C’è un modo terribile di guardare il mondo quando non si ha scelta: lo sguardo di chi cammina per strada sapendo di essere un bersaglio. In Ghana, questa è la realtà quotidiana per la comunità LGBTQIA+. Spesso descritto come una delle democrazie più stabili dell’Africa occidentale, il paese cela però dietro la sua immagine serena un’ondata di odio legalizzato che avanza inesorabile.
Nelle elezioni del 7 dicembre, John Mahama, leader dell’NDC, è tornato al potere con una promessa chiara: firmare la legge anti-LGBTQIA+ già approvata dal Parlamento a inizio anno, ma rimasta sospesa per mesi dopo che il precedente presidente, Nana Akufo-Addo, aveva deciso di sottoporla a un controllo di costituzionalità.
Una decisione più che necessaria considerando che la draconiana normativa non solo criminalizza l’orientamento sessuale, ma punisce anche il semplice sostegno alla comunità, tracciando di fatto una linea brutale tra chi ha diritto di esistere e chi no.
Ora, però, tutto sembra destinato ad accelerare vertiginosamente. La Corte Suprema ha dismesso i due casi presentati lo mercoledì, ma tutti i sintomi sono già emersi durante una campagna elettorale infuocata, dove entrambi i candidati hanno saputo abilmente trasformare le persone queer nel capro espiatorio ideale per una nazione schiacciata da una crisi economica sempre più grave.
A tutto questo si aggiunge un sottile gioco geopolitico. La rinnovata amicizia tra Ghana e Russia, coltivata con la retorica della resistenza all’influenza occidentale, lascia sospettare che dietro la crescente oppressione ci siano mani invisibili, pronti a dettare nuove agende in cambio di aiuti economici. Un’agenda che, in pieno stile Cremlino, viene incisa sulla pelle dei più vulnerabili.
Abbiamo parlato nuovamente con Prince Frimpong, attivista LGBTQIA+ ghanese in prima linea per Youth Initiative Foundation, che non ha paura di raccontare la verità pur vivendo in costante pericolo. Un’intervista carica di paura, rabbia, ma soprattutto resistenza. Perché anche quando tutto sembra perduto, e le derive autoritarie si assomigliano in ogni angolo del pianeta, l’unica risposta possibile è continuare a lottare.

Con l’elezione di John Dramani Mahama e le dimissioni di Nana Akufo-Addo, quali sono le prospettive per il futuro della comunità LGBTQIA+ in Ghana, considerando che entrambi i leader hanno manifestato ostilità nei confronti della vostra comunità?
Onestamente, non riesco a vedere nessun futuro di liberazione o libertà per le persone queer in Ghana. Abbiamo vissuto anni di oppressione, di violente reazioni dei gruppi anti-gender e anti-queer e infine l’approvazione del disegno di legge anti-LGBTQIA+. È una situazione che ho sempre collegato al governo di Akufo-Addo. Ora che Mahama è al potere, temo che la situazione non solo rimarrà uguale, ma potrebbe peggiorare.
Durante la campagna elettorale, abbiamo visto come il partito di Mahama, l’NDC, abbia usato la retorica anti-LGBTQ come strumento politico, promettendo di firmare la legge se avessero vinto. È stato un modo per guadagnare consensi, ma a costo della nostra sicurezza e della nostra dignità.
Akufo-Addo, per quanto controverso, ha rallentato l’approvazione della legge. Non so se lo abbia fatto per una ragione precisa o se semplicemente non volesse essere il presidente che l’avrebbe promulgata davanti ai partner internazionali. Ha persino rimandato la questione alla Corte Suprema, forse per verificare la compatibilità con la Costituzione. Ma ora, con Mahama, non credo ci sarà più alcun freno.
Il futuro, per noi, sarà segnato da una maggiore oppressione, più violenze, più cacce alle streghe. Saremo ancora perseguitati, abusati, forse uccisi.

C’è un pericolo immediato per la comunità LGBTQIA+ in Ghana in questo momento? Ci sono attacchi mirati?
Sì, purtroppo sì. Proprio ieri abbiamo avuto notizia del rapimento di due persone. È qualcosa che ho saputo tramite la piattaforma della mia organizzazione, uno spazio digitale che abbiamo creato per i giovani queer, dove condividiamo risorse, opportunità e monitoriamo la situazione con un sistema di segnalazione del welfare. Riceviamo aggiornamenti costanti sugli attacchi, ed è un problema che persiste da tempo.
Solo pochi mesi fa, due persone erano state rapite. Anche io, personalmente, sono stato vittima di doxxing: il mio indirizzo e il mio numero di telefono sono stati pubblicati su Twitter senza il mio consenso. All’improvviso ho iniziato a ricevere messaggi minacciosi sul telefono. Ho dovuto abbandonare la mia casa e rifugiarmi da un amico, almeno temporaneamente. Poi, durante un forum tecnologico ad Abuja, ho avuto modo di far scansionare il mio telefono per verificare eventuali violazioni. È stato scioccante scoprire che il mio dispositivo era stato hackerato più volte, senza che me ne fossi mai accorto.
La situazione sta peggiorando ogni giorno. Anche chi riesce a vivere nelle aree urbane è costantemente in pericolo, ma sono soprattutto le persone queer che abitano nelle comunità rurali a farmi preoccupare di più. Nei villaggi, spesso, non sanno neanche cosa stia succedendo, e proprio per questo subiscono violenze, discriminazioni e intrappolamenti in misura maggiore.
L’intrappolamento è una delle tattiche più crudeli. Accade spesso che qualcuno finga di appartenere alla comunità queer sui social media, attiri la vittima con un inganno e, una volta giunta sul luogo dell’incontro, la aggredisca, la derubi, la spogli e, in alcuni casi, la uccida. È agghiacciante, ma questa è la realtà con cui dobbiamo convivere ogni giorno.
L’approvazione della legge anti-LGBTQ e il clima politico non hanno fatto altro che alimentare queste aggressioni. John Mahama ha basato parte della sua campagna elettorale sulla promessa di promulgare questa legge, e questo ha incoraggiato molte persone ad agire con una violenza ancora maggiore.
Stai pensando di lasciare il paese per la tua sicurezza?
Due anni fa ti avrei detto di no. Amo il mio paese, il Ghana. Sono nato qui, è la mia terra, il luogo a cui appartengo. Ma oggi mi sento un emarginato nel mio stesso paese. Nonostante tutto, allora avevo ancora fiducia che le cose potessero cambiare, che avremmo potuto esercitare almeno una parte dei diritti che ci spettano. Ma la verità è che come persona queer non ho mai avuto diritti. Mi sono sempre stati negati.
Viviamo in un paese che si proclama democratico, ma la nostra democrazia è minacciata, così come lo sono i diritti umani della comunità LGBTQIA+. I politici si rifugiano sempre dietro la religione e il cristianesimo per giustificare l’ingiustificabile.
Due anni fa ti avrei detto che sarei rimasto. Perché ero e sono un attivista in prima linea. La mia comunità è la mia famiglia, è da lì che vengo, è ciò che sono. Dare voce alla mia comunità, lottare per i nostri diritti e per i miei diritti è il più grande obiettivo della mia vita. Essere la loro rappresentanza è la mia più grande conquista.
Ma ora è diventato troppo. Sono stata vittima di violazioni online e fisiche, di discriminazioni continue, persino nel sistema sanitario e sul lavoro. Ho perso opportunità lavorative solo per il mio orientamento sessuale e la mia identità di genere. È come se il mio paese stesso stesse cercando di togliermi ogni possibilità di esercitare la mia cittadinanza. Sì, sono un cittadino ghanese, ma allo stesso tempo, non lo sono davvero.
Oggi vivo con la costante paura che tutti siano contro di me, e non sono l’unico. Questa paura paralizza l’intera comunità. Uscire di casa diventa un rischio. Molti preferiscono rimanere chiusi dentro, temendo di essere attaccati o discriminati per le strade di Accra, Kumasi, o qualsiasi altro luogo in Ghana. È un’ansia costante.
Ci penso, sai? Se questo diventa insostenibile, forse dovrò andarmene. Ma è una decisione straziante, perché questa è casa mia.

Stavi parlando di attacchi informatici, e questo mi ha fatto pensare allo stile del Cremlino. Considerando la rinnovata cooperazione tra Ghana e Russia con l’elezione di Mahama, che è noto per essere vicino a Vladimir Putin, vedi un collegamento tra questa alleanza e ciò che sta accadendo alla comunità LGBTQIA+?
Mahama ha già una reputazione controversa. Durante la sua presidenza, dal 2012 al 2017, è stato spesso accusato di corruzione e inefficienza, e questo è uno dei motivi per cui perse le elezioni contro Akufo-Addo nel 2017. Ora il Ghana è in una situazione economica disperata, con un debito pubblico altissimo. In una condizione così vulnerabile, è facile che un paese accetti aiuti con condizioni politiche e ideologiche imposte dal donatore.
Durante un comizio politico a gennaio, all’inizio della sua campagna elettorale, Mahama ha dichiarato che le influenze occidentali stavano impedendo a Nana Akufo-Addo di firmare la legge anti-LGBTQ. Secondo lui, il Ghana dovrebbe essere autosufficiente e resistere a qualsiasi tipo di pressione straniera.
Se colleghiamo queste parole alla Russia, il quadro diventa interessante. Se Mahama dovesse consolidare i legami con la Russia una volta al potere, sarebbe naturale che gran parte degli aiuti internazionali arriverebbe proprio da loro. Questo potrebbe portare a un’influenza diretta o indiretta sulla comunità LGBTQIA+. Non posso dire con certezza che questo collegamento esista già, ma è una possibilità concreta.
Pensi dunque che questa legge anti-LGBTQ sia solo un modo per compiacere un nuovo padrone?
Sì, potrebbe essere esattamente così. Mahama ha giurato che, una volta al potere, promulgherà la legge. Questa promessa non è solo rivolta alle chiese o alle forze interne, ma probabilmente anche a quelle esterne che lo sostengono. Sam George, il parlamentare di Ningo-Prampram, ha addirittura dichiarato pubblicamente che Mahama non avrà pace finché non la farà passare.
Questa pressione, sia interna che esterna, gioca un ruolo enorme. Mahama deve rispondere alle aspettative di coloro che hanno sostenuto la sua campagna e finanziato la sua ascesa. Se consideriamo anche le influenze esterne, come la Russia o altri paesi che vogliono guadagnare influenza politica in Ghana, è plausibile che stia cercando di compiacere queste forze.
Che sia consapevole o meno delle ripercussioni di questa decisione, è difficile dirlo. Forse ha già un piano di emergenza. Ma una cosa è chiara: promuovere questa legge è, per lui, un modo per consolidare il potere, mantenere il sostegno delle forze religiose interne e probabilmente accontentare i nuovi alleati esterni.
Grazie, questa prospettiva è molto utile. Tornando alla legge anti-LGBTQ, hai una tempistica precisa? Hai detto che sarà un processo lungo, ma si parla di mesi o anni?
Attualmente, il disegno di legge è alla Corte Suprema. Il 18 dicembre, dopo il primo tentativo a vuoto, la Corte si esprimerà su due casi presentati da due persone indipendenti – un giornalista e un avvocato, per impedire che il disegno di legge venga approvato come legge dal Presidente.
La decisione sarà cruciale: stabilirà se il disegno di legge è costituzionale o meno e chiarirà se deve essere inviato direttamente al Presidente per la firma, prima che Akufo-Addo lasci il potere.
Se la legge sarà ritenuta costituzionale, potrebbe essere mandata al Presidente per l’approvazione, accelerando il processo. Se invece sarà giudicata incostituzionale, sarà un altro scenario. Per ora, questa è la tempistica più breve: tutto dipende da cosa deciderà la Corte Suprema tra due giorni.
AGGIORNAMENTO
Quindi, al momento, sembra inevitabile che le organizzazioni LGBTQ+ in Ghana si stiano preparando per affrontare le ricadute di questa legge. Quali azioni state intraprendendo per sopravvivere in questo clima ostile?
Mi hai chiesto poco fa se ho mai pensato di trasferirmi. È una decisione che molti attivisti stanno prendendo in considerazione, specialmente chi è in prima linea. Io stesso ho sempre pensato che lasciare il paese significasse smettere di lottare, ma mi sbagliavo. A volte è meglio vivere per un altro giorno, piuttosto che morire inutilmente.
Molti attivisti che lasciano il paese continuano il loro lavoro a livello internazionale, costruendo reti di supporto che possono ancora avere un impatto positivo sulla comunità qui in Ghana. È una strategia che funziona e che può rappresentare un piano a lungo termine per chi si sente minacciato. Perché, alla fine, ognuno ha il diritto di cercare sicurezza, liberazione e gioia dove può trovarle.
Quando si parla di organizzazioni della società civile come la nostra, invece, stiamo lavorando su due livelli. A breve termine, ci stiamo mobilitando e stiamo cercando di rafforzare l’unità all’interno della comunità. In un momento come questo, non possiamo permetterci di essere divisi. Abbiamo bisogno di un fronte compatto per affrontare l’avversità.
Di recente, abbiamo organizzato un incontro con diversi stakeholder, coinvolgendo organizzazioni intergovernative, altre associazioni della società civile e gruppi LGBTQ+. Ci siamo seduti insieme per elaborare un piano di advocacy: come possiamo rimanere resilienti, come possiamo combattere la legge se verrà promulgata.
Ci sono altri incontri in corso con organizzazioni del Sud globale, come Pan African ILGA, che sta elaborando strategie nazionali su come contrastare al meglio la legge. È fondamentale continuare a organizzarci perché, in questo momento, dobbiamo affrontare la realtà: qualsiasi cosa potrebbe accadere. E dobbiamo essere pronti.
Ma non si tratta solo di noi come organizzazione. Ci preoccupiamo anche delle comunità più vulnerabili all’interno della comunità LGBTQIA+. Le esperienze sono molto diverse, e l’intersezionalità gioca un ruolo fondamentale. Per esempio, le mie esperienze come persona queer sono molto diverse da quelle di chi è senza fissa dimora o di chi vive con una disabilità. Sono loro che porteranno il peso più pesante se questa legge verrà promulgata.
Questa è una delle nostre sfide più grandi. È spaventoso, non lo nego. La paura è costante, e lo è per tutti noi. Ma dobbiamo continuare a organizzarci, a trovare soluzioni e a combattere, anche in un clima così ostile.
Vista l’attuale divisione dell’Unione Europea, cosa può fare concretamente l’UE per aiutare il Ghana a contrastare questa ondata di odio?
Il problema è che l’Unione Europea non ha mai voluto riconoscere la sovranità degli stati africani. è questo che ci ha portato a dove siamo. Oggi, possiamo solo tamponare gli errori del passato.
Una delle misure più immediate potrebbe essere quella di sospendere alcuni scambi commerciali e chiedere conto ai leader ghanesi. Non è accettabile che i politici vadano davanti all’Unione Europea – compresa l’Italia – presentando il Ghana come un paese pacifico mentre, allo stesso tempo, reprimono brutalmente le comunità emarginate.
Storicamente, il Ghana è stato un esempio di pace in Africa occidentale, ed è vero che, in superficie, appare ancora un paese stabile. Ma se guardiamo ai principi fondamentali che hanno fondato questa nazione – penso a Kwame Nkrumah e al suo ideale di “libertà per tutti” – è evidente quanto ci siamo allontanati da quei valori.
L’Unione Europea deve riconoscere questa strategia e prendere posizione. Il Ghana dipende ancora dagli aiuti internazionali, specialmente dall’UE, quindi questa è una leva importante. Mahama e il suo partito erediteranno una situazione economica disastrata, frutto anche della gestione dell’amministrazione precedente, e credo che sia proprio questo il momento in cui l’Unione Europea dovrebbe agire con un dialogo bilaterale che non allontani il Ghana dall’Occidente per avvicinarlo alla Russia e ad altre forze che determinerebbero la fine di ogni speranza per noi.
C’è ancora tempo per agire, ma non molto. Se aspettiamo troppo, le conseguenze per la comunità LGBTQIA+ e per altri gruppi emarginati potrebbero essere irreversibili.
