HIV in Italia, casi in aumento, persistono le diagnosi tardive, ecco gli ultimi dati ISS

Il numero di nuove diagnosi di HIV è ricominciato a crescere dopo la flessione del periodo 2020-2021: in prevalenza riguardano uomini. Le regioni più colpite, il Lazio, l'Emilia-Romagna e l'Umbria.

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In prossimità della Giornata Mondiale contro l’AIDS/HIV, celebrata ogni anno il 1° dicembre, il Centro Operativo AIDS (COA) dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha reso noti i dati aggiornati al 31 dicembre 2023 sulle nuove diagnosi di infezione da HIV e sui casi di AIDS in Italia.

Anche quest’anno il rapporto restituisce un quadro ambivalente: da un lato, continui progressi nella qualità della vita delle persone sieropositive confermano gli avanzamenti della medicina; dall’altro, persistono ostacoli che ormai conosciamo fin troppo bene, come lo stigma sociale, le diagnosi tardive e la disinformazione diffusa.

E se l’incidenza delle nuove diagnosi, calcolata in rapporto alla popolazione, aveva mostrato una diminuzione costante tra il 2012 e il 2020, dal 2021 al 2023 il trend si è purtroppo invertito, con un progressivo aumento dei casi.

Le nuove diagnosi di HIV: numeri e distribuzione geografica

Attualmente, si stima che il totale delle persone conviventi con l’infezione da HIV in Italia sia intorno a 140.000 (con un intervallo stimato tra 120.000 e 160.000), corrispondente a un tasso di prevalenza dello 0,2% ogni 100 abitanti. Nel 2023 sono state registrate 2.349 nuove diagnosi di HIV, pari a un’incidenza di 4,0 casi ogni 100.000 abitanti. Un dato che colloca il nostro Paese al di sotto della media dell’Europa occidentale, che si attesta a 6,2 casi ogni 100.000 abitanti. I

Tuttavia, questo risultato non è motivo di rassicurazione: dopo il calo significativo registrato durante la pandemia da COVID-19, le diagnosi hanno ripreso a crescere dopo la diminuzione nel periodo di monitoraggio 2012-2020. Aumento che riflette da un lato un recupero nell’effettuazione dei test, ma dall’altro segnala lacune persistenti nelle strategie di prevenzione, soprattutto in alcune fasce della popolazione.

La fascia d’età più colpita nel 2023 è infatti quella tra i 30 e i 39 anni. Le campagne di sensibilizzazione sembrano aver trascurato le generazioni adulte, spesso erroneamente considerate meno esposte al rischio.

Le nuove diagnosi, inoltre, non sono uniformemente distribuite sul territorio nazionale. Le Regioni del Centro-Nord, come Lazio, Emilia-Romagna e Umbria, registrano le incidenze più alte, con oltre 5 casi ogni 100.000 abitanti. Al Sud, al contrario, le incidenze più basse potrebbero mascherare infezioni non diagnosticate, complice una rete sanitaria meno accessibile e un’insufficiente attività di screening.

L’86,3% delle nuove diagnosi di HIV è stato attribuito a rapporti sessuali non protetti, un dato che consolida un modello ormai strutturale nella dinamica della trasmissione. Tra i nuovi casi, gli uomini che fanno sesso con uomini (MSM) rappresentano il 38,6%, seguiti dagli uomini eterosessuali (26,6%) e dalle donne eterosessuali (21,1%).

La piaga delle diagnosi tardive

E, ancora una volta, il dato più allarmante è quello sulle diagnosi tardive: il 60% delle persone risultate positive all’HIV presentava un livello di linfociti CD4 inferiore a 350 cellule/µL, indicatore di una fase avanzata della malattia. Ancora più preoccupante è che il 41,4% di questi individui fosse già in uno stato di immunodepressione grave al momento della diagnosi. Fenomeno  particolarmente pronunciato tra gli uomini eterosessuali, che costituiscono il 66,8% dei casi di diagnosi tardiva.

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Tra le cause più impattanti, come sempre, lo stigma. Il test per l’HIV è ancora vissuto da molti come un “giudizio morale” piuttosto che come uno strumento essenziale di prevenzione e salute pubblica. La paura di essere giudicat*, associata a una diffusa mancanza di consapevolezza, porta molte persone a posticipare il test fino all’insorgenza di sintomi evidenti. Ritardo che danneggia in primis l’individuo, ma alimenta anche la diffusione del virus, rafforzando un circolo vizioso che rende ancora più difficile spezzare le barriere culturali e sociali legate alla malattia, con conseguenze devastanti.

Nel 2023, sono infatti stati notificati 532 nuovi casi di AIDS, pari a un’incidenza di 0,9 ogni 100.000 abitanti. Questo dato, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, rappresenta “un marcato aumento rispetto al 2020 (+28%) e all’anno precedente (+20%)”. Al 2021, il numero di persone conviventi con una diagnosi di AIDS, ovvero i casi prevalenti, ammontava a 24.760.

Il 77,2% delle persone diagnosticate con AIDS non aveva avviato alcuna terapia antiretrovirale prima della diagnosi. Tra queste, la polmonite da Pneumocystis jirovecii si è confermata la patologia di esordio più comune, nel 22,6% dei casi, nonostante il calo osservato negli ultimi vent’anni.

HIV, non solo cattive notizie

Nonostante le sfide persistenti, il rapporto del 2023 porta però con sè anche segnali incoraggianti. Gli straordinari effetti della nuova terapia long acting e gli approcci personalizzati, sempre più efficaci e sofisticati, offrono oggi una prospettiva di vita radicalmente diversa rispetto al passato per chi riceve una diagnosi precoce e avvia tempestivamente il trattamento.

Tramite un approccio proattivo è infatti possibile raggiungere una carica virale non rilevabile eliminando il rischio di trasmissione – il principio undetectable=untranmittable – con una qualità di vita comparabile a quella delle persone sieronegative. Anche se c’è ancora molto da fare in ambito di prevenzione.

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Un altro segnale incoraggiante è il continuo declino delle infezioni legate all’uso di droghe per via iniettiva, che nel 2023 rappresentano appena il 3,4% delle nuove diagnosi. Dato frutto di politiche di riduzione del danno che, attraverso interventi come la distribuzione di siringhe sterili e i programmi di terapia sostitutiva, hanno contribuito a ridurre in maniera sostanziale i rischi associati alle pratiche iniettive.

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