I treni viaggiano su binari, le identità no. E così, da oggi, l’SNCF – l’azienda nazionale francese per i trasporti – non potrà più chiedere ai suoi passeggeri di identificarsi come “monsieur” o “madame“ quando acquistano un biglietto online. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ancora una volta si schiera dalla parte del diritto all’autodeterminazione.
Tutto è partito da una denuncia da parte di una rete associazionistica LGBTQIA+ francese, secondo i quali l’obbligo di dichiarare il proprio genere quando non necessario – ovvero per scopi di marketing – è una violazione dei principi del GDPR, il regolamento europeo che tutela la protezione dei dati personali. In effetti, ha sentenziato la Corte, raccogliere tali informazioni non è solo inutile, ma potenzialmente discriminatorio.
La sentenza del 9 gennaio è però storica, perché è la prima volta che il diritto a identificarsi come non binario arriva davanti al tribunale più alto dell’UE. E il verdetto è chiaro: le regole che discriminano, anche solo implicitamente, non hanno più posto sui binari comunitari.
Genere non binario, il caso delle ferrovie francesi
Come si è arrivati a questo risultato straordinario? Nel 2021, 64 passeggeri francesi, sostenuti dalle associazioni per i diritti umani Mousse Association e Stop Homophobie, hanno presentato un reclamo contro SNCF all’agenzia nazionale per la protezione dei dati – il CNIL.
Fulcro del contenzioso, l’impossibilità di acquistare un biglietto del treno senza dichiararsi uomo o donna. Secondo i ricorrenti, l’opzione binaria escludeva chi non si identifica né nell’uno, né nell’altro genere, in particolare tra la comunità trans e intersessuale, o chiunque rifiuti di etichettare la propria identità.
Il caso C-394/23 si basava sul principio di minimizzazione del GDPR, che obbliga le aziende a raccogliere solo i dati strettamente necessari ai loro scopi. Tuttavia, la CNIL aveva inizialmente respinto il reclamo, ritenendo che l’uso di “monsieur” o “madame” fosse giustificato da esigenze di “cortesia” nella comunicazione con i clienti.
I ricorrenti non si sono però arresi a una scusa così triviale, e hanno portato la questione al Consiglio di Stato francese, fino a raggiungere la Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel 2023. Giovedì scorso, il verdetto: raccogliere informazioni binarie di genere per personalizzare la comunicazione commerciale non è necessario e, pertanto, viola il GDPR ai sensi dell’Articolo 21.
Il potenziale impatto sull’UE
Se di primo acchito il verdetto potrebbe sembrare una questione di poco conto, la realtà è ben diversa. Per la prima volta, il tema del genere viene infatti integrato nel GDPR, creando un precedente che di fatto vieta agli enti pubblici e privati di obbligare le persone a dichiarare il proprio genere online, a meno che ciò non sia strettamente necessario per il servizio.
Dagli acquisti online ai reclami, dal contatto con le pubbliche amministrazioni, assicurazioni: le implicazioni sono enormi. La svolta potrebbe infatti finalmente ampliare il concetto di autodeterminazione di genere in tutta l’Unione Europea, ancora divisa su questo fronte quando si tratta di riconoscere e tutelare i diritti LGBTQIA+.
Attualmente, solo Malta, Germania, Finlandia, Svezia, Austria e Spagna riconoscono formalmente le identità non binarie. In contrapposizione, i governi più autoritari – pensiamo ad Ungheria e Bulgaria – rimangono ancora fermi su posizioni che rendono istituzionalmente impossibile il riconoscimento legale di identità di genere diverse. La sentenza potrebbe dunque diventare una livella per obbligare i governi di tutta Europa ad adeguarsi.
“La discriminazione basata su sesso, genere e orientamento sessuale colpisce un’ampia percentuale della popolazione, incluse persone che non sono LGBTQIA+” spiega a Context Etienne Deshoulières, avvocato specializzato in diritto antidiscriminatorio. “Il fatto di dover dichiarare continuamente se siamo uomini o donne rafforza una visione binaria del mondo e alimenta la discriminazione verso chi non si identifica in questi schemi”.
