A maggio di quest’anno, le famiglie di bambinǝ e adolescenti trans si sono incatenate sotto la sede dell’AIFA, protestando contro il tavolo tecnico Roccella/Schillaci istituito dal governo, il cui scopo è limitare drasticamente l’accesso ai percorsi affermativi per i minori.
Non solo una mossa politica, ma una presa di posizione squisitamente ideologica che mette nel mirino le identità non conformi. L’esecutivo – a partire da un’interrogazione parlamentare sollevata dal senatore Maurizio Gasparri – ha infatti avviato una faziosa revisione dei protocolli sanitari dell’ospedale Careggi di Firenze, centro di eccellenza nei percorsi di affermazione di genere, accusato di somministrare i farmaci “come caramelle” ai minori che ne facevano domanda. Un’istanza priva di fondamento, poiché il Careggi – come dimostrato – segue in realtà le più recenti linee guida internazionali in ambito di percorsi affermativi.
Il risultato, un approccio patologizzante che esaspera le già obsolete linee guida AIFA del 20219, e che obbliga i giovani con incongruenza di genere a sottoporsi a malcelate terapie di conversione, nel tentativo di “correggerli”. Ora, l’uso della triptorelina, un farmaco bloccante della pubertà essenziale per chi soffre di disforia di genere, sarà permesso solo nei cosiddetti casi più “estremi”.
L’attenzione dei media ha contribuito a trasformare la questione in un caso emblematico di una problematica ben più ampia: la medicalizzazione dell’esperienza trans.
Le identità di genere non conformi vengono alienate e trattate come un disturbo mentale, da curare o almeno attenuare nei sintomi. Un metodo che ci riporta indietro di decenni, alimentando lo stigma, unico vero fattore di rischio per i disagi psichici che, troppo spesso, vengono erroneamente associati all’essere trans – depressione, ansia, ideazioni suicide – in un circolo vizioso che il governo sembra voler perpetuare.
Ma la realtà è ben diversa, e ce la raccontano direttamente quei genitori che ogni giorno combattono in prima linea per il diritto alla salute e alla felicità dei loro figli. Nell’ambito della campagna di Arcigay “Chiedimi se sono felice“, mamme e papà condividono con coraggio e trasparenza le loro esperienze, offrendo uno spaccato autentico della propria quotidianità.
Il coming out di Zoe, raccontato da mamma Silvia
“Quando Zoe ha fatto il suo coming out, è stato qualcosa di molto semplice, molto naturale. Mi ha chiamata nella sua cameretta, sono andata da lei e mi ha detto: ‘Mamma, io mi sento donna’. L’ho guardata e sono scoppiata subito a piangere, ma oggi mi rendo conto che quelle lacrime erano completamente liberatorie. In quel momento, il peso che portavo sulle spalle non solo si è svuotato, ma si è riempito di vita.
Oggi, essere i genitori di una persona trans in Italia per me è un valore aggiunto. Siamo genitori a tutti gli effetti e, nelle nostre case, non ci sono etichette strane da mettere. Semplicemente ci mettono in difficoltà ad essere genitori di persone trans, perché altrimenti sarebbe pura normalità, sarebbe felicità. Anzi, per me è un valore aggiunto perché ogni giorno Zoe mi insegna cosa significa davvero voler essere sé stessi”.
Il coming out di Viola, raccontato da mamma Claudia
“Ero in macchina con il fratellino, e a un certo punto, guardando fuori dal finestrino, mi ha detto: ‘Mamma, ti devo dire una cosa. Ti sei sbagliata quando sono nata: mi hai fatto uscire dalla tua pancia con il pisellino, ma io volevo nascere femmina, con la patatina’.
L’Italia è un paese difficile perché ci sono dei paletti, come se ci fosse un giudizio costante che ci insegue. Ma noi, quel giudizio, lo schiviamo, perché non lo viviamo, non ci riguarda. È un problema loro, di chi guarda, mentre chi lo vive è, in realtà, sereno”.
Il coming out di Romeo, raccontato dalla mamma Barbara
“La Romeo mi ha fatto scoprire un mondo nuovo, un mondo che non conoscevo ma bellissimo dove dove, non lo so, si imparano tantissime cose su quello che può fare male agli altri, piuttosto che su quello che vuol dire rispetto per gli altri.
Tante cose che io non valutavo quotidianamente, a cui non pensavo e che, grazie a lui, ma anche grazie ai suoi amici, grazie a tutto quello che gli ruota intorno, mi ha aiutato ad aprire la mente e ad essere una persona migliore con tutti, non solo con le persone transgender o con le persone gay… a 360 gradi”.
Il coming out di Greta, raccontato da papà Luigi
“Il coming out di Greta è stato uno dei momenti più importanti della mia vita. Non nego che ero preoccupato per il futuro di mia figlia, sarebbe stupido se dicessi il contrario. Però, una volta capito finalmente di cosa stavamo parlando e cominciando a informarmi, ho imparato che mia figlia è nata così.
L’unico vero problema che ha è che questa società non comprende che la diversità è un arricchimento. La rifiuta, ne ha paura. Il sistema ci costringe ancora a dover dire di essere il padre di una ragazza trans. Ma io sono il padre di una ragazza che lotta per i suoi diritti, come tutti i ragazzi.
Il diritto di esprimere se stessa. Quello che mi sembra che la società non capisca è che la felicità viene dal poter esprimere se stessi, dall’essere in pace con chi si è, dal vivere. Ed è questo che viene negato a mia figlia. Mi sono scontrato con certi politici che non vogliono la teoria gender nelle scuole. Dicono che dobbiamo proteggere i bambini. Ma da cosa?
Io l’ho vissuto sulla mia pelle: nel momento in cui abbiamo spiegato la situazione alle famiglie delle classi dove stava mia figlia, l’isolamento, il bullismo e le battute ignoranti, provenienti da famiglie ignoranti, sono diminuiti. La conoscenza è fondamentale. Abbiamo incontrato tante persone che ci hanno aiutato a capire che non eravamo soli, che nostra figlia era speciale. E ci hanno fornito materiale informativo, che ci ha aiutato moltissimo.
A un certo punto, abbiamo deciso di restituire questa esperienza, perché ci siamo resi conto che tanta gente non sa dove andare, non sa a chi rivolgersi. Il servizio sanitario per queste situazioni è praticamente inesistente. Se chiudono il Careggi, dove andremo?
Noi non siamo ricchi. Il chirurgo vuole 18.000 euro. E poi c’è tutto quello che segue: in totale ci vogliono quasi 30.000 euro. È tutta la mia liquidazione. E Paolo? Il fratello che vorrebbe studiare e andare all’università, come faccio ad aiutarlo?
Chiudere il Careggi impedirà a moltissime persone di vivere. È brutto da dire, ma mia figlia era arrivata al punto di svegliarsi ogni mattina pensando di voler morire, perché così non ce la faceva più. Sono angosciato al pensiero di altre famiglie che dovranno affrontare queste stesse difficoltà”.
La campagna
- “Chiedimi se sono felice”: lǝ bambinǝ e ragazzǝ del Careggi si raccontano attraverso la commovente campagna di Arcigay
- Sito ufficiale
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