
Uno studio ha confermato ciò che la destra internazionale finge di non sapere, ovvero che la maggior parte delle atlete non ha assolutamente alcun problema a dover eventualmente gareggiare con donne trans in sport femminili.
Lo studio, condotto da una delle principali università australiane, la Monash University, ha rilevato che meno di un quarto (24%) delle donne crede che “le atlete trans abbiano un vantaggio ingiusto quando competono in una squadra sportiva femminile”. Nonostante ciò, quasi la metà (46%) degli uomini intervistati ritiene che le donne trans abbiano un “vantaggio ingiusto” quando gareggiano.
Alla base della ricerca ci sono interviste ad atleti di sei diversi sport in 12 club selezionati casualmente. Questo studio arriva nel pieno di un dibattito internazionale sulle atlete transgender, che ha visto anche il primo ministro australiano Scott Morrison sostenere il divieto alla competizione in sport femminili. Una proposta di legge è già stata presentata, con Morrison a favore.
Simili leggi hanno travolto gli Stati d’America dal 1 gennaio ad oggi, con approvazione definitiva in Iowa, Utah, Oklahoma, Arizona e Donald Trump che ha già promesso di voler bandire le atlete trans nel caso in cui dovesse tornare alla Casa Bianca. Anche Boris Johnson, nel Regno Unito, ha annunciato un simile intervento legislativo, con Fratelli d’Italia e Lega sulla stessa linea di pensiero.
L’organizzazione benefica per giovani trans Mermaids ha giustamente ribadito come più e più studi abbiano dimostrato che le atlete trans non hanno alcun un vantaggio rispetto alle donne cisgender, dovendo sottoporsi a terapia ormonale e rigorosi test per almeno un anno prima di poter competere. Tesi certificata dal CIO, comitato olimpico internazionale, solo pochi mesi fa. Non a caso sia Lia Thomas che Laurel Hubbard hanno vinto tanto ma sono state anche sconfitte da altete cisgender nei rispettivi sport. Perché essere atlete trans non garantisce alcuna vittoria, checché ne dicano le Sofia Goggia di turno.
