Quando la chiamavano “‘u masculazzu” per le strade del suo piccolo paese siciliano, nessuno avrebbe potuto immaginare che quella ragazzina italo americana, dai capelli “troppo” corti, che sfrecciava sulla sua BMX, sarebbe diventata una delle voci più incisive nella lotta contro l’emarginazione di chi, come lei, rifiuta di piegarsi ai rigidi canoni imposti.
Il 10 ottobre scorso, Cathy La Torre – in arte Avvocathy – è stata insignita del titolo di miglior avvocata italiana in diritto antidiscriminatorio dai Le Fonti Awards, prestigioso evento dedicato al riconoscimento delle eccellenze italiane. Un riconoscimento che suggella una carriera interamente dedicata alla difesa di chi vive ai margini, spesso invisibile agli occhi di una giustizia che, senza figure come la sua, continuerebbe a ignorare tante storie di discriminazione.
Ma le sue battaglie iniziano ben prima di indossare la toga, delle arringhe in tribunale, dell’instancabile lavoro di attivismo. Cresciuta in una bolla in cui la sua diversità non trovava spazio, ha saputo trasformare l’isolamento forzato in una volontà incrollabile di cambiare le cose. Una metamorfosi dolorosa ma necessaria.
“Ero l’unica ragazza lesbica del paese, la prima ad avere una moto“, ricorda in un’intervista con Repubblica. È stato solo con il trasferimento a Bologna per studiare giurisprudenza che ha trovato le parole per definire la sua identità. Da allora, la sua missione è diventata limpida: lottare per i diritti di chi, come lei, ha conosciuto l’emarginazione sulla propria pelle.
Chi è Cathy La Torre?
Vedere “diritti dove tutti vedono solo doveri”, come spiega Cathy, è stata la spinta giusta. “Non solo i diritti di gay, lesbiche e trans, ma di tutte le persone fragili che subiscono una discriminazione o che non possono permettersi un avvocato. E ci occupiamo anche di diritti degli animali, di intelligenza artificiale, di digitale, di ambiente”.
E così, ha scelto di perseguire una battaglia quasi senza speranza in un paese che non ha mai brillato per la propria attitudine a riconoscere e valorizzare la diversità, pagandosi gli studi con lavori da cameriera e lavapiatti. Battaglia che, contro tutti i pronostici, vince ogni giorno.
Il suo studio legale, Wildside Human First, è oggi un punto di riferimento per il diritto antidiscriminatorio, con una squadra di trenta collaboratori e sedi a Bologna, Roma e Milano. Tra i suoi successi, la difesa dei due papà strumentalizzati dalla destra in una campagna diffamatoria contro la Gestazione per Altri.
Nel 2018, il suo impegno ha ricevuto un importante riconoscimento a livello europeo, quando è stata eletta miglior avvocata pro bono d’Europa per la sua incrollabile disponibilità a difendere anche chi non se lo può permettere. Ma il 2018 è anche l’anno in cui, per la prima volta, fa la conoscenza del suo stalker. Un folle neonazista la mette davanti a una delle sfide più difficili della sua vita. Ma per Cathy, parlarne è anche un’occasione per sdoganare le proprie vulnerabilità.
“Settantuno minacce di morte: sono stata vittima di stalking. Il mio persecutore era un esponente di un gruppo neonazista. Ho iniziato ad assumere ansiolitici. Chi ha un disturbo di salute mentale non dovrebbe mai vergognarsi. Da vent’anni sono sotto terapia psico-farmacologica per una depressione cronica”.
Da quest’anno patrocinante in Cassazione e Giurisdizioni Superiori, Cathy ha saputo prendersi il suo riscatto.
“Se penso a quella bambina – scrive in un lungo post su Instagram – in quel piccolo paese in provincia di Trapani, che tutti chiamavano u masculazzo, chidda strana, chidda invertita, se penso a quando mi dicevano che siccome ero figlia di “nessuno” non avrei mai fatto l’avvocato”.
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Silenziosa solitudine: la storia di migliaia di ragazz* queer in Italia
Nonostante i successi professionali, il cammino di Cathy non è infatti stato per nulla semplice. Nella Castellammare del Golfo di qualche anno fa, la sua diversità veniva percepita come una minaccia, e il suo isolamento era alimentato soprattutto dai pregiudizi degli adulti. “Non erano tanto i miei coetanei a discriminarmi, quanto i loro genitori”, racconta, che imponevano ai compagni di classe di non sedersi vicino a lei. “Ho sempre fatto quello che mi pareva, ma ho sperimentato una silenziosa solitudine“. Un sentimento di esclusione che però non l’ha mai fatta arretrare.
La sofferenza Cathy la combatteva con lo scoutismo e la pallacanestro. “Senza“, racconta, “sarei caduta in depressione. E invece sono sempre andata dritta per la mia strada, anche grazie a una famiglia straordinaria che mi ha sempre sostenuto e ai miei professori che mi hanno protetto da ogni forma di bullismo e dai pettegolezzi che circolavano sul mio conto. Ero l’omosessuale del paese e come tale andavo messa da parte, ma io non avevo ancora fatto i conti con la mia identità“.
Bologna, dove si trasferisce per gli studi, diventa il suo riscatto. Qui trova finalmente uno spazio dove esplorare la propria identità, frequentando il collettivo “Visibilia”, che ha rappresentato il primo contesto in cui sentirsi compresa e accolta. “Al termine dell’incontro, mi sentivo bene. ‘Forse sono come me’, pensai. Iniziai a frequentare il collettivo e dopo tre mesi mi presi la prima cotta per una donna: Annalisa, il mio primo vero bacio. Ecco come doveva essere, lo capii in quel momento”.
Così, all’età di 19 anni, Cathy ha avuto il coraggio di abbracciare finalmente la propria identità di donna lesbica, e da allora ha iniziato a dedicarsi con passione a una battaglia iniziata sul piano personale, trasformatasi poi in una missione professionale.
La famiglia queer e il legame di Cathy La Torre con Michela Murgia
Ma Cathy porta con sé il raro e prezioso ricordo intimo di Michela Murgia, meravigliosa autrice e attivista scomparsa prematuramente lo scorso anno, di cui l’avvocata ha curato le volontà. Nei momenti peggiori, racconta, lei c’era sempre. Forse, proprio per questo motivo, l’avvocata non riesce a parlare di una persone che “c’è sempre stata” al passato.
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“Quando stavo male mi diceva: ‘Non devi stare sola, prendi un treno e viene da me’. E così facevo. E a casa sua trovavo Teresa Ciabatti, Roberto Saviano, Chiara Valerio. Io e Michela dormivamo poco e passavamo le notti a scriverci lunghi epistolari”.
Quella famiglia queer anticonformista che oggi diventa però quasi paradigma per la Gen Z, Cathy ha avuto il privilegio di viverla insieme a colei che ha saputo darle un nome e concettualizzarla. Per lei, che vive con il suo braccio destro, Andrea, la famiglia non è mai stato un insieme di legami biologici, ma una comunità scelta, basata sull’affetto e il sostegno reciproco.
“Sono quelle persone che dentro di te senti come tua famiglia anche se non c’è nessuna legge che lo dice. Sa quanti studenti fuori sede hanno una famiglia queer senza neanche saperlo? Le faccio un esempio. Io non vivo con la mia compagna. Da cinque anni vivo con Andrea, il mio braccio destro, queer come me. Ci prendiamo cura l’una dell’altro: quando ha la febbre gli porto il termometro e la tachipirina e quando io sto male mi prepara la zuppa inglese”.
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