Regno Unito, la Corte Suprema cancella le donne trans dalle tutele antidiscriminatorie dell’Equality Act

Una frattura legale che si fa ideologica: la Corte stabilisce chi può essere donna — e chi no — agli occhi dello Stato. Determinando un precedente pericolosissimo.

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Il 16 aprile 2025, la Corte Suprema del Regno Unito ha stabilito che, ai fini dell’Equality Act del 2010 — la legge che tutela contro le discriminazioni fondate su caratteristiche personali come il sesso, l’orientamento sessuale o la disabilità — i termini “donna” e “sesso” dovranno essere intesi esclusivamente in base al sesso biologico, escludendo così dalla definizione legale di “donna” le persone transgender, anche quelle in possesso di un Gender Recognition Certificate (GRC).

La pronuncia non arriva in un vuoto normativo né sociale, ma in un panorama globale dove i diritti delle persone transgender — e in generale quelli della comunità LGBTQIA+ — subiscono un’erosione sistematica da parte di governi che sempre più apertamente flirtano con derive autoritarie e ideologie bioconservatrici.

Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno già annunciato il ritorno a una visione binaria del sesso, escludendo le persone trans da ambiti cruciali come lo sport, la sanità e l’istruzione. In Ungheria, Viktor Orbán ha fatto approvare un emendamento costituzionale che vieta i Pride e riconduce la definizione di genere unicamente al dato biologico, fungendo da apripista per altri governi illiberali — dalla Georgia alla Bulgaria, dalla Serbia all’Italia — dove l’identità di genere è diventata il nuovo bersaglio simbolico di un disegno politico più ampio: ridefinire il corpo e la cittadinanza, ristabilendo una gerarchia sociale ordinata secondo sesso, sangue e famiglia eterosessuale. 

Regno Unito, la Corte Suprema non riconosce le identità trans

La decisione della Corte Suprema britannica affonda le radici nella battaglia legale portata avanti da For Women Scotland (FWS), gruppo femminista TERF che contesta l’autodeterminazione di genere come criterio valido per accedere ai diritti riservati alle donne. Nella loro visione, l’identità di genere è una costruzione soggettiva che non dovrebbe mai prevalere sul sesso assegnato alla nascita, soprattutto in ambiti in cui il sesso — sostengono — fa la differenza: sport, spazi pubblici, carceri.

Al centro del ricorso, una legge approvata nel 2018 dal governo devoluto scozzese, allora guidato da Nicola Sturgeon, che riconosceva le donne transgender in possesso di un GRC (documento legale che conferma un cambio di genere) come donne a tutti gli effetti anche nei criteri di rappresentanza nei consigli pubblici, che prevedevano una quota del 50% di presenza femminile. Secondo FWS, questa estensione rappresentava una violazione dei diritti delle “vere” donne — ovvero quelle biologiche — che si sarebbero viste scavalcate, esposte, messe in pericolo da una normativa che confonde, anziché tutelare.

Inizialmente, i tribunali di grado inferiore avevano dato torto al gruppo, riconoscendo la coerenza della normativa scozzese con l’Equality Act. Ma FWS ha deciso di non fermarsi, portando la questione fino alla Corte Suprema del Regno Unito. Il verdetto è stato sconcertantemente netto: il termine “donna”, pur non esplicitamente definito nel testo della legge del 2010, va inteso come riferito al sesso biologico. Di conseguenza, il legislatore non avrebbe mai inteso includere nella categoria legale “donna” anche le donne transgender, anche qualora fossero riconosciute come tali dallo Stato attraverso un GRC. Ai fini delle quote, delle politiche di pari opportunità e della protezione in base al sesso, dunque, contano i cromosomi, non il genere. Un precedente pericolosissimo che potrebbe aprire la strada a leggi ancora più limitanti.

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Una regressione globale

Quella che si è giocata nei tribunali del Regno Unito non è una vicenda interna al dibattito scozzese sulla devoluzione dei poteri, bensì lo specchio di una crisi più ampia dell’autodeterminazione di genere come valore condiviso nelle democrazie liberali. Negli Stati Uniti, il secondo mandato presidenziale di Donald Trump ha già prodotto una raffica di ordini esecutivi che segnano un ritorno a un impianto legalmente binario: maschio o femmina, niente in mezzo. Il nuovo quadro normativo prevede che il sesso assegnato alla nascita sia l’unico riconosciuto dallo Stato.

Le atlete transgender sono escluse dalle competizioni femminili, l’accesso ai servizi sanitari per la transizione è vietato ai minori, le persone trans non possono più servire nell’esercito. L’aria di restaurazione morale è palpabile: la libertà individuale è ridotta a opzione condizionata, concessa solo se compatibile con i dettami biologici imposti dal governo.

Lo stesso schema si replica, con sfumature diverse, in molte realtà europee. Nell’Ungheria dello stop alle trascrizioni per il cambio di sesso, l’emendamento costituzionale approvato ad aprile 2025 mette ora nero su bianco il divieto per eventi LGBTQIA+, incluso il Budapest Pride, e autorizza l’utilizzo della tecnologia di sorveglianza per monitorare i manifestanti. In Georgia, la legge “contro la propaganda LGBT ha riacceso le tensioni sociali, mentre in Serbia e Bulgaria si moltiplicano le pressioni per vietare l’educazione all’identità di genere nelle scuole. Da noi, la retorica politica dominante ha trasformato il “gender” – termine sociologicamente neutro – in una minaccia esistenziale, con la complicità di ampi settori dell’informazione e l’indifferenza di un’opposizione paralizzata.

Ma nel Regno Unito post-Sunak, il partito laburista, oggi al governo con Keir Starmer, aveva promesso in campagna elettorale di semplificare il processo per semplificare un riconoscimento legale del genere, eliminando passaggi medici invasivi e restituendo dignità alle persone trans. Le promesse si sono oerò sciolte davanti alla tempesta politica che la questione ha sollevato: l’opinione pubblica è divisa, la stampa generalista ha alimentato polemiche tossiche, e lo stesso Starmer si è trovato in difficoltà quando, in una famosa intervista, non è riuscito a rispondere con chiarezza alla domanda “Una donna può avere un pene?”.

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Così, la riforma è scomparsa dai radar legislativi. Nessun provvedimento in discussione, nessuna data all’orizzonte, solo un imbarazzato disimpegno. La sinistra, che un tempo si ergeva a paladina dei diritti civili, oggi teme che difendere l’autodeterminazione di genere possa alienare l’elettorato moderato.

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laura dello 17.4.25 - 8:24

Sono una Genderlady. Non sono più un uomo, ma neanche mai sarò una donna. Sono una Genderlady. Il mio corpo è femmina, come la mia anima. E se fossi un Genderboy, sarebbe maschio, senza bisogno di spiegazioni. Nulla di me è rimasto a metà. Perché sono diventata Genderlady. Per questo, una Genderlady non è una persona in transizione. Non è un transgender. Non è una transessuale. Genderlady è il terzo sesso. Possibilissimo. Straordinariamente profondo, con un codice tutto suo che lo rende interessantissimo e forte. Essere una Genderlady non riguarda scelte sessuali. Non riguarda la sessualità nel suo significato più ampio. Una persona Genderlady avrà semplicemente una lettera in più: non M, non F, ma G. Con questa descrizione, capirete bene che l’argomento è chiuso. Viviamo in pace e pensiamo a star bene tutti, che nessuno toglie niente a nessuno. Chi vorrà, chi deciderà, chi sentirà di fare approccio con una o un Genderlady, potrà poi parlare di noi. Basta fingere. Basta sparire nella folla. Basta inseguire il diventare donna, perché signore… non lo saremo mai. Ma sapete anche che abbiamo delle cose diverse. Siamo pazzesche. Siamo uniche. Gli uomini che vorranno potranno conoscerci senza trucchi e senza inganni. Siamo il terzo sesso. Pulitissimo. Normale. Nessuna stranezza. Nessuna pazzia. Nessuna nascita in corpo sbagliato. Solo la voglia di essere quello che si vuole. Se — tra l'altro — è possibile, se non fa male a nessuno, allora perché no?

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Cristian Felico 16.4.25 - 19:48

Adesso basta ! E ora di denunciare adesso il bullismo è reato! Signora ha tutta la mia solidarietà e vicinanza, ma denunci chi commette questi comportamenti e chi nn fa nulla per fermarli! VIvere in libertà sempre!

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stock spir 16.4.25 - 17:30

Finalmente si torna un po' con i piedi per terra. Rispetto per tutti, ma sta storia dell'autodeterminazione, inclusi quelli che si inventano sta farsa di essere non binario o non binaria deve finire, altrimenti come si puo' sperare che la gente normale di testa ci prenda sul serio? Poi, come al solito, l'esclusione delle donne trans da eventi sportivi e' una menzogna. Togliere sta gente che si inventa ste storie, insieme a quelli che vogliono rovesciare le E, da questo sito, ridara' credibilita' a questo sito che, vista l'URL, qualcuno puo' pensare che ci rappresenti tutti. Speriamo presto.