Trovare unə terapeuta per una persona LGBTQIA+ può essere una scelta delicata, soprattutto per chi teme di dover spiegare o giustificare il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere. Minority stress, discriminazioni, rifiuti familiari e violenze possono incidere sul benessere psicologico: per questo è importante affidarsi a professionistə preparatə, capaci di leggere questi vissuti senza stereotipi o pregiudizi.
Per orientarsi nella scelta abbiamo intervistato Federico Dibennardo, psicologo clinico e psicoterapeuta, esperto di identità, relazioni, stigma e salute mentale. È autore di L’amore è una tragedia, co-autore di La psicologia è politica e cura la pagina Instagram @strizzacervelli_.
Perché non basta unə terapeuta “accogliente”
Quando si cerca unə psicoterapeuta capita spesso di imbattersi in parole come spazio sicuro, accoglienza, aperto a tuttə. Sono elementi importanti, ma secondo Dibennardo non sono sufficienti. “L’accoglienza è necessaria, spesso è il primo pezzo fondamentale, ma non sempre è sufficiente”.
Una persona LGBTQIA+, infatti, non porta in terapia soltanto il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere. “Porta anche una storia di sguardi, discriminazioni subite, esperienze di esclusione e forme di stigma che possono mantenersi nel tempo”.
Per questo motivo unə professionista dovrebbe conoscere, ad esempio, il concetto di minority stress, cioè quella particolare condizione di sofferenza psicologica legata all’appartenenza a un gruppo sociale discriminato.
Come spiega Dibennardo: “È importante che chi lavora in ambito clinico sappia che, oltre alla storia familiare e individuale, possono esserci correlati sociali specifici che incidono sulle credenze, sui vissuti di vergogna, sulle paure e sui dolori quotidianamente percepiti”.
La preparazione, inoltre, non riguarda soltanto orientamento sessuale e identità di genere. All’interno della comunità LGBTQIA+ convivono infatti esperienze molto diverse che possono riguardare:
- coming out;
- relazioni affettive;
- corpo;
- famiglie LGBTQIA+;
- discriminazioni;
- percorsi sanitari;
- stigma sociale e religioso.
“Sono temi che attraversano rami della terapia anche diversi tra loro, spesso recenti, per cui è bene che lə professionista sia informatə”.
Come capire se unə terapeuta è preparatə già dal primo contatto

Una delle domande più frequenti riguarda il momento che precede il primo colloquio: come capire se lə professionista possiede davvero competenze sui temi LGBTQIA+?
La prima precisazione di Dibennardo invita a evitare conclusioni affrettate. “Non trovare sezioni specifiche su questi temi non significa automaticamente che quella persona non sia preparata ad accoglierci”.
In altre parole, l’assenza di riferimenti espliciti nella biografia non equivale necessariamente a una mancanza di competenze. Detto questo, alcuni elementi possono rappresentare segnali incoraggianti. Tra questi cita riferimenti a:
- terapia affermativa;
- approccio LGBTQIA+ informed;
- minority stress;
- identità di genere;
- orientamento sessuale;
- neuroqueer;
- trauma da discriminazione;
- autodeterminazione;
- linguaggio inclusivo.
Anche espressioni come “spazio sicuro” o “professionista alleatə” possono essere indizi di attenzione verso questi temi. “Non sono garanzie assolute, ma possono orientare”.
In caso di dubbi, il consiglio è chiedere direttamente: “È legittimo farlo. Sia prima di iniziare sia dentro la terapia. E la risposta a queste domande dice già qualcosa del clima relazionale che si potrà costruire”.
I campanelli d’allarme da non ignorare
Se alcuni segnali possono aiutare a orientarsi, ce ne sono altri che meritano particolare attenzione. Dibennardo ricorda anzitutto che il Codice Deontologico degli psicologi italiani richiama esplicitamente il rispetto della dignità, dell’autodeterminazione e il divieto di discriminazione.
Per questo motivo rappresentano un serio campanello d’allarme tutti quei comportamenti che cercano di limitare l’espressione dell’identità della persona.
“Potrebbe essere un nodo critico da osservare qualunque forma di repressione sessuale o di vincolo dell’autodeterminazione. Per esempio, il desiderio di correggere un orientamento affettivo, un’identità dichiarata o un percorso di espressione di sé. Questo non è solo clinicamente scorretto, ma rappresenta una forma di violenza”.
Esiste però anche un’altra distinzione importante. Unə psicoterapeuta, ricorda Dibennardo, può sbagliare. Può utilizzare un pronome errato, confondersi su un termine o formulare una domanda poco felice. “Il problema non è l’errore in sé. Il problema è cosa accade dopo”.
Se l’errore viene riconosciuto, corretto e utilizzato come occasione per comprendere meglio la persona, la relazione terapeutica può rafforzarsi.
Molto diverso è il caso in cui lə professionista minimizzi o difenda il proprio comportamento. “Se invece l’errore viene difeso, minimizzato o trasformato in una verità contrapposta a ciò che la persona sta dicendo di sé, allora diventa un segnale importante da non ignorare”.
Fare domande al primo colloquio non è una mancanza di fiducia

Molte persone hanno il timore di apparire diffidenti chiedendo informazioni al primo incontro. Secondo Dibennardo accade esattamente il contrario. “È assolutamente legittimo”.
Il motivo è semplice. “Perché non dovremmo poter sondare la preparazione di unə professionista? La terapia è una relazione asimmetrica, ma non deve essere una relazione opaca. La persona ha diritto a capire in che mani si sta mettendo”.
Tra le domande che è possibile porre ci sono:
- “Ha già lavorato con persone LGBTQIA+?”
- “Ha una formazione specifica su questi temi?”
- “Ha esperienza con persone trans, non binarie o gender non conforming?”
- “Come lavora rispetto al minority stress e alle esperienze di discriminazione?”
Anche spiegare apertamente il motivo della domanda può aiutare a costruire un clima di fiducia, ad esempio dicendo: “Nella mia comunità non è scontato che unə professionista sia informatə e accogliente su questi temi. Per me è importante capirlo per sentirmi al sicuro”.
Per Dibennardo, fare domande non significa mettere sotto esame lə terapeuta, ma creare le basi della relazione. “Se la risposta è rispettosa, sufficientemente chiara e la persona si sente accolta, può essere abbastanza per iniziare”.
“Apertə a tuttə” non basta: come distinguere unə professionista davvero competente
Chi lavora in ambito psicologico si presenta spesso si presenta spesso con formule rassicuranti come “apertə a tuttə” o “accogliamo ogni persona senza giudizio”. Un messaggio positivo, certamente, ma che da solo non basta a garantire una reale preparazione sulle esperienze LGBTQIA+. “‘Apertə a tuttə’ è una frase bella e, in parte, rassicurante. Dice che la relazione parte da una disponibilità all’accoglienza. Però mi sento di dire che è il minimo sindacabile”.
Il rischio, spiega, è quello di trasformare l’uguaglianza in una forma di invisibilità. “L’espressione di apertura generica talvolta rischia di invisibilizzare le specificità della persona. Dire ‘per me sono tuttə uguali’ può sembrare inclusivo, ma non sempre lo è”.
L’obiettivo della terapia, infatti, non è trattare ogni persona come se avesse vissuto le stesse esperienze, “ma riconoscere che non tuttə arrivano in terapia con lo stesso rapporto con il mondo, con la stessa sicurezza, con lo stesso diritto percepito a esistere”.
Per questo può essere utile verificare se lə professionista abbia già lavorato con persone LGBTQIA+ o dichiari di occuparsi di tematiche specifiche. “Sapere se quella persona ha lavorato con persone queer o se dichiara di potersi occupare di alcuni temi specifici è già un primo passo”.
Allo stesso tempo, Dibennardo invita a non trasformare questa ricerca in un controllo continuo: “Se lə terapeuta dichiara di essere informatə, risponde in modo rispettoso e noi ci sentiamo bene e accolti, queste possono essere condizioni sufficienti per iniziare. Anche stare nella relazione terapeutica con troppi dubbi può diventare rischioso per la salute e per il percorso. Una volta accertate alcune informazioni di base e percepita una sicurezza sufficiente nella relazione, è importante provare anche ad affidarsi”.
Quanto conta il linguaggio nella relazione terapeutica
Per molte persone LGBTQIA+, essere chiamate con il nome scelto o con i pronomi corretti rappresenta una forma concreta di riconoscimento. Secondo Dibennardo il linguaggio è uno degli elementi attraverso cui prende forma la relazione terapeutica: “Conta moltissimo e, allo stesso tempo, non è tutto”.
All’inizio del percorso, utilizzare un linguaggio rispettoso e aggiornato aiuta a creare fiducia. “Il linguaggio è uno dei primi luoghi in cui si costruisce la relazione. Avere davanti una persona che prova a usare un linguaggio rispettoso, aggiornato e comprensivo è importante, soprattutto all’inizio, quando la fiducia è ancora in costruzione”.
Questo significa utilizzare il nome scelto dalla persona, rispettarne i pronomi e concordare, quando necessario, anche il modo in cui riferirsi al passato.
Naturalmente, una buona terapia non si esaurisce nelle parole. “Una relazione terapeutica non vive solo di linguaggio. Una volta costruita, passa anche attraverso il tono, la presenza, l’ascolto, la capacità di comprendere e di riparare”.
Anche qui torna il tema dell’errore. Unə psicoterapeuta può sbagliare, ma ciò che conta è il modo in cui reagisce. “La differenza sta nella capacità di correggersi, non nel pretendere che la persona paziente debba continuamente educare, consolare o tranquillizzare lə professionista”.
Persone trans, non binarie e gender non conforming: quali competenze dovrebbe avere unə terapeuta

Nel caso delle persone trans, non binarie o gender non conforming, la preparazione dellə professionista assume un’importanza ancora maggiore. Il primo passo resta quello del linguaggio rispettoso. Ma da solo non basta.
Chi accompagna una persona durante un percorso di affermazione di genere dovrebbe conoscere anche gli aspetti clinici, sanitari e burocratici che possono entrare in gioco. Dibennardo cita, tra gli altri:
- la disforia di genere;
- i percorsi sanitari;
- gli aspetti burocratici;
- il possibile impatto del gatekeeping medico.
Un percorso realmente rispettoso, sottolinea, non dovrebbe trasformarsi in un esame sull’identità della persona: “Non dovrebbe chiedere alla persona di dimostrare di essere ‘abbastanza’ qualcosa: abbastanza trans, abbastanza coerente, abbastanza sofferente, abbastanza stabile”.
Al contrario, la terapia dovrebbe aiutare la persona a comprendere i propri bisogni, “a capire cosa desidera, cosa teme, quali risorse ha, quali pressioni sta subendo e quale percorso può essere più coerente con il proprio benessere”.
Minority stress, discriminazioni e trauma: perché il contesto sociale conta
Molte persone LGBTQIA+ iniziano un percorso terapeutico dopo aver vissuto episodi di discriminazione, bullismo, outing forzati, rifiuti familiari o violenze. Ridurre tutto questo a un problema esclusivamente individuale può compromettere il lavoro terapeutico. “Il rischio, molto concretamente, è non trattare davvero il problema”.
Molte manifestazioni di sofferenza possono essere strettamente collegate alle esperienze di discriminazione. “Possono nascere da reazioni traumatiche, evitamenti, paure o ipervigilanza legate proprio a esperienze di discriminazione, rifiuto, outing o violenza sociale”.
Questo non significa che tutte le persone queer vivano necessariamente tali esperienze nello stesso modo, “ma la letteratura scientifica e la comunità stessa ci dicono che sono temi frequenti e rilevanti”, precisa Dibennardo.
Ignorare questa dimensione significa perdere una parte importante della storia della persona. A questo punto, il rischio è duplice: “Da un lato rischiamo di restare omertosi verso il sistema che produce e invisibilizza quella sofferenza. Dall’altro, molto semplicemente, rischiamo di non toccare aree critiche che sarebbe utile trattare”.
Una buona terapia dovrebbe aiutare la persona a distinguere ciò che appartiene alla propria storia individuale da ciò che deriva dal contesto. “Cosa appartiene alla mia storia personale? Cosa appartiene al contesto che mi ha feritə? Dove posso lavorare su di me? Dove invece è necessario nominare un’ingiustizia?”.
Esistono ancora approcci che patologizzano l’identità LGBTQIA+?
Dal punto di vista formale la risposta dovrebbe essere negativa. Le cosiddette ‘terapie riparative’ sono infatti incompatibili con la pratica psicologica. “Le terapie riparative sono apertamente contrastate dal nostro Ordine professionale e sono incompatibili con una pratica clinica rispettosa della persona”.
Questo, però, non significa che il problema sia completamente scomparso. “Nella realtà, possono esistere zone grigie, professionistə non aggiornatə, persone che si muovono in assenza di adeguata etica professionale o personale”.
Per Dibennardo rappresenta un grave segnale d’allarme qualsiasi percorso che spinga una persona a reprimere o negare la propria identità. “È bene sapere che unə professionista che patologizza un orientamento sessuale, che spinge una persona verso obiettivi di astinenza forzata, repressione, rinuncia all’esplorazione di sé o negazione della propria identità, sta agendo in modo profondamente scorretto”.
Esistono inoltre percorsi non clinici che possono rivelarsi particolarmente insidiosi. “Per esempio di tipo religioso o spirituale, che dietro formule di accompagnamento o guida continuano a suggerire, in modo più o meno esplicito, castità, repressione o rinuncia alla propria sessualità”.
Per Dibennardo “privare una persona della possibilità di vivere la propria sessualità e la propria identità è una forma di violenza”. Per tutelarsi, conclude, è importante rivolgersi sempre a professionistə iscritti ai relativi albi. “Questo non garantisce automaticamente la perfezione del percorso, ma offre almeno una cornice deontologica, professionale e, se necessario, strumenti di tutela”.
Cosa dice il Codice Deontologico degli psicologi
Conoscere alcuni principi del Codice Deontologico può aiutare a orientarsi e a riconoscere comportamenti non adeguati.
Dibennardo richiama anzitutto l’articolo 3, dedicato alla responsabilità sociale della professione e alla promozione del benessere psicologico: “Ci ricorda che la psicologia non si muove soltanto negli studi, ma anche nella comunità”.
L’articolo 4 tutela invece dignità, riservatezza, autodeterminazione e autonomia, vietando discriminazioni e l’imposizione dei valori personali dellə professionista.
Centrale anche l’articolo 5 sulla competenza: “Non basta dirsi accoglienti: se si lavora con persone LGBTQIA+ bisogna formarsi, aggiornarsi e, quando necessario, saper inviare ad altrə professionistə con competenze più specifiche”.
L’articolo 24 riguarda infine il consenso informato: la persona deve ricevere informazioni chiare su finalità, limiti e modalità del percorso.
In sintesi, i principi fondamentali sono “rispetto, autodeterminazione, non discriminazione, competenza e trasparenza”.
Cosa fare se durante la terapia ci si sente giudicatə o non rispettatə

Anche quando la scelta iniziale sembra quella giusta, può capitare che nel corso del percorso emergano dubbi, incomprensioni o momenti in cui la persona non si sente davvero riconosciuta. Come comportarsi? Dipende sempre dalla situazione concreta e dalla gravità. Se si tratta di un errore occasionale, affrontarlo può diventare parte del lavoro terapeutico. “Se c’è stato un errore, una frase infelice, un inciampo linguistico, può essere utile parlarne”.
Questo non vuol dire che sia responsabilità della persona LGBTQIA+ educare lə professionista: “Non perché la persona paziente abbia il dovere di educare lə terapeuta, ma perché la riparazione può diventare una parte importante della relazione terapeutica”.
Anche esprimere il proprio disagio in modo semplice può essere sufficiente. Per esempio, si può dire: “Questa cosa mi ha fatto sentire giudicatə”, oppure “Quando ha usato quel termine mi sono sentitə non riconosciutə”.
Ancora una volta, ciò che conta è la risposta dellə terapeuta. “Se ascolta, si assume la responsabilità, prova a capire e modifica il comportamento, può esserci spazio per continuare”.
Diverso è il caso in cui lə professionista si chiuda, minimizzi, insista o sposti il problema sulla persona. “Allora può essere opportuno fermarsi e mettere in discussione il percorso”.
Dibennardo suggerisce inoltre di non affrontare questi dubbi in solitudine. “Il consiglio, quando possibile, è di parlarne in terapia ma anche fuori: con amicə, persone fidate, reti LGBTQIA+ o altrə professionistə. I dubbi vanno chiariti, non lasciati sedimentare”.
Nei casi più gravi esiste anche una tutela formale. “In alcuni casi, se ci sono condotte gravi, discriminatorie o dannose, è possibile anche rivolgersi all’Ordine professionale di riferimento”.
Tre criteri per scegliere unə terapeuta se sei una persona LGBTQIA+
Secondo Dibennardo, nella scelta dellə terapeuta contano soprattutto tre elementi: competenza, postura e possibilità di fare domande.
Il primo è la preparazione: “Non basta che lə terapeuta sia genericamente gentile o apertə. Sarebbe utile che avesse strumenti per comprendere identità LGBTQIA+, minority stress, discriminazioni, linguaggio e autodeterminazione”.
Il secondo riguarda il modo in cui lə professionista si pone nella relazione: “Unə buonə terapeuta non parte dall’idea di verificare chi sei. Parte dall’idea di incontrarti. La terapia dovrebbe essere uno spazio orientato all’accettazione, non un’aula d’esame sull’identità”.
Infine, deve esserci spazio per il confronto: “Se una persona non si sente libera di chiedere, correggere, nominare un disagio o esprimere un dubbio, probabilmente non è ancora in uno spazio abbastanza sicuro”.
Trovare unə terapeuta significa anche concedersi di costruire fiducia
La ricerca di unə terapeuta può richiedere tempo. Non sempre lə primə professionista incontratə sarà quellə più adattə e cambiare percorso, se necessario, non rappresenta un fallimento.
Dibennardo invita però anche a non trasformare questa ricerca in un controllo continuo. “Non bisogna pretendere di scegliere perfettamente al primo tentativo. Si può provare, ascoltarsi, fare domande, cambiare”.
Una volta raccolte le informazioni necessarie e trovato unə professionista preparatə, entra però in gioco un altro elemento fondamentale. “Quando si trova una persona competente e una relazione che ci fa sentire sufficientemente accolti, è importante concedersi anche la possibilità di fidarsi”.
Il cuore della terapia, conclude Dibennardo, non è controllare continuamente che l’altra persona non sbagli mai:“È anche il luogo in cui, gradualmente, possiamo sperimentare che una relazione può reggere la nostra complessità”.
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