Conflitti armati, epidemie, povertà endemica, corruzione dilagante nelle forze armate e l’assenza di servizi essenziali come l’istruzione e l’assistenza sanitaria costituiscono le principali cause che spingono la popolazione ugandese a fuggire dal proprio paese, alimentando flussi migratori verso Europa, Canada e Stati Uniti.
L’Uganda si posiziona stabilmente tra i paesi più poveri al mondo, vittima di un ciclo inarrestabile di miseria e instabilità politica. Un ciclo che ha favorito l’ascesa e il consolidamento del potere di Yoweri Museveni, presidente/dittatore dal 1986, che con il passare degli anni ha instaurato un regime sempre più repressivo.
In quasi quattro decenni di dominio, Museveni non solo ha soffocato ogni parvenza di progresso democratico, ma ha anche rafforzato le radici di una dittatura che si nutre della paura. Arresti arbitrari, torture sistematiche e detenzioni senza processo sono all’ordine del giorno, e chiunque osi sfidare l’autorità rischia di finire nel mirino di un sistema che non tollera il dissenso.
Uno dei capitoli più oscuri della sua presidenza è però rappresentato dal giro di vite contro la comunità LGBTQIA+. Nel 2009, Museveni ha intensificato una legge coloniale britannica che già criminalizzava l’omosessualità, prevedendo l’ergastolo per chiunque fosse accusato di appartenere alla comunità LGBTQIA+.
Nel 2023 – nell’ambito dell’ondata di sentimenti omobitransfobici nel continente africano – quella stessa legge è stata ulteriormente inasprita con emendamenti che introducono la pena di morte in determinate circostanze e vietano ogni forma di promozione dei diritti LGBTQIA+, un colpo mortale alla già fragile società civile. L’ultimo baluardo a tutela delle minoranze sessuali, l’ONG SMUG, ha chiuso i battenti a inizio anno, mentre la violenza verso le comunità vulnerabili imperversa, legittimata dalla posizione delle più cariche istituzionali.
Dietro a queste leggi si cela naturalmente un intento più profondo: il mantenimento di un potere incontrastato. Il regime sfrutta l’odio e la paura per controllare una popolazione ormai esasperata dalle condizioni di vita insostenibili.
Negli ultimi anni, il numero di persone che richiede asilo politico dichiarandosi perseguitato per il proprio orientamento sessuale o identità di genere è cresciuto esponenzialmente. Questo perché, per alcune persone, rivendicare l’appartenenza alla comunità LGBTQIA+ rappresenta l’unica via d’uscita.
Organizzazioni come Rainbow Railroad, che aiutano le persone LGBTQIA+ a fuggire da situazioni pericolose denunciano un sistema di asilo spesso irto di ostacoli, tra frodi e corruzione. Indagini condotte dal Global Press Journal e dalle autorità olandesi rivelano quindi che alcune persone, spinte dalla disperazione, arrivano a dichiarare un orientamento sessuale o un’identità di genere non conforme per ottenere la protezione a cui aspirano.
Tale fenomeno, pur comprensibile alla luce del contesto socio-politico, rende però più complesso il processo per coloro che appartengono realmente alla comunità LGBTQIA+ e cercano asilo per sfuggire alla persecuzione sistematica.
La presenza di richieste d’asilo fondate su dichiarazioni non veritiere complica infatti riconoscimento delle situazioni di reale necessità specifiche, rendendo più difficile l’accesso alla protezione internazionale essenziale per chi rischia, ogni giorno, di essere perseguitato, arrestato o addirittura ucciso a causa del proprio orientamento sessuale o identità di genere.
