Congo, avanza una proposta di legge anti-LGBTIQ in chiave anti-Occidentale

Nell'ex colonia belga, l'omosessualità non è mai stata illegale. Cosa sta succedendo.

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Constant Mutamba, parlamentare e primo promotore della legge anti-LGBTQIA+ in Repubblica Democratica del Congo
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Criminalizzare l’omosessualità per promuovere la “sovranità culturale” della Repubblica Democratica del Congo: così Constant Mutamba – parlamentare dell’ex colonia belga – giustifica l’ennesima terrificante proposta di legge anti-gay avanzata nel continente africano, che punirebbe le attività sessuali tra persone dello stesso sesso con il carcere dai 5 ai 10 anni e salatissime multe fino a 5.300 dollari americani, in un paese dove il salario medio è di 49 dollari al mese.

Con oltre 100 milioni di residenti, la Repubblica Democratica del Congo si posiziona come il quarto paese più popoloso dell’Africa. Attualmente, è teatro di un conflitto interno che, iniziato nel 1998, ha già causato più di 5 milioni di morti.

Ma, a quanto pare, la priorità dei legislatori congolesi non sembra essere quella di sanare le ferite di una nazione già profondamente segnata da decenni di violenze e instabilità politica, bensì di introdurre normative discriminatorie dove non ci sono mai state, spacciandole per “tradizioni culturali” in difesa dell’identità nazionale.

Oltre alle pene per coloro che, anche nel privato, compiono “atti osceni con persone dello stesso sesso”, la proposta prevederebbe 15 anni di servitù penale – lavori forzati – e una multa da 10.600 dollari verso “qualsiasi reclutatore, datore di lavoro o altra persona che eserciti potere gerarchico o appartenga alla professione medica che imponga relazioni omosessuali a un candidato durante il processo di assunzione, o a un dipendente o subordinato al fine di mantenere il suo lavoro o ottenere una promozione, o a un paziente affidato alle sue cure”.

Infine, il disegno di legge integrerebbe le disposizioni esistenti su stupro, aggressione indecente e indecenza pubblica con aggravanti specificamente rivolte alle persone LGBTQIA+ che prevederebbero in ciascun caso pene fino a 15 anni di reclusione.

Secondo Mutamba, la proposta sarebbe parte di una più ampia strategia per difendere il Congo dal “neo-colonialismo occidentale”, e per proteggere gli interessi dei bambini di fronte a “deviazioni” volte a “incoraggiare l’omosessualità” o a “condonare l’omosessualità sotto l’egida della lotta per l’uguaglianza“.

La comunità LGBTQIA+ locale auspica però che si tratti semplicemente dell’ultimo di una serie di tentativi falliti negli ultimi 21 anni, volti a criminalizzare identità e orientamenti sessuali non conformi nel paese, anche se attivist* e organizzazioni per la tutela dei diritti fondamentali stanno già collaborando con AllOut per una raccolta firme che chieda al parlamento congolese di bloccare immediatamente la proposta. prima della discussione.

Tuttavia, la Repubblica Democratica del Congo non è l’unico paese africano dove i diritti LGBTQIA+ sono sotto attacco.

In tutto il continente – salvo rare eccezioni – è infatti in corso una violenta repressione delle identità queer, spesso mascherata da argomentazioni di “sovranità culturale” o “difesa dei valori tradizionali” contro l’egemonia occidentale, ignorando però la realtà storica di molte culture africane che, prima dell’influenza coloniale, erano più aperte e tolleranti verso la diversità sessuale e di genere.

In Ghana, l* attivist* sono ancora in attesa di conoscere l’esito dell’iter legislativo dell’Human Sexual Rights and Family Values Bill, severa legge omobitransfobica che mira a rafforzare le sanzioni contro l’omosessualità e la promozione dei diritti civili, già passata in parlamento e in attesa della firma del presidente Nana Akufo-Addo.

In Uganda, qualsiasi tentativo di affossare il regolamento che prevede la pena di morte per “omosessualità aggravata” non ha avuto esito, mentre proseguono senza sosta i raid delle autorità negli spazi queer, ora illegali.

All’inizio dell’anno, un rapporto di Amnesty International ha raccolto e analizzato dati e rilevamenti, rivelando che ben 31 paesi africani continuano a criminalizzare qualsiasi forma di diversità rispetto all’eterocisnormatività, nonostante la condanna da parte della stessa Unione Africana e dei governi occidentali – ad eccezione di quello italiano, che invece sembra non aver problemi a stringervi accordi.

 

 

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