Se un’identità esiste in un ecosistema che non riconosce la sua legittimità intrinseca, possiamo realmente considerare quell’ecosistema una democrazia autentica? Una domanda che è diventata un punto focale fin dalla nascita del movimento per la liberazione delle identità LGBTQIA+.
La democrazia, nel suo ideale più elevato, promuove l’equità, la rappresentazione e il rispetto per ogni individuo, assicurando che ogni voce abbia il diritto di essere ascoltata e considerata.
In questo contesto, il riconoscimento legale e sociale delle diverse identità di genere e orientamenti sessuali diventa un termometro della salute democratica di una società. Un sistema che ignora o nega l’esistenza di una parte dei suoi cittadini non può essere pienamente descritto come democratico, poiché fallisce nel garantire uno dei suoi principi più basilari: l’uguaglianza di tutti davanti alla legge e la protezione dei diritti di ogni individuo.
Ne abbiamo parlato ieri, nell’ambito dell’ennesima mozione anti-trans presentata dai deputati Stefano Benigni e Annarita Patriarca di Forza Italia: per corroborare la propria ideologia e non riconoscere identità “scomode” alla propria retorica, questo governo continua a patologizzarle e marginalizzarle. La questione va però molto più a fondo di così.
Abbiamo affrontato la questione con l’avvocata e attivista Roberta Parigiani, specializzata in Diritto Civile e della Persona e Diritto delle Famiglie e dei Minori e portavoce del Movimento Identità Trans, associazione che difende e sostiene i diritti delle persone transgender.
“Il problema fondamentale risiede nella percezione dei nostri diritti all’interno di una comunità estesa, che non solo include la comunità LGBTQIA+ ma anche varie forme di oppressioni intersezionali.
Diritti che, erroneamente, non sono visti allo stesso modo di quelli di altre persone. Pertanto, la nostra battaglia principale è purtroppo ancora culturale: dobbiamo far comprendere che non si tratta di rivendicare privilegi per una categoria marginale, ma di affermare diritti universali.
La lotta per l’affermazione di genere, ad esempio, ha un impatto su tutta la società e la democrazia stessa. Analogamente, il diritto al voto per le persone trans non è solo una questione di minoranza; è una lotta per la democrazia. L’assenza di questa percezione porta a una gerarchizzazione dei diritti, dove le battaglie di alcune comunità sono meno valorizzate o considerate irrilevanti dal punto di vista politico.”
La meravigliosa Costituzione italiana, custode dei nostri valori democratici, garantisce esplicitamente che tutti i cittadini godano della stessa dignità sociale e siano eguali davanti alla legge. Un principio fondamentale che, tuttavia, non trova riscontro nella sua applicazione pratica, soprattutto quando si tratta della realtà vissuta quotidianamente dalle persone trans.
Nonostante la chiarezza del dettato costituzionale, le persone trans si confrontano frequentemente con discriminazioni sistematiche che permeano diversi aspetti della vita sociale, lavorativa e personale – inficiando addirittura il diritto inalienabile del voto – in una discrepanza marcata tra la teoria legale e la pratica quotidiana. Come fare?
“In sostanza, se riteniamo che i diritti di cui parliamo siano effettivamente universali, capiamo che la strada da seguire dovrebbe essere quella di una riforma complessiva dell’ordinamento giuridico.
È evidente che molte forme di autodeterminazione non vengono attualmente riconosciute, e per questo motivo è fondamentale impegnarsi in questa battaglia, anche se i risultati non saranno immediati.
Per ora, ci sono numerosi piccoli passaggi legislativi che potrebbero essere implementati per garantire e solidificare i nostri diritti in termini legali. Ad esempio, è sorprendente che non esistano norme specifiche a livello nazionale che riconoscano l’identità di genere come categoria giuridica da considerare.
L’unica iniziativa in questo senso è stata il DDL Zan, ma sappiamo tutti che fine ha fatto. Questo ci allontana ancora di più dalla possibilità di tutela, perché senza un riconoscimento esplicito, queste questioni restano escluse dall’ordinamento giuridico. È quindi essenziale introdurre queste tematiche nella legislazione per iniziare a proteggerle adeguatamente.”

Il DDL Zan rappresentava un passo potenzialmente rivoluzionario nel percorso di modernizzazione del sistema giuridico italiano, che avrebbe introdotto misure specifiche per combattere le discriminazioni e i reati d’odio. Una delle sue componenti più significative, spesso sottovalutata, riguardava però il riconoscimento dell’identità di genere come aspetto inalienabile e fondamentale dell’esistenza di ogni cittadino.
Disposizione che avrebbe marcato un progresso decisivo per l’affermazione di genere, offrendo a tutti i cittadini la possibilità di autodeterminarsi secondo la propria identità di genere, senza condizionamenti esterni o discriminazioni legalmente tollerate.
L’adozione del DDL Zan avrebbe quindi fornito una base legale solida e chiara per la tutela delle identità di genere, superando la visione obsoleta e binaria tradizionalmente radicata nel tessuto legale e sociale del paese. Tuttavia, pur essendo un avanzamento notevole, l’approvazione sarebbe stata solamente il primo passo di un processo molto più ampio e complesso.
“Il fallimento del DDL Zan è stato un duro colpo, ma c’è un aspetto ancora più preoccupante che interseca la questione giuridica con quella medica. In Italia, purtroppo, adottiamo ancora protocolli sanitari antiquati che influenzano negativamente anche l’autodeterminazione giuridica delle persone transgender. Questi due ambiti, invece di collaborare per supportare la validazione delle identità LGBT, spesso finiscono per ostacolarle.
Vorrei riflettere su come le nostre strutture giuridiche e sanitarie, storicamente intrecciate, non riconoscono né tutelano adeguatamente le persone trans. Il primo passo per proteggere legalmente un’identità è riconoscerla ufficialmente, accettarne l’esistenza. Attualmente, le persone trans non sono adeguatamente rappresentate nelle leggi italiane, che tendono a considerarle più come ‘problemi da risolvere’ che come cittadini con diritti.
Questo mancato riconoscimento ha conseguenze dirette anche nel campo della medicina. Le pratiche sanitarie spesso riflettono le carenze delle infrastrutture giuridiche, lasciando le persone trans senza il sostegno necessario. La legge 164 è un esempio di come le richieste dei tribunali possano rimbalzare senza trovare risposta nelle pratiche effettive, creando un ciclo vizioso di inadeguatezza burocratica e normativa.
Continuando la riflessione, è chiaro che il non riconoscimento legale delle identità trans ha ripercussioni profonde non solo a livello individuale, ma anche collettivo. Se non esistiamo nel quadro legale, diventiamo invisibili anche nei sistemi di assistenza sanitaria e nelle politiche pubbliche, perpetuando un circolo vizioso di esclusione e marginalizzazione”.
Esclusione e marginalizzazione che oggi colpiscono anche le persone più vulnerabili all’interno della comunità LGBTQIA+. Recentemente, è infatti emerso un preoccupante trend globale che vede alcuni governi adottare un approccio ideologicamente guidato nei confronti delle politiche sanitarie e dei diritti delle persone transgender, in particolare dei minori.
Strategia che nel nostro paese si è manifestata nella strumentalizzazione dei protocolli sanitari, adattati o interpretati in modo tale da rafforzare specifiche agende politiche piuttosto che sostenere il benessere dei giovani.
“La questione attorno alla triptorelina è un esempio lampante di come un vuoto normativo possa essere sfruttato per portare avanti una campagna ideologica. Se esistesse una protezione giuridica adeguata, questa campagna non avrebbe potuto avere luogo.
Infatti, i bloccanti della pubertà sono comunemente utilizzati per trattare la pubertà precoce; dagli anni ’80, circa 15.000 persone l’anno assumono triptorelina, spesso in età più giovane rispetto a quanto si pensi. È particolarmente interessante notare che, mentre la maggior parte di queste persone sono cisgender e ricevono il trattamento per motivi di salute, il loro uso in questo contesto non è mai stato contestato. Ciò mette in luce quanto sia strumentale l’uso della triptorelina nella narrazione contro le persone transgender.
Inoltre, si osserva un chiaro abuso di questa situazione dovuto all’assenza di una protezione giuridica. Di solito, quando si creano tavoli tecnici per discutere tali questioni, il governo e gli enti competenti consultano gli stakeholder coinvolti. Stranamente, questo non avviene per le questioni transgender, indicando chiaramente un approccio ideologico piuttosto che pratico.
Questo solleva un problema fondamentale: come possiamo proteggere le identità che non sono nemmeno riconosciute ufficialmente? Se non esistiamo formalmente nell’ordinamento giuridico, saremo sempre trattati come un ‘problema’ da ‘risolvere’. Le persone trans non sono riconosciute da normative specifiche, quindi non sono viste come persone con diritti, ma piuttosto come casi da gestire. Questo pone la domanda su come chi ha pregiudizi possa vedere le persone trans come soggetti attivi e non come problemi da correggere”.

È importante tuttavia comprendere che le problematiche attuali legate ai diritti delle persone trans in Italia non sono emerse improvvisamente con l’avvento del governo ultraconservatore guidato da Giorgia Meloni. Sebbene esso sia stato indubbiamente responsabile di un’intensificazione delle tensioni e di un aggravamento delle sfide già presenti, le radici di queste problematiche affondano molto più indietro nel tempo.
Come evidenziato da Parigiani, da decenni attivisti e diverse realtà sociali mettono in luce la fragilità delle infrastrutture giuridiche e sociali destinate alla tutela delle persone trans. Lacune storiche nell’ordinamento giuridico e nelle politiche di inclusione che hanno continuato a manifestarsi, non ricevendo l’attenzione o gli interventi necessari.
Oggi, proprio a causa di queste persistenti negligenze, ci troviamo in una situazione in cui sembra necessario riavviare battaglie che credevamo ormai superate.
“Ricordo, ad esempio, che nei primi anni 2000, precisamente nel 2002 e a vent’anni dall’introduzione della legge 164 (vecchia e inadeguata legge italiana che regolamenta il percorso di transizione di genere ndr), si tenne un grande convegno a Bologna. L’obiettivo era considerare tale legge obsoleta e in necessità di essere riscritta.
Da allora, si sono moltiplicati i tentativi di creare sinergie per riformare l’impianto normativo. Tutto questo è avvenuto tenendo conto della pluralità della comunità trans, che include molteplici esperienze e voci, anche se non sempre concordi tra loro.
Tuttavia, cosa è cambiato di recente? Si è passati a una difesa diretta del diritto stesso all’esistenza. Questa situazione ci ha uniti, ma non posso dire che sia un bene. Questa unità forzata ci ha fatto regredire, mettendo da parte le nostre differenze politiche a fronte di una questione più urgente e fondamentale: l’esistenza stessa. Quando l’esistenza di persone viene negata improvvisamente, le differenze interne al movimento diventano secondarie.
È un cambiamento negativo perché, chiudendoci su noi stessi e lottando solo per la nostra esistenza, finiamo per perdere tutti quanti. La diversità e le differenze, che sono forza e ricchezza del nostro movimento, vengono messe da parte, impoverendo il dialogo e la lotta per i diritti”.
Il sistema giuridico, nella sua essenza ideale, dovrebbe operare con una certa autonomia dalle correnti politiche dominanti, preservando la sua indipendenza al fine di tutelare i diritti fondamentali senza subire l’influenza diretta dei cambi di governo e di maggioranze politiche.
Principio che si è manifestato concretamente negli ultimi anni attraverso una serie di decisioni giudiziarie rappresentative. Successi giuridici, sebbene sporadici, che sono stati fondamentali nel promuovere una maggiore inclusione e riconoscimento dei diritti delle persone transgender, contribuendo a un lentissimo ma progressivo avanzamento verso l’uguaglianza.
Oggi, la persistenza di questo progresso è messa in discussione. L’attuale clima politico, caratterizzato da un marcato conservatorismo, potrebbe influenzare negativamente l’operato dei tribunali.
“Recentemente, nel 2023, ci sono state alcune sentenze significative riguardanti l’autodeterminazione e la modifica dei documenti di identità. È evidente che la giurisprudenza sta facendo progressi. Un esempio notevole di tali avanzamenti è stato visto nel caso di Trapani, dove a Manuela è stato riconosciuto un diritto molto importante (autodeterminazione di genere ndr), sebbene la questione sia ancora pendente.
Vorrei sottolineare che tali pronunce, come quella di Trapani, hanno attirato un’attenzione mediatica considerevole, al punto che sono state strumentalizzate sia dai media, sia dal potere politico. La contestazione di questa sentenza da parte di Lucio Malan, un senatore della maggioranza (Forza Italia ndr), ha avuto l’effetto di disincentivare ulteriori pronunciamenti simili da parte della magistratura. Questo perché i giudici, immersi nel contesto politico e sociale attuale, trovano difficoltà a esprimersi in termini innovativi quando le loro decisioni sono apertamente criticate dal governo, una situazione molto grave.
Di conseguenza, gli avanzamenti che si erano lentamente accumulati negli anni sono stati in qualche modo contenuti. Ad esempio, pronunce come quella a Roma nel 2017, che confermava l’affermazione di genere di una persona molto giovane, al di sotto della maggiore età, sarebbero improbabili oggi. La magistratura, data l’attuale attenzione sulle minoranze, tende ad essere più cauta, trasformando ciò che dovrebbe essere una protezione in un limite all’autodeterminazione. Questo è il risultato diretto della strumentalizzazione politica di queste importanti decisioni giuridiche”.
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In questo scenario, non bisogna trascurare tuttavia le battaglie di tutte le soggettività differenti all’interno dello spettro arcobaleno per cui lottiamo. Tra queste, le identità non binarie rappresentano forse una delle sfide più significative al sistema di norme sociali autoimposte. Mentre il concetto di genere come multisfaccettato —piuttosto che come binario—guadagna accettazione sia nella cultura popolare che negli ambiti accademici, cresce anche la necessità di politiche, riconoscimenti legali e supporti sociali che rispecchino questa realtà più inclusiva.
“Il Tribunale di Bolzano ha recentemente rimandato alla Corte Costituzionale una questione di grande rilevanza: si tratta della richiesta di una persona non binaria di registrare un genere diverso da maschile (M) o femminile (F) nei documenti ufficiali, optando per una terza opzione. Questo rinvio pone una questione fondamentale: è legittimo, secondo le nostre norme, obbligare l’indicazione di un genere strettamente binario nei documenti ufficiali? La Corte Costituzionale è chiamata a pronunciarsi su questa materia, che tocca i diritti fondamentali dell’individuo. Sebbene il rinvio sia stato effettuato a febbraio, la rapida convocazione della Corte suggerisce che potrebbe inclinarsi verso un rigetto della richiesta.
Tuttavia, questo caso rappresenta una delle prime occasioni in cui l’ordinamento giuridico italiano si confronta direttamente con la questione delle identità non binarie e la loro legittimità costituzionale. Questa pronuncia, seppure potrebbe non andare come speriamo, sarà cruciale. Fornirà argomentazioni che potrebbero rivelarsi determinanti per il futuro riconoscimento e la tutela delle persone non binarie in Italia. Nonostante le mie aspettative non siano positive, ritengo fondamentale non sottovalutare l’importanza di questa sentenza. Ho consigliato a molte persone non binarie di attendere l’esito di questa decisione, poiché potrebbe segnare un punto di svolta significativo nel loro percorso di affermazione di genere”.