Appena pochi giorni dopo la comparsa dei manifesti legati alla campagna nazionale di Pro Vita & Famiglia a Piacenza e Modena, anche per le strade di Ravenna è tornata la propaganda dell’organizzazione ultra-cattolica. I cartelloni affissi – e già visti nelle passate settimane anche a Roma, Santa Marinella, Pescara, Brescia, Bergamo e Genova – riprendono la medesima invettiva contro la comunità LGBTQ+ e la presunta “teoria gender” nelle scuole. A segnalarli è stato un attivista per i diritti delle persone trans, che li ha bollati come “offensivi e transfobici”.
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Pro Vita, manifesti “antigender” anche a Ravenna
La campagna avviata già da alcuni mesi da Pro Vita & Famiglia non arretra, ma continua anzi ad invadere le città italiane con manifesti in cui l’educazione alle diversità nelle scuole italiane viene vista come “pericolosa” e “dannosa”. Favole inclusive, dibattiti sull’identità di genere e uso condiviso dei bagni sono diventati temi sui quali Pro Vita intende mettere in guardia. E così, ancora una volta, sotto il pretesto della protezione dell’infanzia, si nasconde l’ennesimo tentativo di censura, con una petizione volta a proibire qualsiasi iniziativa scolastica che affronti argomenti riguardanti la comunità LGBTQIA+, l’affettività e la sessualità, basandosi su presunti rischi legati al genere.
Protagonista dei manifesti “antigender” comparsi a Ravenna è sempre lo stesso ragazzino, un modello pubblicitario che impersona “Giulio, 13 anni”, al quale viene attribuita la frase: “Oggi a scuola un attivista LGBT ha spiegato come cambiare sesso”. Il tredicenne viene ritratto con un volto serio e abbattuto, con l’evidente intento di suscitare allarme e dipingere l’educazione all’inclusività come fonte di turbamento e trauma.
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La denuncia di un’attivista e i precedenti
Come segnalato da RavennaNotizie.it, sono diversi i punti della città in cui sono stati affissi i cartelloni in questione, da viale Randi a via Pertini. A segnalarli alla testata, un’attivista per i diritti delle persone trans che ha commentato: “Li trovo offensivi, molto transfobici e la cosa triste è che il Comune li ha autorizzati”.
Quelli “antigender” non sono gli unici manifesti discutibili apparsi in città. Segnalazioni simili erano già state indirizzate al Comune in occasione dell’affissione di manifesti anti-aborto. Tuttavia, fino ad oggi, non risultano provvedimenti di rimozione, nonostante il regolamento comunale per le affissioni pubbliche preveda all’articolo 18 l’obbligo, per il committente, di sottoscrivere una dichiarazione di adesione al Codice di Autodisciplina Pubblicitaria. Il Codice vieta contenuti che ledano la dignità delle persone (art. 9) o offendano convinzioni morali, civili e religiose (art. 10), richiamando esplicitamente il rispetto e il rifiuto di ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere.
Le associazioni ne chiedono la rimozione
In seguito all’affissione di messaggi transfobici attraverso i manifesti di Pro Vita (e altre sigle affini) a Ravenna, le associazioni ne hanno chiesto in coro l’immediata rimozione.
“Come Centro Antidiscriminazioni LGBTI+ Ravenna, Movimento Consumatori Ravenna APS e Arcigay Ravenna, esprimiamo profonda preoccupazione e ferma condanna per la diffusione di questi messaggi di odio, che alimentano disinformazione, stigma e ostilità nei confronti di persone e comunità già troppo spesso marginalizzate”, si legge in un comunicato ufficiale e congiunto delle tre associazioni, che ricordano come l’articolo 23, comma 4-bis del Nuovo Codice della Strada vieti qualsiasi forma di pubblicità con contenuti sessisti, violenti, offensivi o discriminatori, inclusi quelli legati a orientamento sessuale, identità di genere, disabilità e altre caratteristiche personali.
“Abbiamo già provveduto a segnalare formalmente la presenza di questi manifesti al Sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni, all’Assessora alle Politiche e Cultura di Genere Francesca Impellizzeri e agli uffici competenti del Comune, chiedendone la rimozione immediata come previsto dalla normativa vigente”, hanno sottolineato, chiedendo un messaggio forte e chiaro da parte dell’amministrazione anche alla luce dell’impegno assunto entrando nella Rete READY (rete nazionale delle pubbliche amministrazioni attive nel contrasto alle discriminazioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere).
Ad intervenire è stato anche Ciro Di Maio, Coordinatore del Centro Antidiscriminazioni LGBTI+ di Ravenna, il quale ha tuonato: “Non possiamo permettere che messaggi di odio e disinformazione trovino spazio nelle nostre strade. Questi manifesti colpiscono non solo le persone trans e tutta la comunità LGBTQIA+, ma anche chiunque creda in una società fondata sul rispetto, sulla conoscenza e sulla libertà di espressione. È nostro dovere contrastare ogni tentativo di alimentare paura e discriminazione. Ravenna deve continuare a essere una città accogliente, sicura e inclusiva per tutte le persone”.
Quando l’eurodeputata Basso attaccò i manifesti pro famiglie arcobaleno

Nel novembre 2023, a Ravenna, era stata lanciata la campagna “Insieme si può”, promossa da Arcigay con il sostegno dell’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali – per valorizzare il Centro Antidiscriminazioni LGBTQIA+ cittadino.
I manifesti affissi in città raccontavano storie quotidiane ma spesso invisibili: Maria, madre di un adolescente trans in difficoltà; Karim, giovane musulmano che temeva il coming out con la propria famiglia; Fra, persona trans preoccupata di subire bullismo nello spogliatoio di calcio; e infine Chiara e Giovanna, due future mamme che si chiedevano se il Comune avrebbe trascritto l’atto di nascita del loro bambino.
Una campagna di sensibilizzazione sobria e concreta, che aveva però scatenato la reazione dell’eurodeputata leghista Alessandra Basso. Secondo l’esponente della Lega, i manifesti – finanziati anche con fondi europei del FSE – veicolavano un “modello non previsto dalla legge italiana”, facendo riferimento alla genitorialità omosessuale e alla maternità surrogata, vietata dall’articolo 12, comma 6, della legge 40/2004. Basso, in quella occasione, aveva persino annunciato un’interrogazione a Bruxelles, chiedendo chiarimenti sull’uso dei fondi pubblici, ribadendo che “le donne non si noleggiano, i figli non si comprano”.
A riportare la notizia era stato il sito RavennaEDintorni. Dalle istituzioni europee non erano arrivate repliche ufficiali, ma il contesto era chiaro: il Consiglio d’Europa aveva già condannato gli attacchi alla comunità LGBTQIA+ come “violazioni dei diritti umani”, mentre la Commissione UE aveva ribadito la necessità di riconoscere pienamente le famiglie arcobaleno in tutta l’Unione, Italia compresa.


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