Il Napoli Pride 2026, andato in scena sabato 27 giugno da Porta Capuana a piazza Dante, è stato attraversato da momenti di caos, contestazioni, accuse reciproche e ricostruzioni opposte tra il Comitato Napoli Pride, Antinoo Arcigay Napoli, l’associazione ebraica LGBT+ Keshet e Arrevutamm Pride.
A complicare ulteriormente il quadro, nella parte finale della serata, si è aggiunto anche un episodio distinto: una donna avrebbe denunciato molestie durante il concerto conclusivo in piazza Dante, mentre tre giovani sono stati arrestati dopo l’intervento delle forze dell’ordine. Secondo le ricostruzioni diffuse dalle agenzie, quattro poliziotti sono rimasti feriti.
Il risultato è un Pride che, almeno nei numeri e nella partecipazione, ha confermato la centralità della piazza napoletana nel movimento LGBTQIA+ italiano, ma anche l’esistenza di una frattura politica profonda all’interno della stessa comunità.
Il Napoli Pride dei 30 anni: corteo, caldo e grande partecipazione

Il corteo del Napoli Pride 2026 è partito nel pomeriggio da Porta Capuana, luogo scelto non casualmente dagli organizzatori per dare un segnale politico in una zona complessa e simbolica della città. Lo slogan dell’edizione era “‘A libertà nun se corregge”, ovvero “La libertà non si corregge”.
La manifestazione ha attraversato Forcella, corso Umberto e via Toledo, prima di arrivare in piazza Dante per la parte conclusiva con interventi dal palco e show finale. Secondo quanto dichiarato dagli organizzatori durante la giornata, la partecipazione sarebbe stata “enorme”, con stime arrivate a parlare di oltre 100mila persone, dato ripreso anche da Antonello Sannino su Facebook. Una cifra contestata invece da Arrevutamm Pride, che nel proprio comunicato parla di “meno di 10.000 persone”.
Al corteo erano presenti, tra gli altri, Maria Grazia Cucinotta, Leo Gassmann, BigMama, Joe Squillo, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e Roberto Fico. Forte anche la presenza di associazioni, sindacati e realtà politiche locali e nazionali.
La giornata è stata segnata anche dal caldo intenso. La Protezione civile ha irrorato i manifestanti con acqua nebulizzata lungo il percorso, mentre come riporta La Repubblica, la Tarantina, figura storica della cultura popolare napoletana e del mondo femminiello, ha accusato un malore, poi superato. Dopo essersi ripresa, ha chiesto di restare al Pride, seguendo il corteo da un’auto.
Il primo momento di tensione in piazza Dante
Il clima, inizialmente descritto come festoso e pacifico, si sarebbe incrinato nella fase finale, all’arrivo in piazza Dante. Secondo la ricostruzione di Repubblica, un gruppo pro Palestina di circa cinquanta persone avrebbe bloccato il corteo accusando i manifestanti di essere filo-israeliani e di non condannare il “genocidio in corso in Palestina”. Dai contestatori sarebbe partito anche il coro “assassini assassini”.
Sempre secondo il quotidiano, la protesta sarebbe durata pochi minuti e in quel momento non si sarebbero registrate violenze. I contestatori si sarebbero poi spostati verso il palco.
Ma nelle ore successive, il racconto di quanto accaduto si è complicato. A emergere non è stato soltanto un momento di contestazione politica, ma uno scontro interno al Pride, con accuse pesantissime e versioni radicalmente diverse.
Il nodo Keshet e la frattura dentro la comunità LGBTQIA+ napoletana
Al centro della tensione c’è stata la presenza di Keshet, organizzazione ebraica LGBT+ già al centro, nelle settimane precedenti, del dibattito nato intorno al Roma Pride e alla mancata sottoscrizione del manifesto politico in cui si parlava esplicitamente di “genocidio” a Gaza da parte del governo di Israele. In una recente intervista a Gay.it, il presidente di Keshet Europa Ariel Heller aveva ribadito la condanna della “strage” a Gaza e dei “crimini” del governo israeliano, rivendicando però il diritto delle persone ebree LGBTQIA+ a partecipare ai Pride in sicurezza e senza essere identificate con le scelte del governo Netanyahu.
La partecipazione dell’associazione al Napoli Pride è diventata il punto di rottura tra diverse anime del movimento cittadino, sullo sfondo della guerra a Gaza e del posizionamento politico sulla Palestina.
NapoliToday ha raccontato lo scontro parlando di “acque agitate nella comunità Lgbtqia+ della città di Napoli” e riportando il comunicato dell’Associazione Trans Napoli. Secondo ATN, “al pride non doveva esserci spazio per i sionisti di Keshet”, perché, sempre secondo la loro ricostruzione, all’interno del comitato organizzatore sarebbe stato convenuto che Keshet non avrebbe dovuto avere “né un carro, né un posto in scaletta per parlare dal palco politico”.
L’Associazione Trans Napoli ha sostenuto che, “contravvenendo ai patti”, i rappresentanti di Keshet sarebbero stati presenti “con un carro in bella vista” e anche nel retropalco, in attesa di salire sul palco. Da qui la decisione di opporsi. Sempre secondo ATN, la loro presidente avrebbe subito “un attacco da un esponente sionista” e l’associazione avrebbe lasciato quello spazio perché “non era più sicuro”.
La ricostruzione di Keshet è opposta. Ariel Heller, presidente di Keshet Europa, ha denunciato all’Adnkronos che durante il Napoli Pride un gruppo di manifestanti avrebbe bloccato il carro su cui si trovavano e avrebbe urlato “assassini”. Heller ha precisato: “Non era un nostro carro e non avevamo simboli politici o bandiere. Indossavamo soltanto la kippah ebraica, quindi siamo stati insultati solo in quanto ebrei”.
Secondo Heller, nel backstage sarebbero stati insultati con la frase “siete munnezza” e successivamente sarebbe stato chiesto loro di rinunciare agli interventi dal palco per motivi di sicurezza.
Arcigay Napoli: “Sputi, spintoni e la kippah strappata”
La presa di posizione più dura è arrivata da Arcigay Napoli e dal Comitato Napoli Pride, che in un comunicato pubblicato il 28 giugno hanno parlato di “violenta aggressione contro gli ebrei e il comitato al Napoli Pride”.
Secondo il Comitato, all’inizio di piazza Dante si sarebbe verificata “una vera e propria aggressione premeditata e preorganizzata”, attribuita a “un gruppo di una ventina di persone facenti parte dell’Arruvutamma Pride” e scatenata “unicamente dalla presenza pacifica di quattro persone appartenenti all’associazione ebraica LGBT+ Keshet”.
Nel comunicato si parla di corteo “fisicamente bloccato”, spintoni e insulti contro gli organizzatori, ma anche di “atti di pura violenza e aperto antisemitismo”, con sputi, lancio di palloncini d’acqua e “liquido urticante”. Il Comitato sostiene inoltre che durante le aggressioni sarebbe stata strappata la kippah dal capo di uno dei ragazzi ebrei presenti.
La tensione sarebbe poi proseguita nell’area del palco. Sempre secondo Arcigay Napoli e il Comitato Napoli Pride, un gruppo di circa venti persone avrebbe tentato di sfondare le transenne, lanciando acqua e ulteriore liquido urticante. La situazione avrebbe reso necessario l’intervento della polizia.
Il Comitato ha annunciato denunce formali e la richiesta di un incontro urgente con Prefetto, Questore, Sindaco e Presidente della Regione, parlando di una “preoccupante deriva” e della necessità di tutela per le associazioni coinvolte.
Arrevutamm Pride respinge le accuse e rivendica la contestazione
Di segno completamente diverso la versione diffusa da Arrevutamm Pride su Instagram. Nel comunicato, l’assemblea rivendica la contestazione e accusa il Comitato organizzatore e la polizia di violenza contro persone queer.
“Il primo Pride fu Rivolta contro il potere, contro la polizia. A Napoli il trentesimo invece vede la violenza contro le persone queer da parte dello stesso comitato organizzatore e della polizia invocata da Arcigay”, si legge nel post.
Arrevutamm sostiene di essere scesə in piazza per contestare la presenza di Keshet sul secondo carro, presenza che, secondo loro, sarebbe avvenuta “nonostante le giuste richieste ferme di ATN”. L’assemblea racconta che, al loro arrivo con le bandiere della Palestina, un militante avrebbe ricevuto “diversi sputi” da quelli che definisce “sionisti”.
Secondo Arrevutamm, verso la fine del corteo, il gruppo avrebbe bloccato il carro su cui erano presenti gli attivisti contestati. A quel punto, sempre secondo la loro ricostruzione, un membro dello staff sarebbe sceso per aggredire “violentemente” unə compagnə. L’intervento delle forze dell’ordine, scrivono, sarebbe stato rivolto contro i militanti dei movimenti e contro di loro.
Nel post viene citato anche un successivo battibecco con Danilo Di Leo, presidente di Pride Vesuvio e marito di Antonello Sannino. Arrevutamm sostiene che Di Leo avrebbe tentato di aggredire la stessa persona e che solo l’intervento della presidente di ATN avrebbe evitato il peggio.
Sul caos dietro le quinte, Arrevutamm accusa Keshet di aver aggredito “le femmenell di ATN” e sostiene di essere intervenuta “per cacciare definitivamente i sionisti”, formulazione contenuta nel comunicato dell’assemblea, accusando il Comitato di non essere intervenuto. Quanto al lancio di oggetti, l’assemblea scrive: “Sia i membri di Keshet che di Arcigay davanti alla nostra contestazione lanciano oggetti e insulti a cui rispondiamo con della semplice acqua”.
Il comunicato si chiude con una rivendicazione esplicita: “Rivendichiamo tutto”. Secondo Arrevutamm, la contestazione avrebbe impedito lo svolgimento degli interventi politici dal palco, anche per effetto delle “pressioni interne”.
Due versioni opposte e un punto politico irrisolto
Le ricostruzioni, al momento, restano profondamente divergenti. Da una parte, Arcigay Napoli e il Comitato Napoli Pride parlano di aggressione antisemita contro persone ebree LGBTQIA+ e organizzatori. Dall’altra, Arrevutamm Pride descrive la contestazione come una risposta politica alla presenza di Keshet, accusando Arcigay, il Comitato e le forze dell’ordine di aver agito contro persone queer e attivistə pro Palestina.
In mezzo resta la posizione dell’Associazione Trans Napoli, che ha contestato la presenza di Keshet sostenendo che questa fosse contraria agli accordi interni del comitato e denunciando un’aggressione subita dalla propria presidente.
Il nodo politico, emerso con forza dalle ricostruzioni contrapposte, riguarda la guerra a Gaza, il rapporto tra antisionismo e antisemitismo, la presenza di soggettività ebraiche LGBTQIA+ nei Pride e la tenuta degli spazi comuni dentro il movimento queer. Una tensione che non riguarda solo Napoli, ma che nel caso del Pride partenopeo è esplosa pubblicamente, segnando la conclusione della parata con uno scontro pubblico tra realtà che, almeno formalmente, avrebbero dovuto condividere la stessa piazza.
La denuncia per molestie e l’arresto di tre giovani a fine serata
Al caos politico si è aggiunto, nella tarda serata, un episodio distinto avvenuto durante il concerto conclusivo in piazza Dante. Secondo quanto riportato da Tgcom24, una donna avrebbe denunciato di essere stata molestata da tre giovani mentre si trovava in piazza con il figlio.
Dopo la segnalazione a una pattuglia della Guardia di Finanza, sul posto sarebbero intervenuti gli agenti del commissariato Montecalvario per identificare i ragazzi indicati dalla donna. Durante il controllo, secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine, i tre avrebbero rifiutato di fornire i documenti e opposto resistenza. Uno di loro avrebbe colpito gli agenti con calci e pugni.
Quattro poliziotti sono rimasti feriti, con prognosi tra tre e sette giorni. I tre giovani, due 23enni e un 22enne originari del Ciad, della Costa d’Avorio e del Benin, sono stati arrestati con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale; uno dei 23enni anche per lesioni a pubblico ufficiale.
Una giornata di orgoglio segnata da accuse e fratture interne
Il Napoli Pride 2026 era stato presentato soprattutto come l’edizione del trentennale: il ricordo del primo Pride del Sud Italia, la celebrazione di una città che rivendica diritti, accoglienza e libertà, la piazza dedicata anche a Mirko Moriconi e Kety Andreoni, uccisi in Toscana in un contesto familiare segnato dall’odio e dal rifiuto.
Antonello Sannino, parlando a nome dei Comitati Pride, aveva definito la manifestazione un Pride “contro tutte le guerre” e “contro ogni forma d’odio e violenza”, dedicato anche a Mirko e Kety. Proprio per questo, le tensioni esplose nella parte finale della giornata hanno reso ancora più visibile la frattura politica interna.
Il caos di piazza Dante non cancella la partecipazione, né il significato storico del corteo, ma apre una domanda difficile per il movimento LGBTQIA+ napoletano e nazionale: come si tiene insieme uno spazio di rivendicazione queer quando al suo interno esplodono conflitti così profondi su guerra, identità, antisemitismo, antisionismo, sicurezza e rappresentanza?
Per ora restano comunicati, accuse incrociate e versioni inconciliabili. E resta l’immagine di un Pride nato per celebrare trent’anni di storia e finito, almeno nella sua coda, dentro una frattura che difficilmente potrà essere ricomposta con una semplice nota stampa.


