Chiara Valerio è tornata a parlare della sua compagna Marcella Libonati in un’intervista a Roberta Scorranese, pubblicata dal Corriere della Sera. In un passaggio di seducente leggerezza romantica, la scrittrice e intellettuale ha condiviso il proprio sentimento d’amore, parlando dei riccioli biondi e della prima volta in cui vide la sua amata, non senza colorare il racconto di un gustoso riferimento letterario.

Quando l’ho vista per la prima volta incedere nella luce di Venezia – ha detto Valerio al Corriere – con i riccioli biondi, mi ha ricordato la Margherita di Bulgakov. Un amore che dura perché lei è intelligente e mi fa ridere. In fondo, per citare Natalia Ginzburg, vale sempre il ‘Ti ho sposato per allegria’

Qualche mese fa, durante la promozione del suo libro “Chi dice e chi tace” (Sellerio, 2023) in corsa per il Premio Strega 2024, poi vinto da Donatella di Pientrantonio, Valerio aveva già parlato con Vanity Fair della sua storia d’amore con Marcella, definendola come qualcosa di pratico e lontano dalle definizioni astratte. La scrittrice, amica della scomparsa Michela Murgia, per la quale scrisse e lesse la magnifica lettera di commiato durante la cerimonia funebre di un anno fa, si era sbottonata con il magazine Condé Nast, raccontando i suoi sette anni con la compagna. “Abbiamo un gatto e abbiamo anche comprato una nuova macchina a rate – era stato il partecipato racconto di Valerio a Vanity – È una persona con la quale mi piace passare il tempo, mi piace vivere e mi piace pensare e immaginare cosa fare domani“. Curiosa era stata la risposta di Chiara Valerio sull’idea di vita e politica. Quando l’intervistatore Mario Manca le aveva ha chiesto se gli amici le avessero mai domandato quando si sarebbe sposata, l’autrice dell’indimenticabile cult “La matematica è politica” (Einaudi, 2020) aveva risposto che le piacerebbe molto organizzare una bella festa, ma che l’eventuale unione civile non avrebbe motivazioni politiche: “per quello c’è il lavoro“.

Marcella Libonati, compagna dal 2017 di Chiara Valerio, è di Napoli, vive a Roma e lavora nell’industria cinematografica come sceneggiatrice.

 

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Sorprendente invece il pantano nel quale si è cacciata Chiara Valerio a proposito dello schwa (ə). Sempre nell’intervista sul Corriere, la scrittrice, assai stimata per la rigorosa chiarezza di pensiero e l’inaffondabile consecutio logica dei propri ragionamenti, è sembrata assai più interessata a fare notizia e dare linfa alla nomea di personaggio divisivo, e questo dispiace, che non a consegnare ai media un pensiero sensato sul genere non binario, e sulle infinite possibilità della lingua, strumento vivo e pulsante che anticipa, insegue, modella e subisce la vitalità di chi la adopera. Sullo schwa (ə) Chiara Valerio incespica in un pensiero a me parso contraddittorio, ma la giornalista del Corriere – per scelta o chissà – evita di sottolineare la sostanziale incongruenza logica nella quale precipita l’autrice.

Chiara Valerio infatti dice dello schwa (ə) al Corriere in data 23 Agosto:

Condivide l’uso dello «schwa» come desinenza per maschile e femminile?
“No, per niente. Come autrice non lo uso e penso che sia sbagliato normare il linguaggio a priori. Siamo la prima generazione che non cerca di definire le cose attraverso la lingua ma che, invece, si lascia definire dalla lingua”.

Un linguaggio che non ferisca nessuno è un’utopia?
“Sì, lo spazio di fraintendimento è necessario, quello che non è fraintendibile non porta desiderio, quindi non porta scambio. E poi: se noi possiamo essere trascrivibili in maniera linguistica, vuol dire che la nostra identità è trasferibile in una macchina. Siamo la prima generazione con inclinazione passiva di fronte al linguaggio e alla verifica dei fenomeni”.

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Secondo Valerio, lo schwa sarebbe un segnale di chi voglia “normare il linguaggio a priori“. È vero il contrario. È il maschile sovraesteso della lingua italiana infatti a costituire a priori una norma imposta dall’uso, una gabbia da infrangere, una gabbia alla quale la vitalità della lingua è chiamata a proporre le proprie nuove esigenze, per illuminare orizzonti di persone che no, non vogliono essere appellate con il maschile, né con il femminile. L’uso della lingua, e la lingua stessa, possono essere piegati, modificati e rigenerati senza soluzione di continuità, come del resto fu con Dante e con il volgare.

Come dice Gheno, la lingua offre opportunità a chi è ai margini. Lo schwa (ə) non deve piacerti. Lo schwa è uno strumento di visibilizzazione per chi da sempre viene eclissato nella dimenticanza istituzionale. Come il volgare.

Un’esigenza che Valerio non sente propria. Ella è ormai persona di potere, verso la quale in molti hanno timorosa riverenza nell’ambiente editoriale (e anche cinematografico). Intorno a Chiara Valerio sembra essersi formata una cortina di silenzio a tratti servile.

Ma la sua presa di posizione sullo schwa (ə) risuona come un pensiero vagamente reazionario. E dispiace vedere Valerio farsi ingoiare dai meccanismi del potere, che sempre a un certo punto ti chiede di esibire una certa ambiguità, per restare a galla sui media, per accarezzare cerchio e botte. Eccetera. Certo, l’ambiguità è il territorio preferito da intellettuali e scrittori, a meno che non diventi però una posa di maniera.

Valerio disarticola e semplifica la natura viva e mai doma della lingua, tira in ballo nuove generazioni che, nel momento in cui trovano una propria definizione nel mondo, verrebbero a suo dire private del desiderio. Ella asserisce che è sbagliato normare il linguaggio e, nel preciso istante in cui formula la sentenza, è la prima a costruire gabbie, soprattutto intorno a sé.

Da queste parti siamo sicurə che possiamo ancora sentirci tranquillə nel definirci gay o lesbiche o trans o non binarie o interesessuali o queer o qualsiasi parola esistente o futura. O qualsiasi cosa non sia né maschio, né femmina. E quello che siamo e saremo, se non avrà nome, lo inventeremo. Di certo, in ogni caso, non chiederemo permesso a Chiara Valerio, né a Dante o a Manzoni o alla Crusca.

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