La Russia stringe la propria morsa sull’ennesimo paese candidato all’ingresso UE. Questa volta, a cedere al soft power del Cremlino è la Serbia, governata dal Movimento Socialista filo-russo di Miloš Vučević.
Anche qui, proposta dal vice premier Aleksandar Vulin, potrebbe presto arrivare la famigerata legge sui “foreign agents” sul modello russo, già adottata in Bulgaria e Georgia, e destinata ad etichettare qualsiasi organizzazione non governativa che opera con fondi stranieri come una forza estranea da monitorare. Anche se quei fondi arrivano dall’UE.
L’etichettatura come “agente straniero” non è infatti solo un tecnicismo legislativo, ma una strategia di controllo. Una strategia che, sotto le mentite spoglie della difesa della sovranità nazionale, si rivela un’arma mirata per soffocare il dissenso, colpire i diritti civili e isolare chi lavora per promuoverli.
Serbia, la legge sugli agenti stranieri
La proposta di legge segue un copione ben noto: etichettare come “agenti di influenza straniera” tutte le organizzazioni senza scopo di lucro finanziate dall’estero. Il pretesto? Difendere la democrazia e la sovranità nazionale. La realtà? Stigmatizzare e delegittimare il settore non governativo, dipingendolo come una longa manus di potenze straniere.
È una strategia già introdotta in Russia nel 2012, utilizzata per silenziare organizzazioni per i diritti umani, media indipendenti e attivisti. In Serbia, il rischio è evidente: se approvata, questa legge potrebbe segnare un grave arretramento per le libertà civili, con un impatto devastante sulle comunità già marginalizzate e costantemente sotto attacco – come quella LGBTQIA+.
E saranno proprio le organizzazioni LGBTQIA+ tra le prime ad essere colpite dall’approvazione quasi certa della normativa, se dobbiamo basarci sulle esperienze di altri paesi. Omofobia e transfobia sono del resto strumenti politici anche in Serbia, e in questo contesto dichiarare un’associazione come “agente straniero” equivale a isolarla, delegittimarla e mettere a rischio la sicurezza di chi vi lavora o vi si rivolge.
In Russia, ad esempio, la matrice della normativa ha portato alla chiusura di associazioni LGBTQIA+ storiche come il Russian LGBT Network, costrette a sospendere le attività per evitare pesanti sanzioni o persecuzioni penali. Lo stesso identico scenario si potrebbe replicare in Serbia. Sofija Todorović, della Youth Initiative for Human Rights (YIHR), ha dichiarato a Radio Free Europe che accettare l’etichetta di “agente straniero” sarebbe “indegno ed impensabile” per l’organizzazione che gestisce.
Secondo Todorović, la legge proposta non è infatti altro che un modo per sopprimere il dissenso, “etichettando e presentando come nemici le persone che lavorano nelle organizzazioni civili”. La comunità LGBTQIA+, già stigmatizzata come portatrice di valori “estranei” alla cultura serba, rischia di diventare il bersaglio prediletto.
Un progetto che guarda a Mosca
I promotori della legge serba si affannano però a sottolineare che il modello di riferimento è l’American Foreign Agents Registration Act (FARA) del 1938, e non la legge russa. Ma le analogie con Mosca sono fin troppo evidenti. Il FARA, nato per contrastare la propaganda nazista, richiede infatti trasparenza solo per individui o entità che agiscono direttamente per conto di governi stranieri.
In Serbia, come in Russia, Bulgaria e Georgia, la proposta amplia invece drasticamente la definizione di “agente straniero”, includendo qualsiasi organizzazione che riceva finanziamenti esteri e operi in ambito politico.
Questo allargamento non è casuale. In Russia, la normativa è infatti stata anticamera e precedente perfetto per l’implementazione altre misure repressive, tra cui la famigerata legge “propaganda gay”. La stessa escalation potrebbe verificarsi in Serbia, dove il vicepresidente Aleksandar Vulin, noto per i suoi legami neanche troppo celati con Mosca, spinge apertamente per una legge che “mostri i denti” a chiunque rappresenti valori liberali o europeisti.
Le conseguenze per la comunità LGBQIA+
Le organizzazioni LGBTQIA+ potrebbero dunque perdere finanziamenti vitali, vedere ridotta la loro capacità di operare e affrontare un ulteriore stigma sociale. E la Serbia, che aspira formalmente all’adesione all’Unione Europea, rischia di allontanarsi sempre più dagli standard di libertà e democrazia richiesti per l’ingresso.
La Commissione Europea e il Dipartimento di Stato americano hanno d’altronde già espresso preoccupazioni. Una legge simile, secondo quanto espresso da Bruxelles in un comunicato, è in netto contrasto con i “valori democratici fondamentali dell’UE, tra cui la libertà di espressione e associazione”. Washington ha avvertito che il provvedimento potrebbe “stigmatizzare le organizzazioni della società civile e ostacolare il lavoro dei media indipendenti”. Ma, come si è già osservato in molti dei paesi satellite del Cremlino, le pressioni internazionali sembrano aver perso la forza incisiva che avevano fino a qualche anno fa.
Serbia e diritti LGBTQIA+
Come in diversi altri paesi post-sovietici, anche qui l’accettazione delle identità non conformi è rallentata da un profondo conservatorismo ereditato, una miscela di tradizioni radicate e retorica politica che spesso gioca sul terreno della “difesa dei valori familiari”. Un terreno fertile per le retoriche incendiarie del Cremlino.
Se da un lato infatti l’attività sessuale tra persone dello stesso sesso è legale e, almeno sulla carta, le norme anti-discriminazione tutelano le persone LGBTQIA+ in vari ambiti, dall’altro la discriminazione è ancora rampante, e manca qualsiasi riconoscimento giuridico per le coppie dello stesso sesso. La Costituzione, approvata nel 2006, chiude ogni spiraglio: il matrimonio è esclusivamente riservato a un uomo e una donna, un vincolo che non lascia spazio nemmeno per le unioni civili, nonostante le promesse e i dibattiti parlamentari mai sfociati in azioni concrete.
E poi c’è la lunga, travagliata storia dei Pride serbi. L’edizione del 2001, la prima, fu teatro di violenze brutali, e per anni gli eventi successivi sono stati cancellati o relegati sotto imponente sorveglianza poliziesca. Dal 2014, le parate si svolgono regolarmente, ma non senza tensioni. L’EuroPride del 2022 è stato emblematico: inizialmente vietato dal governo con il pretesto della sicurezza, è stato autorizzato solo dopo forti pressioni internazionali.
La nomina di Ana Brnabić nel 2017, prima premier serba apertamente omosessuale, fu salutata come un segnale di progresso, ma il suo operato ha lasciato molti delusi per la mancanza di incisività del suo esecutivo in materia di diritti civili. Il disegno di legge sulle unioni civili, da lei annunciato, è rimasto un progetto mai realizzato, vittima di un immobilismo politico che preferisce non sfidare i tabù. E che oggi ha reso la Serbia preda facile per le aspirazioni oppressive del Cremlino.
