Ucraina, il primo rifugio per veterani LGBTQIA+, tra advocacy e resistenza sul fronte dei diritti

Un'importante occasione di visibilità in un Paese che, ancora oggi, nega alle coppie omosessuali il riconoscimento dello status di vedovi di guerra.

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Nell'Ucraina dei diritti negati, la comunità LGBTQIA+ si rende visibile in ogni angolo || Fonte foto: IG @lgbtiqmilitary
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Oleksandr, Vitaliy, Maksym, Volodymyr. Quattro nomi, quattro storie di soldati uccisi in battaglia. Le loro foto sono appese alle pareti di un piccolo centro nel cuore di Podil, quartiere storico di Kiev, Ucraina. Ma i loro volti sono oscurati.

Non hanno avuto il tempo di fare coming out quando erano in vita” racconta ad RSI Viktor Pylypenko, presidente della Ukrainian LGBT Military e fondatore dell’hub che, da luglio scorso, offre un punto di riferimento ai veterani LGBTQ+ dell’esercito ucraino. Per molti, un’oasi di resistenza in un Paese dove, nonostante il sostegno crescente ai diritti delle persone queer, la discriminazione persiste, specialmente nelle forze armate.

Pylypenko è un ex soldato della 72ª brigata. Ha combattuto nel Donbass nel 2014 e di nuovo in prima linea nel 2022. Nel 2018 ha fatto quello che nessun altro prima di lui aveva osato fare: è stato il primo militare ucraino a dichiararsi gay pubblicamente.

Tra lezioni, workshop e uno sportello di supporto psicologico, veterani e soldati attivi trovano nel rifugio di Kiev per i veterani LGBTQIA+ un punto d’incontro. “Ogni giorno riceviamo nuove richieste da chi vuole entrare nelle nostre chat (il centro ne ha tre, una per i soldati gay, una per le soldatesse lesbiche e una per quell* trans) chi vuole parlare, chi cerca un contatto” racconta Andriy Lel’, veterano 51enne e attivista dell’hub.

Ucraina LGBTQIA+, un laboratorio sociale in un esercito ancora conservatore

L’apertura dell’hub arriva in un momento dicotomico per l’Ucraina, Paese in guerra dove però i diritti umani – compresi quelli della comunità LGBTQ+ – stanno conquistando spazi di visibilità impensabili fino a pochi anni fa.

Secondo un sondaggio del Kiev International Institute of Sociology, il 70,4% della popolazione sostiene i diritti LGBTQ+, un dato in crescita di quasi sette punti percentuali in due anni. Ma se l’opinione pubblica si evolve, l’esercito rimane un mondo a sé.

Abbiamo soldati di professione, ma anche tantissimi civili che non hanno mai avuto una cultura militare prima della guerra” spiega Lel’. E in un ambiente dove il rispetto dipende ancora molto dal singolo comandante, il rischio di discriminazione è costante. “Se il comandante è intelligente, può fermare qualsiasi maltrattamento”. Ma se non lo è, la vita per un militare LGBTQ+ può diventare un inferno.

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Viktor Pylypenko ha fondato il primo centro per veterani di guerra LGBTQIA+ || Fonte: RSI, foto di Vincenzo Leone

Ucraina, i diritti LGBTQIA+ negati

La sfida non è però solo quella di resistere all’omofobia interna alle forze armate. L’hub di Kiev ha un obiettivo più grande: portare avanti una battaglia politica per il riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQ+ in un’Ucraina dove non esiste ancora una legge sulle unioni civili, e manca una normativa che punisca i crimini d’odio contro le persone queer.

E se il governo di Zelensky ha più volte lasciato intendere di voler accelerare su questo fronte – con il progetto di legge n. 9103, che mira a introdurre le unioni registrate per coppie sia eterosessuali che dello stesso sesso, e il progetto di legge n. 5488, volto a contrastare le discriminazioni in tutte le loro forme – la realtà è che questo impegno sembra più una necessità politica che una reale volontà di cambiamento.

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Il riconoscimento dei diritti LGBTQIA+ è del resto parte di un pacchetto di riforme richiesto da Bruxelles per facilitare l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, un’adesione che garantirebbe al Paese non solo maggiori tutele, ma anche un ombrello politico ed economico cruciale per la sopravvivenza in un contesto di guerra. Per ora, però, nulla si è mosso in concreto, e l’Ucraina rimane al 40esimo posto su 48 nella mappa di ILGA Europe.

Dato che assume una dimensione ancora più tragica quando si riflette direttamente sulla vita di chi serve nell’esercito.

Se un soldato eterosessuale muore, il suo coniuge può ereditare il suo stipendio e i benefici di guerra. Se muoio io, il mio partner non riceve nulla” sottolinea Pylypenko. Ed è per questo che l’hub non si limita a essere un luogo sicuro: è anche un centro di advocacy, un motore per il cambiamento.

La propaganda russa e le minacce della destra estrema

La visibilità ha però sempre un prezzo, e in tempi di guerra il costo si fa ancora più alto. L’Ucraina non sta infatti combattendo solo un’invasione militare, ma anche una guerra a colpi di disinformazione, in cui la Russia si dimostra tanto brutale sul campo quanto insidiosa nella propaganda.

Da anni, il Cremlino sfrutta la narrativa omofoba come strumento di delegittimazione, dipingendo l’Ucraina come un Paese “corrotto dai valori occidentali, appendice decadente dell’Europa progressista che avrebbe smarrito le proprie radici tradizionali.

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Un messaggio che non è rivolto solo all’interno, ma che viene amplificato in modo capillare anche nelle regioni ucraine ancora vulnerabili all’influenza sovietica, dove il conservatorismo sociale è più radicato e l’ostilità verso le identità non conformi si salda perfettamente con il sentimento di diffidenza verso l’Occidente.

Sono diversi i gruppi nazionalisti di estrema destra che vedono nei diritti LGBTQ+ una minaccia diretta all’identità nazionale, atteggiamento che non si limita ai proclami, ma si traduce spesso in azioni violente.

L’hub di Kiev si trova a pochi passi dal cinema Zhovten, il più antico della capitale, un luogo simbolico per la comunità queer ucraina. Nel 2014, durante un festival cinematografico LGBTQ+, una bomba incendiaria distrusse parte del tetto. Un attacco innegabilmente mirato.

E così, a chi vede questo centro solo come una questione di diritti LGBTQ+, Pylypenko risponde con una verità scomoda: “Questa è una battaglia per tutti”. Perché se un esercito che combatte per la libertà non garantisce libertà a tutti i suoi membri, qualcosa non torna. “Non lottiamo solo per noi stessi. Lottiamo per dimostrare che l’Ucraina che stiamo difendendo è migliore di quella contro cui combattiamo”.

E mentre Viktor racconta il suo sogno – un’Ucraina dove i soldati queer non debbano più nascondersi – fuori, le patch delle varie unità in prima linea continuano ad arrivare, inviate da soldati queer che cercano uno spazio di visibilità in mezzo alla disperazione. Segni silenziosi di un cambiamento in atto, che passa anche da una piccola stanza nel cuore di Kiev, dove veterani queer continuano a combattere, non solo sul campo di battaglia, ma anche su quello dei diritti.

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