Per anni simbolo di patriarcato tossico, maschilismo estremo e rigido controllo dell’identità di genere, la mafia mostra segnali inaspettati di apertura. O forse, dovremmo dire, di pelosa resilienza. E capacità di adattarsi ai tempi. Una storia che sta tornando virale negli USA, alle prese con la catastrofica amministrazione di Donald Trump.
Nel 2019 sorpresero non poco le dichiarazioni del procuratore antimafia Nicola Gratteri al The Times, il quale raccontava un quadro sorprendente: la ‘Ndrangheta, tra le organizzazioni mafiose più potenti (e pericolose) d’Italia, avrebbe allentato le sue regole consentendo ai suoi uomini gay di entrare nei ranghi inferiori, a patto che “non ne facciano sfoggio in pubblico”. Un’accettazione che, per quanto parziale e discreta, e per quanto riferita soltanto a posizioni di insubordinazione, fa da contraltare alle politiche apertamente ostili che sta portando avanti l’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, autore di una vera e propria crociata contro i diritti della comunità LGBTQ+.

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Mafia e omosessualità: la svolta ‘grazie’ al figlio drag queen di un boss
In passato, nei clan mafiosi anche il solo sospetto di omosessualità poteva costare la vita. Ma secondo Nicola Gratteri, procuratore antimafia – oggi procuratore presso il Tribunale di Napoli -, la mafia si sarebbe “evoluta con la società” e oggi, pur restando un tabù tra i capi più anziani, permetterebbe agli uomini gay di far parte dei ranghi inferiori, a patto che non ostentino pubblicamente la loro omosessualità.
Lo dichiarò lo stesso Gratteri al Times. Gratteri avrebbe intercettato conversazioni e lettere “appassionate” tra membri della ’ndrangheta. Tra queste intercettazioni, spicca la scoperta che molti giovani affiliati frequenterebbero liberamente locali drag e che il figlio di un importante boss mafioso si esibirebbe come drag queen con il nome d’arte Lady Godiva.
Se fino a pochi decenni fa anche il solo sospetto di essere gay o bisessuali poteva costare la vita, oggi la mafia pare essersi, dunque, “adattata”. Secondo il procuratore, questa nuova apertura “mina l’immagine della mafia come gruppo di uomini duri e virili, ma dimostra come l’organizzazione si sia adattata ai tempi. I gay possono far parte della ‘ndrangheta, purché non lo ostentino pubblicamente”.
Nonostante questo segnale di cambiamento, Gratteri aveva messo in guardia: la mafia non è diventata “progressista”, ma piuttosto più fragile. “Ho processato i nonni e i padri degli attuali capi, uomini capaci di affrontare lunghe condanne con freddezza. I giovani di oggi, invece, soffrono molto di più la pressione della prigione, diventano paranoici e depressi”.
Un cambiamento che non rappresenta certo una rivoluzione culturale ma che è indice di una società in evoluzione, anche all’interno di un mondo tradizionalmente conservatore, violento e omofobo come quello mafioso. L’arcobaleno apre crepe anche nell’incrollabile muro dell’omertà ‘ndranghetista.
Trump e la crociata contro la comunità LGBTQ+

Nel frattempo, Donald Trump, dal suo ritorno nel ruolo di presidente degli Stati Uniti ha ricominciato ad attaccare sistematicamente i diritti LGBTQ+, con una vera e propria crociata, in particolare contro le persone transgender. Lo ha fatto proprio di recente, in occasione dell’inizio del Pride Month. Cosa non nuova, dal momento che già dal suo primo mandato il presidente Usa aveva ignorato o cancellato il Pride Month, sostituendolo con iniziative alternative (come il “National Ocean Month” nel 2018), promuovendo politiche transfobiche e ostili alla comunità LGBTQ+. Adesso lo ha fatto nuovamente, non riconoscendo ufficialmente giugno come mese dell’orgoglio e dichiarandolo invece “Mese del Titolo IX”.
Trump ha, inoltre, avanzato la sua volontà di tagliare i fondi alla linea di assistenza per giovani LGBTQ a rischio suicidio – sebbene i dati in tal senso, e soprattutto dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, siano fortemente preoccupanti -, ha chiesto – e ottenuto, con il via libera della Corte Suprema – l’applicazione del divieto militare per le persone transgender e imposto lo stop al monitoraggio di crimini violenti e altre forme di abusi contro le persone transgender. Ed ancora, ha imposto il divieto ai percorsi affermativi per i minori di 19 anni. Tutte azioni, queste – e, purtroppo, non le uniche – che ribadiscono la battaglia in atto dell’amministrazione Trump nel voler cancellare la comunità trans.
Non solo: le sue politiche permettono ancora oggi discriminazioni sul lavoro e nell’assistenza sanitaria, spesso giustificate da ragioni religiose o morali. Queste azioni, che vengono difese come necessarie per “proteggere i valori tradizionali” o la “salute pubblica”, hanno contribuito a creare un clima di paura e insicurezza per milioni di persone LGBTQ+ negli Stati Uniti.
Su Instagram, una pagina molto seguita ha sintetizzato così la questione, rilanciando l’inchiesta di Gratteri del 2019 e aprendo a una riflessione più profonda: “La mafia è più aperta di Trump”. Ne è seguito un boom virale di condivisioni, sull’onda dell’anti-trumpismo crescente che anima la comunità LGBTIAQ+ statunitense.
La frase, decisamente provocatoria, mette in luce una realtà preoccupante: un’organizzazione criminale feroce e patriarcale mostra oggi più tolleranza verso le diversità di genere rispetto a un presidente eletto democraticamente, leader della prima potenza mondiale. Certo, la mafia lo fa per fare affari. “Anche Trump!“, commenta qualcuno. E come dargli torto?
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