Nel nostro osservatorio randomico di nuovi uomini che riscrivono il concetto di mascolinità eccoci davanti a un campione che negli ultimi giorni ha dato una lezione encomiabile. Il ragazzo che svolazza come una farfalla, e spariglia le geometrie del calcio come un uragano, mette a nudo la propria fragilità e sfodera un manifesto di vulnerabilità. Jude Bellingham, numero 5 del Real Madrid, punta di diamante numero 10 della nazionale inglese, stella indiscussa del calcio mondiale, appena rientrato dallo stop per l’operazione alla spalla sinistra, è un uomo che ha deciso di togliersi l’armatura: non solo quella dei Blancos, non solo quella dell’uomo-incontenibile che pressa, contrasta, imposta, serve assist, ribalta, rilancia e segna. Bellingham si è tolto l’immagine del maschio tutto d’un pezzo, solitamente associata al calciatore (finora!), e ha pubblicamente messo sul tavolo tutti i pezzetti frantumati della propria virilità, nel solco di altri giocatori di nuova generazione. Ne abbiamo già parlato, quando ci è toccato raccontare i mugugni dei vecchi dinosauri maschio-tossici (qui il video super di Lina Galore!) che starnazzano contro “i gggiovani del pallone“: Yamal (Barcellona) che danza e abbassa le mutande o che esibisce la sua felpa rosa (suscitando ironie, che il cielo ci aiuti), Yildiz (Juventus) con disinibite scarpe rosa alla faccia degli outing tossici e violenti.

Ecco ora Jude parlare di salute mentale. Che tu dici: cosa sarà mai accaduto a un uomo (ragazzo) di così smisurato successo per sentire l’urgenza di contemplare la questione della salute mentale? Esatto! È il tipico errore maschile: pensare che la salute mentale sia una questione femminile, diciamo così. Che sia una roba da perdenti. Uno sfizio borghesotto da donnette viziate. Qualcosa del genere era accaduto a Benjamin Pavard e a rivelarlo era stato il saggio Dechamps.
Non solo: “Se piangi nello spogliatoio ti dicono che sei froc.. e dove sono i calciatori gay?” ha detto qualche tempo fa un altro calciatore, il madrileno Sergio Camello che gioca nel Rayo Vallecano.
E poi, ecco Jude: “mi sono sentito vulnerabile, ho dubitato di me stesso, ho avuto bisogno di qualcuno con cui parlare”. Il mondo del calcio, specchio distorto di virilità caricata, di “maschi” che non ammettono cedimenti, trova un varco in questo ragazzo gentilmente “disruptive”. Non perché Jude sia debole: no. È forte e lo sappiamo bene. Ma è forte perché accetta il tremore.
@england That Jude 🤝 Trent bromance ❤️ #england #threelions #judebellingham #trentalexanderarnold #valentinesday ♬ Friends – Noctum47
E in quel “c’è stato un momento in cui ho avuto bisogno di parlare con qualcuno” si legge l’energia più potente: rendersi visibile, farsi vedere. Il coming out di una persona fragile, assai difficile quando le attese sono quelle di un atleta d’acciaio. Tanto più se, come Jude, hai sempre addosso la maschera guascona del comedian a tutte le ore (simpatico come pochi, Jude: ma a molti è antipatico, perché ride sempre).
Non è ancora chiaro fino a che punto si spingerà quest’apertura, ma il ragazzo ha 22 anni (29 giugno 2003: ultrasensibile come solo un Cancro) e qualcuno dice che ci darà particolari soddisfazioni sul fronte dei temi scottanti che il calcio si rifiuta di affrontare. Eccone uno, per ora: la salute mentale.
- LEGGI ANCHE > Jakub Jankto parla ancora di “molti calciatori gay” e spiega il suo coming out: “Giravano voci, ho dovuto dirlo”
Davanti alle telecamere, sotto le luci, sui social dove da teenager cercava il suo nome per capire cosa si diceva di lui, e che oggi – dice nell’intervista imperdibile a ESPN – considera come un veleno da cui proteggersi. La star che entra in uno stadio pieno di antico testosterone incrostato da decenni e danza fiero della propria fragilità. Abbraccia, bacia, cerca il contatto fisico, non nasconde la propria vena pagliaccia, talvolta sculetta fieramente e discioglie la propria vocazione al cabaret. Può permetterselo perché è un fuoriclasse di rara grandezza, in senso calcistico, e perché intorno a lui girano montagne di milioni. Insomma, sia messo agli atti, Jude per l’industria multimiliardaria del calcio, è intoccabile e questo certamente lo aiuta.
Anche Adidas è innamorata: una serie di tute acetate, pantaloncini, sneaker eccetera dal nome Jude Bellingham collection droppata la scorsa primavera è firmata da JB (roba da far impallidire gli Oasis) e qualche giorno fa ecco le nuove scarpe da campo, quelle tecniche coi tacchetti: le Predator. Una britishness autentica e senza infingimenti (certo, come già Tom Holland, a proposito di maschi che riscrivono la mascolinità…), che rompe gli schemi del conservatorismo anglosassone con un volto inedito per un paese che poco tempo fa aveva apparecchiato una vera e propria “remigrazione” dei rifugiati in Ruanda. Ecco un’altra crepa aperta con gentilezza da Jude.

La sua amicizia impulsiva, da alcuni definita una bro-mance, da altri qualcosa di più, con Trent Alexander-Arnold lo racconta: due generazioni, due destini, due corpi che occupano scenari eppure condividono qualcosa di più sottile. E quella complicità parla di trasparenza, di mutuo riconoscimento, di presenza reciproca contro ogni malalingua o, nel caso, a dispetto dei nascondimenti.
Ed è proprio in questo che risiede la forza del maschio fragile: mostrarla questa fragilità e restare in piedi, restare credibile, restare amato. Mentre fuori c’è ancora quel calcio che ha zone d’ombra: machismo, silenzi, omofobia latente, stereotipi. Lui entra in quel mondo e porta un’altra luce: non la contraddizione del debole che non conta, ma del forte che osa abbassare la guardia e lasciarsi prendere in giro, subire le ironie, rilanciare il proprio british humor. Poi un bel giorno, forse assediato dalle chiacchiere, forse stanco delle narrazioni costruite intorno alla sua immagine (improbabili paparazzate di fidanzate sdraiate sul suo corpo), Jude sbrodola il suo sfogo sulla salute mentale:
“So che ci sono stati momenti in cui mi sono sentito vulnerabile, ho dubitato di me stesso e ho avuto bisogno di qualcuno con cui parlare — ma invece ho cercato di mantenere quell’immagine da atleta macho, del tipo “non ho bisogno di nessuno”. La verità è che ne ho bisogno — come tutti”
“Con lo sviluppo dei social media e della tecnologia, ci sono sempre più modi per attaccare qualcuno, per farlo sentire a terra — e penso che ci sia ancora uno stigma intorno al parlare di salute mentale”
“Cerco sempre di mantenere alta la mia fiducia, sia rassicurando me stesso, sia accettando il fatto che non completerò ogni passaggio, non supererò ogni avversario, non segnerò o vincerò ogni partita. Più ti senti a tuo agio con questo, più ti senti a tuo agio nel sapere che non sei perfetto”
“Come atleti, sembra che abbiamo il mondo ai nostri piedi – possiamo fare tutto, guadagnare tanto e non essere mai toccati da nulla. Ma la realtà è che, se riusciamo a mostrare la nostra vulnerabilità, allora apriamo una conversazione più grande per chi sta lottando nell’oscurità”
“Da ragazzo cercavo il mio nome su Twitter e leggevo tutto. … Credevo di essere un buon giocatore già prima di leggerlo su Twitter — quindi che senso aveva leggere ciò che gli altri dicevano? … Perché mettere a rischio la mia salute mentale?”
Jude e mamma Bellingham: “My mum is the best woman in the world in my eyes“, ipse dixit a Bundesliga.com quando giocava nel Borussia dove ora gioca suo fratello Jobe. Circola un video in rete. Mamma e figlio sono in auto, lei alla guida. Jude abbassa il finestrino per accogliere l’entusiasmo dei tifosi. Qualcuno porge una maglia da gioco del Real Madrid numero 5 (la sua), taglia bambino “Jude è per mio figlio, e tu vorresti avere un figlio?” chiede il tifoso impiccione. Jude sgrana gli occhi, guarda sua madre e insieme scoppiano a ridere. Adorabili.

