AGGIORNAMENTI
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8/03 – A Lansing, davanti al Campidoglio del Michigan, il grido è unanime: i diritti delle donne – cis e trans – non si toccano. In centinaia sono scesi in piazza per protestare contro le nuove restrizioni dell’amministrazione Trump sull’aborto e gli attacchi ai diritti delle persone transgender, in quello che è ormai un accerchiamento sistematico delle libertà individuali. Tra le voci della mobilitazione, quella di Emily Dievendorf, prima deputata statale apertamente non binaria del Michigan, ed Emme Zanotti di Equality Michigan, che hanno ribadito come la battaglia per l’autodeterminazione sia oggi più urgente che mai. La manifestazione, organizzata in occasione dell’8 marzo, è solo una delle tante che stanno infiammando gli Stati Uniti contro una politica che vuole ridurre le donne a strumenti e le persone trans a bersagli.
- 4/03 – Non c’è più neanche il pretesto della formalità: il discorso di Trump al Congresso si è trasformato in una dimostrazione plastica della spaccatura ormai insanabile tra Repubblicani e Democratici. Mentre i Repubblicani applaudivano e scandivano il suo nome, decine di deputati e senatori Dem hanno abbandonato l’aula in segno di dissenso, lasciando i loro scranni vuoti come monito silenzioso contro un presidente che, secondo loro, sta trasformando le istituzioni in un’arena elettorale permanente. Altri sono rimasti, ma solo per sfidarlo apertamente: cartelli con scritte “False“, “Save Medicaid“, magliette con “Resist“, e fischi che hanno interrotto più volte il discorso. Trump, imperterrito, ha rilanciato le sue promesse più incendiarie, dall’eliminazione di intere agenzie federali al recupero del Canale di Panama, passando per il ridimensionamento degli aiuti all’Ucraina, fino all’acquisizione della Groenlandia. La senatrice Elissa Slotkin ha guidato la risposta democratica, accusandolo di “governare con il solo scopo di distruggere”.
- 3/03 – Dai canyon dello Yosemite alle paludi delle Everglades, il malcontento contro i tagli dell’amministrazione Trump ai Parchi Nazionali si è trasformato in una protesta diffusa. Migliaia di manifestanti hanno occupato le aree protette per denunciare il licenziamento di oltre 1.000 ranger e la riduzione drastica dei fondi per la conservazione ambientale. Simbolica l’azione nello Yosemite, dove alcuni attivisti hanno issato una bandiera americana capovolta su El Capitan, segnale universale di emergenza. L’ondata di dissenso arriva mentre il governo difende le sue scelte in nome dell’”efficienza”, ma per molti è solo l’ennesima mossa per smantellare le istituzioni pubbliche.
- 2/03 – Non si placa la contestazione contro Elon Musk e il suo controverso ruolo nell’amministrazione Trump. Sabato 1° marzo, nove manifestanti sono stati arrestati a New York durante una protesta davanti a una concessionaria Tesla, epicentro simbolico del dissenso contro l’uomo più ricco del mondo, ora a capo del Dipartimento di Efficienza Governativa (DOGE). L’iniziativa, parte della mobilitazione “Tesla Takedown”, ha visto azioni coordinate in diverse città americane, da Jacksonville a Tucson, con slogan inequivocabili come “Brucia una Tesla: salva la democrazia”. La protesta prende di mira le politiche di Musk, accusato di smantellare la pubblica amministrazione e di accentrare un potere sempre più inquietante nel cuore della Casa Bianca.
- 2/03 – Il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, è stato accolto da manifestanti pro-Ucraina durante la sua vacanza nel Vermont. Dopo lo scontro con il presidente ucraino Zelensky alla Casa Bianca, centinaia di persone si sono radunate presso il resort sciistico di Sugarbush, esibendo cartelli con scritte come “Vai a sciare in Russia” e “Sei una disgrazia nazionale”. La protesta ha costretto Vance e la sua famiglia a trasferirsi in una località segreta per motivi di sicurezza.
- 01/03 – Nell’Inland Empire, in California, centinaia di persone sono scese in strada per protestare contro l’inasprimento delle politiche migratorie dell’amministrazione, che sta colpendo migliaia di famiglie. L’Inland Coalition for Immigrant Justice ha guidato la mobilitazione, denunciando un ritorno alle retate e agli sgomberi forzati che rischiano di distruggere intere comunità. Con slogan come “Nessuna persona è illegale”, i manifestanti chiedono di fermare una macchina repressiva che sembra rispondere più alla propaganda che alla realtà del Paese.
- 26/02 – Il progetto di Elon Musk per ridisegnare la burocrazia federale americana subisce un duro colpo: più di venti dipendenti pubblici hanno rassegnato le dimissioni dal Dipartimento per l’Efficienza Governativa, denunciando l’uso della loro esperienza tecnica per “smantellare servizi pubblici essenziali”. “Abbiamo giurato di servire il popolo americano e di rispettare la Costituzione, indipendentemente dall’amministrazione in carica”, hanno scritto i 21 ex funzionari in una lettera di dimissioni congiunta ottenuta dall’Associated Press. “Ma è ormai evidente che non possiamo più onorare questo impegno”.
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Il secondo atto della presidenza Trump è iniziato con il fragore di un terremoto: un’ondata di ordini esecutivi firmati con una rapidità spiazzante, la volontà dichiarata di smantellare i pilastri della democrazia USA sfruttando le minoranze come distrazione, l’implementazione metodica dell’ormai famigerato Project 2025, il piano di ristrutturazione ultraconservatore elaborato dall’Heritage Foundation. Nessuna ambiguità, nessuna concessione al compromesso: Trump vuole ricostruire a sua immagine e somiglianza.
Ma se nel 2016 la sua ascesa al potere aveva trovato una società civile disorientata, impreparata all’impatto di un populismo autoritario, oggi il quadro è radicalmente diverso. A poco più di due mesi dal suo insediamento, la macchina della resistenza ha già iniziato a muoversi: proteste, ricorsi giudiziari, mobilitazione dei sindacati e delle comunità accademiche, blocchi istituzionali e strategie di lungo corso per le elezioni del 2026.
L’America progressista ha imparato la lezione: non basta indignarsi sui social o sfilare in piazza per un giorno. La risposta a questa deriva reazionaria deve essere metodica, strutturata e, soprattutto, inesorabile. Il pentimento degli elettori di Trump è ancora un fenomeno marginale, ma tra le file del GOP si intravedono già i primi scricchiolii. Nel frattempo, le barricate si alzano. Ecco come l’America si sta organizzando per resistere.
Stati Uniti, un’ondata di proteste costanti organizzate

C’è un’aria di déjà-vu nelle immagini che arrivano dai municipi delle città americane: folle urlanti che interrompono le assemblee cittadine, contestazioni che diventano veri e propri processi pubblici contro i rappresentanti del GOP, repubblicani colti di sorpresa dalla rabbia di un’America che si rifiuta di subire in silenzio la deriva reazionaria portata dalla nuova amministrazione.
Ma c’è qualcosa di nuovo: oggi la mobilitazione è organizzata, radicata, capillare. Il dissenso non è più una reazione emotiva, ma un progetto di resistenza costruito con metodo, finanziato e portato avanti con una strategia chiara. Dai distretti profondamente repubblicani dell’Ohio alle metropoli progressiste della West Coast, i rappresentanti del GOP stanno affrontando una delle prime, più tangibili conseguenze della nuova amministrazione: la rabbia popolare si manifesta senza filtri, direttamente nei loro territori.
Migliaia di persone protestano contro le omotransfobiche politiche di Trump in tutti gli USA
A Roswell, in Georgia, il deputato Richard McCormick ha tentato di difendere le politiche economiche di Elon Musk, solo per essere seppellito da una tempesta di fischi e urla che lo hanno costretto ad abbandonare l’incontro.
Le assemblee cittadine si sono trasformate in una trincea, tra elettori inferociti che costringono i rappresentanti repubblicani a rispondere a domande scomode su tagli al welfare, restrizioni ai diritti civili e agevolazioni fiscali per i miliardari. In alcuni casi, la tensione è talmente alta che alcuni membri del GOP stanno semplicemente evitando di presentarsi ai dibattiti pubblici, preferendo blindarsi nei loro uffici o tenere eventi riservati agli attivisti conservatori per evitare l’onda d’urto delle proteste.
Se la rabbia nei confronti della nuova amministrazione si è già tradotta in azioni concrete, il caso di Omaha, Nebraska, racconta molto su quanto l’opposizione abbia cambiato registro rispetto al passato. Bernie Sanders – senatore indipendente del Vermont e volto storico della sinistra americana – ha dovuto cambiare sede all’ultimo momento per un evento organizzato contro i tagli al welfare: gli organizzatori si aspettavano 1.000 persone, ne sono arrivate oltre 4.000, costringendo lo staff a trovare uno spazio più ampio per contenere una folla determinata a far sentire la propria voce.
E così, se nel 2017 il dissenso si manifestò in proteste di massa ma senza un coordinamento preciso, questa volta la macchina organizzativa è già in moto. La resistenza è diventata strutturata: gli sparuti gruppi di attivisti stanno diventando coesi e si stanno espandendo, rafforzando la loro rete e costruendo un fronte di opposizione capillare. In Vermont, oltre un migliaio di manifestanti si sono radunati nei pressi dello Sugarbush Resort per contestare la visita del vicepresidente JD Vance, presente con la sua famiglia all’indomani del violento scontro con Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale. Al passaggio del corteo presidenziale, la folla ha scandito slogan e insulti, con cartelli che recitavano “Traditore! Vai a sciare in Russia!”, mentre altri ironizzavano sulla presenza ingombrante di Elon Musk nell’amministrazione: “JD, credevamo che Elon fosse presidente”.
Indivisible, nato come un manuale strategico di resistenza all’era Trump nel 2016, si è rapidamente trasformato in un movimento capillare con migliaia di gruppi locali impegnati a fare pressione diretta sui legislatori repubblicani, costringendoli a rendere conto delle loro decisioni nelle assemblee cittadine e nei loro stessi distretti. Dai 1.000 gruppi locali del 2017 è passato a 1.500 quest’anno. MoveOn, organizzazione progressista con una lunga storia di attivismo, ha organizzato ben 60 eventi in una sola settimana, mentre le associazioni studentesche stanno pianificando scioperi nazionali su larga scala.
USA, le aziende costrette a schierarsi
Il nuovo campo di battaglia è però il mercato, e la user base è diventata un attore politico a tutti gli effetti. Negli ultimi anni – lo abbiamo visto con il caso Budweiser -, il rapporto tra consumatori e aziende si è trasformato in un campo di tensioni ideologiche costanti: le imprese non sono più semplici attori economici, ma spazio di scontro culturale, valoriale e politico. E con una generazione sempre più attenta all’etica delle aziende da cui acquista, il perimetro dello scontro non è più solo quello della regolamentazione statale o della pressione fiscale, ma quello della coerenza reputazionale.
Il consumo è diventato un atto politico, e il boicottaggio si sta rivelando una delle armi più efficaci della resistenza progressista. La user base detta le condizioni, e i brand devono adeguarsi o rischiare di perdere clienti, talenti e capitalizzazione di mercato.
E così, se i repubblicani hanno costruito il proprio modello economico sulla presunta alleanza organica tra grande impresa e governo conservatore, la realtà che emerge nel 2025 è molto più frammentata e instabile. La destra trumpiana non è più semplicemente il partito delle imprese, ma il partito delle imprese allineate. Se nel 2016 molte corporation vedevano in Trump un’opportunità di deregulation e tagli fiscali, oggi il quadro è più complesso: Elon Musk è una figura tanto potente quanto divisiva, e schierarsi apertamente con il governo, rappresenta un rischio di immagine altissimo. Eppure, alcune aziende hanno scelto di farlo, accettando di sacrificare le politiche di diversità e inclusione pur di mantenere i favori dell’amministrazione.
L’adesione cieca al trumpismo non però è priva di costi. Il consumatore del 2025 osserva, giudica e agisce. Se i social media sono stati il motore delle campagne di cancel culture negli anni scorsi, oggi il concetto si è evoluto in qualcosa di più strutturato e pervasivo: il consumo politico. Abbandonare le politiche DEI non è una mossa senza conseguenze. Meta, Amazon e Google hanno già visto esplodere proteste digitali, campagne di boicottaggio e pressioni da parte di investitori e dipendenti. Il messaggio è chiaro: il progressismo aziendale non era solo marketing, ma un impegno che i consumatori si aspettano venga mantenuto.
Dall’altro lato, alcuni marchi hanno scelto di non cedere alle pressioni politiche, anche e sopratutto per tenere buono il proprio bacino di utenza. Apple ha rifiutato di smantellare le proprie politiche DEI: il 97% degli azionisti che ha votato contro la proposta di eliminazione. Tim Cook, consapevole che il valore del marchio Apple è legato anche alla sua identità progressista, ha ribadito che l’azienda non cambierà direzione, nonostante le pressioni dell’amministrazione. Patagonia, storicamente impegnata nelle battaglie sociali e ambientali, ha addirittura rilanciato le proprie iniziative di inclusione e giustizia sociale. La user base ha imparato ad avere potere e lo sta esercitando.
USA, tribunali e governi locali difendono minoranze e comunità LGBTQIA+
La battaglia decisiva si gioca però all’interno delle istituzioni. Il secondo mandato di Donald Trump ha del resto una drive ben precisa: smantellare l’architettura democratica degli USA attraverso una gestione sempre più accentrata del potere esecutivo. Con una pioggia di ordini esecutivi, il presidente ha così avviato un processo di erosione della separazione dei poteri, bypassando il Congresso e mettendo sotto pressione la magistratura. La sua strategia è chiara: muoversi in modo rapido e aggressivo, annichilendo qualsiasi forma di opposizione prima che possa strutturarsi in un blocco coeso.
Tuttavia, questa volta l’apparato giudiziario e i governi locali hanno risposto con una prontezza senza precedenti, trasformando le corti federali e le istituzioni statali in veri e propri bastioni di resistenza contro l’onda reazionaria della Casa Bianca. A poco più di due mesi dall’insediamento, sono già oltre settanta le cause legali intentate contro l’amministrazione Trump.
Tra le misure sospese, il tentativo di revocare la cittadinanza per diritto di nascita, le restrizioni all’assistenza sanitaria per le persone transgender e l’accesso ai dati finanziari riservati del Tesoro da parte del team di Elon Musk. Quest’ultimo provvedimento, in particolare, ha sollevato un’ondata di critiche anche all’interno dell’establishment repubblicano, poiché rende sfacciatamente evidente il grado di commistione tra il potere politico e gli interessi privati dell’industriale che, di fatto, controlla parte dell’agenda amministrativa.
A guidare l’opposizione legale non sono solo le organizzazioni per i diritti civili, ma anche una coalizione di procuratori generali democratici, che hanno adottato un approccio coordinato per bloccare le manovre dell’amministrazione. Almeno quindici stati hanno risposto con fermezza agli ordini di Trump, cercando di arginare la deriva autoritaria attraverso azioni legislative e giudiziarie mirate.
L’opposizione più strutturata è arrivata da New York, dove la governatrice Kathy Hochul ha firmato un pacchetto di leggi per proteggere la privacy dei fornitori di servizi abortivi, un provvedimento nato in risposta alle nuove restrizioni federali che mirano a ostacolare l’accesso ai farmaci abortivi anche negli stati progressisti. In parallelo, il governatore del Minnesota Keith Ellison ha emesso un ordine esecutivo che vieta alle forze dell’ordine statali di collaborare con l’ICE – l’agenzia federale responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione -, impedendo alle autorità locali di detenere immigrati senza un mandato specifico. Un’azione simile è stata intrapresa dal procuratore generale del Maryland, che ha pubblicato linee guida stringenti per contrastare l’ingerenza federale nelle politiche di sicurezza pubblica e nei centri sanitari, impedendo l’uso delle risorse statali per facilitare le deportazioni di massa.
Metropoli come Los Angeles, Chicago e New York hanno rafforzato il loro status di “santuari” per immigrati e minoranze vulnerabili, adottando ordinanze municipali che impediscono alle agenzie locali di cooperare con le direttive repressive della Casa Bianca. A Washington, il sindaco Muriel Bowser ha dichiarato che la capitale federale non collaborerà in alcun modo con i piani di deportazione dell’amministrazione, mentre il sindaco di San Francisco, London Breed, ha annunciato un piano di finanziamenti per supportare le organizzazioni legali che assistono gli immigrati colpiti dalle nuove politiche restrittive.
Una delle aree di scontro più accese è però quella relativa ai diritti LGBTQIA+. Trump ha firmato una pletora di ordini esecutivi che attaccano direttamente le protezioni per le persone transgender, cercando di escluderle dalle cure di affermazione di genere e di eliminare i programmi DEI a livello federale. La risposta è stata immediata. Il Los Angeles LGBT Center, Lambda Legal e la San Francisco AIDS Foundation hanno presentato un ricorso alla corte distrettuale della California, contestando la legittimità dell’ordine esecutivo che nega il riconoscimento dell’identità di genere nelle strutture sanitarie pubbliche.
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Una detenuta transgender ha intentato una causa presso un tribunale federale di Boston contro il provvedimento che obbliga le donne transgender a essere alloggiate nelle prigioni maschili.
Le istituzioni progressiste stanno quindi adottando una strategia duplice: da un lato, il ricorso sistematico ai tribunali per frenare l’imposizione dell’agenda trumpiana, dall’altro, la costruzione di alternative politiche e amministrative capaci di proteggere i diritti fondamentali a livello locale. A differenza del passato, in cui l’opposizione democratica si limitava a reagire alle mosse dell’esecutivo, oggi assistiamo a una resistenza proattiva, con strategie studiate per rendere inefficaci le misure federali già nel momento in cui vengono annunciate.
Gli Stati Uniti si preparano alle elezioni di midterm del 2026
Il vero banco di prova sarà dunque il 2026, quando le elezioni di medio termine potrebbero rimescolare gli equilibri e porre un freno all’agenda radicale dell’amministrazione repubblicana. Il piano è ambizioso, ma non impossibile. Negli ultimi mesi, i Democratici hanno avviato una massiccia riorganizzazione per recuperare il terreno perduto e contrastare l’egemonia conservatrice con una strategia chiara, strutturata e adattabile a un panorama politico in costante mutamento.
Il primo obiettivo è la costruzione di un fronte unitario che vada oltre le divisioni interne al Partito Democratico. Il messaggio sarà semplice, immediato e capace di toccare trasversalmente diverse fasce di elettorato: Trump e Musk stanno smantellando il welfare per arricchire i miliardari, e le loro politiche colpiscono direttamente la classe media e i lavoratori. La narrazione su cui si baserà la campagna democratica sarà dunque incentrata sulle conseguenze tangibili delle scelte di Trump: i tagli a Medicaid, la distruzione di programmi sociali come Meals on Wheels e Head Start, l’impatto devastante delle politiche economiche sulle fasce più vulnerabili della popolazione.
Intanto, lo scontro tra esecutivo e sistema giudiziario è destinato a inasprirsi nei prossimi mesi. Le cause legali potranno frenare temporaneamente i provvedimenti più estremi, ma il vero banco di prova sarà la Corte Suprema, modellata da Trump sin dal 2016 per consolidare l’attuale orientamento conservatore. Corte Suprema che potrebbe superare la sentenza “Obergefell v Hodges” che ha legalizzato il matrimonio egualitario negli USA.
Un altro aspetto centrale sarà la pressione sugli stati repubblicani, in particolare quelli più vulnerabili alle conseguenze economiche delle politiche di Trump. Alcuni governatori del GOP hanno già iniziato a mostrare segni di insofferenza di fronte ai tagli che colpiranno in maniera indiscriminata i loro stessi elettori.
Il governatore del Colorado, Jared Polis, ha lanciato l’allarme sugli effetti devastanti che le misure repubblicane avranno sulla sanità pubblica: in uno stato relativamente benestante come il suo circa 400.000 cittadini rischiano di perdere la copertura Medicaid. In stati più poveri e con una forte dipendenza dai programmi federali, la situazione sarà ancora più critica. I Democratici intendono sfruttare queste contraddizioni per creare crepe all’interno del GOP, cercando di convincere alcuni rappresentanti repubblicani a opporsi alle misure più drastiche dell’amministrazione.
Il vero obiettivo della resistenza progressista è trasformare il malcontento in un’onda elettorale che possa ribaltare il controllo del Congresso nel 2026. Le elezioni di medio termine saranno dunque un’opportunità storica per riconquistare la Camera e limitare il potere di Trump, rendendo più difficile per lui governare con la stessa aggressività. L’analisi dei flussi elettorali indica che le fasce più colpite dai provvedimenti dell’amministrazione sono anche quelle che potrebbero spostare il voto: i lavoratori a basso reddito, le donne, le minoranze oppresse e gli elettori più giovani, molti dei quali stanno manifestando crescente insoddisfazione per l’attuale governo. I Democratici stanno lavorando per capitalizzare questo malcontento, intensificando la registrazione degli elettori in stati chiave e investendo in campagne mirate per mobilitare la base progressista.

bravi, siete, credo, l'unica testata giornalistica a commentare in maniera esaustiva quello che succede negli States!