Milano Pride, polemica sulla partecipazione dell’Ordine delle Ostetriche: “Non vogliamo accostarci a lobby e ideologie”

Nadia Rovelli, presidente dell'Ordine, ha invitato le firmatarie di una dura lettera contro la posizione della dirigenza ad informarsi e aggiornarsi sulle tematiche relative alle persone transgender e intersex.

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Nonostante le controversie, anche quest’anno il Milano Pride – uno degli eventi più partecipati e attesi dell’Onda Pride in Italia – ha saputo tenere alta la bandiera arcobaleno dell’orgoglio e della rivendicazione, anche grazie al grande sostegno dimostrato dal Comune e dal sindaco, Beppe Sala.

A sopperire alla mancanza del patrocinio istituzionale da parte di Regione Lombardia – che ha definito il corteo una “manifestazione divisiva, provocatoria e discriminante” – ci hanno pensato le numerose adesioni di entità variegate, pubbliche e private, tra cui l’Ordine delle ostetriche interprovinciale di Bergamo, Cremona, Lodi, Milano, Monza e Brianza

Il 13 giugno scorso, con un comunicato sul proprio blog ufficiale, l’Ordine annunciava la propria entusiastica partecipazione al Milano Pride, manifestazione plurale che ha visto anche la partecipazione di altri ordini professionali in ambito sanitario, ma anche di università e associazioni del terzo settore. Tuttavia, anche in questo contesto non sono mancate le polemiche.

Sebbene le dottoresse Rosaria Redaelli e Rachele Sagramoso, come portavoci dell’Ordine, avessero espresso chiaramente le ragioni della loro partecipazione in una dichiarazione congiunta, spiegando che l’intento era semplicemente quello di sostenere i diritti LGBTQIA+ e promuovere una maggiore inclusione e sensibilizzazione su temi legati alla salute riproduttiva e sessuale, alcune voci critiche hanno parlato di  un’adesione dai connotati squisitamente ideologici, e quindi incompatibile con le finalità e gli scopi di un Ordine Professionale.

“In merito all’adesione dell’Ordine delle Ostetriche di BgCrLoMbMi alla manifestazione ‘Milano Pride’ del 29 giugno 2024 da voi deliberata e pubblicata sul sito professionale, ne chiediamo la rimozione dal sito ed esprimiamo il nostro totale dissenso per le seguenti ragioni:

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L’Ordine deve garantire alle\agli aderenti una condotta apolitica e apartitica.

Il nome dell’Ordine non deve essere accostato ad alcuna iniziativa organizzata da movimenti, partiti, lobby associate a qualsivoglia ideologia, a tutela della sua autonomia e indipendenza.

L’Ordine non ha un ruolo sociale e rappresentativo dal punto di vista etico, culturale, morale, se non strettamente su temi professionali e deontologici della figura dell’ostetrica. Tale posizione pubblica non corrisponde al pensiero unanime di tutte le\gli aderenti.

L’adesione risulta inappropriata in merito alla missione dell’ostetrica riguardante la promozione della salute, della cura, dell’assistenza e dei diritti di tutti gli esseri umani. Sosteniamo l’inclusività dell’assistenza delle ostetriche\ci senza discriminazione alcuna né di razza, sesso, religione, classe sociale, ceto e di qualunque altra natura, privilegiando la cura alle persone più deboli e indifese. Ci rammarichiamo per l’accaduto e confidiamo che l’Ordine possa considerare con attenzione la nostra posizione garantendo in futuro la sua rappresentatività per tutte\i le\i sue\suoi aderenti”.

È evidente come ormai la questione LGBTQIA+ sia ridotta a una semplice polarizzazione politica, senza considerare che la battaglia per l’acquisizione di nuovi diritti e il mantenimento di quelli esistenti è, di fatto, esistenziale per circa il 10% della popolazione mondiale.

Il prevalente binarismo con cui il comparto sanitario si approccia alle soggettività non conformi, invisibilizzando le identità trans e non binarie e allontanandole da percorsi fondamentali per la loro salute, rappresenta una problematica comprovata e concreta.

Né è la chiara dimostrazione la sensazionalizzata vicenda di un uomo trans scopertosi incinto pochi giorni prima del suo intervento di isterectomia e trovatosi ad affrontare una duplice discriminazione: quella da parte dei media e quella del comparto sanitario, dimostratosi inefficace nel gestire situazioni di tale complessità a causa della mancanza di protocolli inclusivi e sensibili alle specificità del percorso di transizione di genere.

Secondo uno studio statunitense del 2019 pubblicato su Health Equity, oltre il 50% delle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ dichiara infatti di aver subito una qualche forma di discriminazione sanitaria, mentre al 25% delle persone trans sarebbe stato negato l’accesso a determinati servizi a causa della propria identità di genere.

Pertanto, l’adesione di Ordini Sanitari ai Pride, ai convegni sulla salute sessuale per la comunità LGBTQIA+ e il loro sostegno alla causa non dovrebbero più apparire – specialmente in un periodo storico delicato come quello che stiamo vivendo. come una forma di schieramento politico, bensì come una sacrosanta volontà di cambiamento che mira a combattere la discriminazione sistemica delle identità non conformi.

A tal proposito, Nadia Rovelli – presidente dell’Ordine delle Ostetriche di Milano – ha risposto elegantemente alle critiche, invitando «l’irrisorio numero delle iscritte che hanno manifestato contrarietà alla partecipazione dell’Ordine alla parata Milano Pride” ad aggiornarsi tramite i corsi dell’Istituto Superiore di Sanità sulle tematiche transgender e intersex.

© Riproduzione riservata.

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