Dopo Roma, dove alcuni manifesti sono già stati rimossi su indicazione dell’amministrazione capitolina, la nuova campagna nazionale di Pro Vita & Famiglia arriva anche a Santa Marinella, piccolo centro affacciato sul litorale laziale. A segnalarlo è Marina Marcucci, residente e autrice, che – facendo seguito alla nostra guida su come segnalare le campagne d’odio – ha scelto di rivolgersi direttamente a Gay.it per denunciare la comparsa dei manifesti Pro Vita & Famiglia nella sua città e chiedere indicazioni concrete su come – da semplice cittadina – poter intervenire per ottenerne la rimozione.
Lo schema è lo stesso: bambini e adolescenti in posa scolastica, zaini sulle spalle e frasi dal tono allarmistico cucite addosso come etichette. “Oggi a scuola un attivista LGBT ha spiegato come cambiare sesso – Giulio, 13 anni”; “Oggi a scuola ci hanno letto una favola in cui la principessa era un uomo – Anna, 8 anni”; “La mia scuola ha permesso anche ai maschi di usare i bagni delle femmine – Matilde, 16 anni”. Frasi costruite ad arte per agitare lo spettro del gender nelle scuole, e per sostenere la petizione Mio figlio no. Scuole libere dal gender – l’ennesima offensiva normativa di Pro Vita & Famiglia per blindare con una legge nazionale l’ingerenza genitoriale e impedire ogni attività educativa che tratti temi legati all’identità di genere, alla sessualità o alla comunità LGBTQIA+.
Secondo l’associazione ultraconservatrice, quelle attività altro non sarebbero che il grimaldello per introdurre un’“ideologia gender” imposta subdolamente, “all’insaputa delle famiglie”. Una narrativa perfettamente sincronizzata con la retorica delle destre radicali europee – e italiane. Non è un mistero che l’organizzazione intrattenga rapporti con ambienti neofascisti e gruppi ultracattolici noti per le loro posizioni reazionarie: contatti che le sono già costati l’avvio di una procedura da parte della Commissione Europea, volta a valutare la sua cancellazione dal Registro europeo per la trasparenza.
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C’è però un altro aspetto, più immediato, che vale la pena sottolineare. Una campagna di affissioni di questo tipo – nonostante il tacito appoggio di esponenti della maggioranza di governo – rischia di non essere compatibile con la legge. L’avvocata Cathy La Torre lo ha ribadito in più occasioni: il Decreto Infrastrutture, all’articolo 4-bis, vieta espressamente qualsiasi forma di pubblicità che veicoli contenuti discriminatori o lesivi dei diritti civili, inclusi quelli legati all’identità di genere e all’orientamento sessuale.
A Roma, questo principio è stato fatto valere. L’intervento dell’amministrazione ha portato alla rimozione dei manifesti. Ma a Santa Marinella, per ora, il silenzio istituzionale è assordante. “Ho chiamato il Comune – racconta Marcucci – e la persona con cui ho parlato ha minimizzato, come se non fosse un problema di loro competenza. Ma lo è. Eccome se lo è. È il Comune che ha il dovere di verificare e, se necessario, rimuovere”. Non tuttə, però, restano a guardare.
Manifesti Pro Vita & Famiglia, la consigliera comunale Chegia: “Stiamo lavorando per rimuoverli”
A Santa Marinella la campagna ha trovato terreno libero. I manifesti sono stati affissi secondo regolamento, e proprio questo dettaglio – l’apparente regolarità burocratica – ha permesso loro di comparire indisturbati. “Il problema è che queste affissioni, legittime dal punto di vista procedurale, non passano al vaglio di nessun organo – ci spiega Maura Chegia, consigliera comunale e membro della Consulta delle Donne – Non c’è dibattito, non c’è controllo. Ma io li trovo profondamente offensivi, e credo che vadano rimossi”.
Chegia conosce bene il tema: non è la prima volta che la sua città si trova a fronteggiare simili campagne dato che proprio Santa Marinella ospita un distaccamento ProVita. “Era già successo qualche anno fa – racconta – e anche allora, come Consulta delle Donne, ci siamo battute perché venissero tolti. Ma arrivammo troppo tardi: scadde il tempo previsto per l’affissione e finì tutto nel nulla. Stavolta però siamo determinate a non far passare la cosa in silenzio”.
Sia per i modi, sia per il contenuto, secondo Chegia, i manifesti sono infatti inaccettabili: “Si tratta di disinformazione – dice – perché si sostiene che nelle scuole italiane si insegni una inesistente teoria gender senza l’autorizzazione dei genitori. Oltre che essere discriminatorio, è anche falso. Per qualunque attività di educazione affettiva o sessuale è obbligatorio il consenso delle famiglie. Quindi sono faziosi, costruiti per alimentare paura e sospetto. Io stessa ho avuto uno scontro con un responsabile di Pro Vita sui social, che mi ha accusata di voler censurare la loro libertà di opinione. Ma qui non si tratta di opinioni: è libertà d’odio. E io non ci sto. Il rischio, nell’epoca dei social, è che chi non ha strumenti critici venga circuito da queste narrazioni tossiche. Ci è stato segnalato che qualcuno ha provato a strappare i manifesti. Come consigliera, dico chiaramente che non è la via giusta: serve la legalità. Ma come attivista, come sostenitrice del Pride, capisco l’indignazione. È difficile restare passivi davanti a un attacco così diretto ai diritti delle minoranze”.
La consigliera è chiara: la Consulta si sta già muovendo per valutare se esistano margini legali per la rimozione anticipata dei manifesti, sulla scia di quanto accaduto a Roma. “La nostra è un’amministrazione di centrosinistra – sottolinea – e mi auguro che prevalga il buonsenso. Trovo sinceramente assurdo che nel 2025 ci sia ancora chi usa la scuola per fare propaganda politica contro le minoranze”. Il tema, però, rischia di spaccare anche chi dovrebbe essere unito. Marina Marcucci, che della Consulta fa parte, esprime un certo disagio rispetto a quello che definisce “un approccio troppo pavido”. “Forse per non scombinare equilibri politici – ipotizza – si tende a non esporsi troppo. Ma io credo che questa sia una questione che va affrontata con decisione, senza ambiguità. Se a Roma la risposta è stata rapida, anche a Santa Marinella dovrebbe essere lo stesso”.
Anche perché la campagna – per quanto costruita su narrazioni smentite dalla comunità scientifica e tese a confondere l’opinione pubblica – si sta ormai diffondendo a macchia d’olio, invadendo silenziosamente i centri urbani con i suoi messaggi d’allarme. A Pescara, solo pochi giorni fa, decine di manifesti Pro Vita & Famiglia sono apparsi nel cuore della città con slogan dichiaratamente omobilesbotransfobici.
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Un paradosso amaro, se si considera che proprio Pescara, nel 2023, ha approvato una mozione a sostegno dell’Agenda LGBTQIA+, riconoscendo l’importanza di contrastare l’odio e promuovere una cultura dell’inclusione. “La nostra città non può tollerare atti che minano la dignità, la sicurezza e la libertà delle persone queer”, ha dichiarato Benedetta La Penna del collettivo Zona Fucsia, tra le prime a denunciare pubblicamente l’accaduto. Eppure, a pochi giorni dal 25 aprile – ottantesimo anniversario della Liberazione – il ritorno di un linguaggio fondato sul controllo dei corpi e sulla censura dell’identità è un segnale preoccupante. Perché se è vero che la storia si ripete, è altrettanto vero che oggi, come allora, resistere è un dovere civile.
