristi robot e i drama che feticizzano la comunità LGBTQIA+ senza mai parlare di diritti, le persone queer rimangono nell’ombra, stretti nella morsa dello stigma, della discriminazione e, non ultimo, di una censura soffocante.
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